H&M chiude negozi 2026: 160 store e l'Italia nel piano
H&M chiude negozi 2026: 160 store in dismissione, Italia inclusa. Roma Tuscolana prima a chiudere il 10 maggio. La crisi del fast fashion tra Shein, Zara e la transizione digitale.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

H&M chiude negozi 2026: il colosso svedese del fast fashion ha annunciato la dismissione di ben 160 punti vendita nel corso dell'anno, in una ristrutturazione globale che tocca direttamente anche l'Italia. Il segnale è chiaro: il modello del retail fisico di massa non regge più la pressione competitiva dell'era digitale, e Hennessy & Mauritz cerca una via d'uscita ridisegnando la propria presenza nel mondo.
Il piano arriva in un momento delicato per il gruppo di Stoccolma, che nel primo trimestre 2026 ha registrato ricavi in calo del 10% a 49,6 miliardi di corone svedesi (circa 4,6 miliardi di euro). Un dato che contrasta, paradossalmente, con un utile operativo in crescita del 26% a 1,512 miliardi di corone — ma che non ha convinto i mercati: il titolo ha perso l'8% alla Borsa di Stoccolma dopo un outlook giudicato poco incoraggiante.
H&M chiude negozi 2026: il piano globale di ridimensionamento
La strategia di H&M è chirurgica: meno store, ma più grandi e più redditizi. Il piano prevede la chiusura di 160 punti vendita nei mercati maturi, compensata dall'apertura di 80 nuove insegne concentrate nelle regioni in crescita. L'obiettivo dichiarato è ridurre la presenza fisica laddove il ritorno sull'investimento non giustifica più i costi operativi, puntando invece su piattaforme digitali e su una rete fisica più snella e selettiva.
Parallelamente, il gruppo sta valutando la chiusura dell'atelier creativo parigino del marchio & Other Stories, guidato dal designer Jonathan Saunders. Le attività sarebbero trasferite alla sede centrale di Stoccolma, con il conseguente taglio di circa 30 posti di lavoro, in gran parte occupati da professioniste altamente specializzate. Una scelta che testimonia quanto la centralizzazione sia diventata la parola d'ordine del nuovo corso.
Tuttavia, la questione non riguarda solo i costi. H&M ha sofferto per anni di una gestione inefficiente delle scorte, accumulando invenduti che hanno portato a campagne di sconti massicce, erodendo i margini. La riduzione della superficie commerciale fisica è, quindi, anche un tentativo di risolvere un problema strutturale che va ben oltre la congiuntura economica.
L'Italia nel piano: Roma Tuscolana prima a chiudere
Anche in Italia il piano ha effetti concreti. La prima chiusura riguarda lo store di Roma Tuscolana, prevista per il 10 maggio 2026, con un impatto diretto su 17 lavoratori a tempo indeterminato. Le organizzazioni sindacali Filcams, Fisascat e Uiltucs stanno monitorando la situazione con attenzione, in attesa di capire se e come il gruppo garantirà la continuità occupazionale per i dipendenti coinvolti.
Eppure non tutto è chiusura. H&M ha confermato l'intenzione di investire nel rifacimento di altri punti vendita sul territorio nazionale, in particolare quelli di Bari e Conegliano (Treviso). Il negozio veneto beneficerà di un restyling relativamente rapido, mentre l'intervento sul punto vendita pugliese richiederà un cantiere più strutturale. La logistica, invece, continuerà a ruotare attorno al polo di Casalpusterlengo (Lodi), ottimizzato per servire il Sud Europa.
Il nodo occupazionale resta aperto anche sul fronte contrattuale. Le trattative tra il gruppo e le parti sociali includono il tema del premio di risultato — la cui copertura economica scade a marzo 2026 — e la questione del lavoro a chiamata: nel 2025, il 16% della forza lavoro di H&M Italia era assunto con contratti intermittenti. I sindacati chiedono un cambio di rotta verso stabilizzazioni e contratti di lunga durata.
Schiacciata tra Shein e Zara: la crisi del modello intermedio
Per capire le ragioni profonde di questa crisi, occorre guardare al panorama competitivo in cui H&M si muove. Da un lato c'è Shein, il gigante cinese dell'ultra fast fashion, che domina la fascia di prezzo più bassa grazie a una produzione fulminea e a una distribuzione interamente digitale, senza un solo metro quadro di negozio fisico. Dall'altro lato c'è Zara, che ha saputo elevarsi nel percepito dei consumatori verso una fascia di qualità superiore, pur rimanendo accessibile.
Questa polarizzazione ha lasciato H&M intrappolata in una terra di mezzo sempre più scomoda, dove né il prezzo né la qualità percepita riescono a distinguerla sufficientemente dalla concorrenza. Il risultato è un calo costante delle quote di mercato in Europa e Nord America, con consumatori che migrano verso le due estremità dello spettro.
Inoltre, H&M ha pagato più dei concorrenti le conseguenze delle interruzioni nelle rotte commerciali e dell'aumento dei costi delle materie prime, accumulando scorte in eccesso che hanno alimentato campagne di sconti aggressive. Come riportato da analisi di Bloomberg, l'inefficienza della supply chain è stato uno dei fattori determinanti nel deterioramento dei margini.
Sostenibilità e transizione digitale: il difficile equilibrio
H&M ha investito significativamente nella comunicazione green: secondo i dati ufficiali del gruppo, le emissioni di CO2 sono scese del 34,6% rispetto ai livelli del 2019. Un risultato concreto, ma anche costoso. La transizione verso modelli produttivi più sostenibili comporta investimenti in ricerca, materiali e processi che non si traducono immediatamente in vendite aggiuntive. Infine, il consumatore medio del fast fashion non è ancora disposto a pagare un premium per la sostenibilità.
Sul fronte digitale, invece, i segnali sono più incoraggianti. Il canale online cresce e il gruppo intende valorizzarlo come alternativa primaria al punto vendita fisico, riducendo la dipendenza da location che non riescono più a coprire i propri costi operativi. Una scelta che riflette un cambiamento strutturale nei comportamenti d'acquisto, accelerato dalla pandemia e mai completamente invertito.
Il piano di H&M non è, dunque, una semplice risposta a un trimestre negativo. È il riconoscimento che il modello del fast fashion retail fisico diffuso — nato negli anni '90 e proliferato nei decenni successivi — sta attraversando una crisi sistemica. Come abbiamo già analizzato nel caso dei risultati LVMH nel Q1 2026, l'intera industria della moda di massa e del lusso sta ridefinendo i propri modelli distributivi in risposta a un contesto radicalmente mutato.
Per il mercato italiano, l'uscita di H&M da alcune location storiche lascia spazi che potrebbero essere colmati da brand emergenti o da un ampliamento dei formati di vendita alternativi — dal vintage organizzato, come il Vogue Vintage Market di Milano, all'e-commerce di seconda mano. La fine di un'era per il fast fashion tradizionale apre scenari inediti per la moda italiana.


