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Cinema

David Donatello 2026 boicottaggio: la sala vuota come protesta

Il movimento #Siamoaititolidicoda chiede ai candidati di disertare la cerimonia del 6 maggio 2026: fondi tagliati, Cinecittà in mano alle major USA, cinema indipendente asfissiato.

Di Marietou Dione

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Immagine generata con IA

Il David Donatello 2026 boicottaggio è diventato realtà. A meno di un mese dalla cerimonia della 71ª edizione dei Premi David di Donatello — in programma il 6 maggio 2026 a Cinecittà — il cinema italiano è in fiamme. Il movimento #Siamoaititolidicoda ha lanciato un appello senza precedenti su Change.org: chiede a tutti i candidati e ai partecipanti di disertare la premiazione e lasciare la sala completamente vuota. Non uno scherzo. Una protesta durissima che mette a nudo la crisi strutturale del cinema indipendente nazionale.

David Donatello 2026 boicottaggio: le ragioni di una sala vuota

«Luci spente ai David per non spegnere il cinema italiano». È il titolo della petizione su Change.org firmata dal movimento. Il messaggio è diretto: quella sala deserta il 6 maggio sarà «la conseguenza naturale di uno scenario di smantellamento culturale», un grido visibile che il governo non potrà ignorare.

Tuttavia, il boicottaggio non è totale. Il movimento invita i candidati a onorare l'incontro istituzionale al Quirinale — previsto il 5 maggio — per portare la denuncia direttamente al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il messaggio è sottile ma potente: la cultura italiana merita l'attenzione del Capo dello Stato, non la ribalta televisiva di una cerimonia che celebra un settore che, secondo i firmatari, il governo sta deliberatamente distruggendo.

Il tradimento dell'eccezione culturale

Le accuse del movimento sono precise e documentate. In primo luogo, c'è il tema dei fondi pubblici: secondo #Siamoaititolidicoda, i soldi destinati alla cultura italiana vengono dirottati per sovvenzionare le major americane, lasciando briciole al cinema indipendente nazionale. I tagli previsti ridurranno il fondo del settore a soli 500 milioni di euro entro il 2027 — una cifra che il movimento considera insufficiente per mantenere viva la diversità narrativa del cinema italiano.

Poi c'è la questione Cinecittà. I 300 milioni di euro del PNRR stanziati per gli storici studi di Via Tuscolana, anziché rafforzare la produzione nazionale, starebbero trasformando Cinecittà in un «hub logistico per i colossi USA», con costi di affitto così elevati da essere inaccessibili per i produttori italiani. Quindi, paradossalmente, i produttori italiani vengono esclusi dai loro stessi teatri di posa. Finanziati con soldi pubblici italiani, riservati agli stranieri.

Infine, la denuncia di una «censura morbida»: il sistema attuale finanzierebbe solo l'intrattenimento commerciale, penalizzando sistematicamente i progetti di alto valore artistico, civile e culturale. Sintomo emblematico: nessuna regista donna tra i progetti finanziati con la prima sessione dei selettivi 2025.

Dimissioni Borgonzoni e responsabilità Giuli

Le richieste politiche del movimento sono esplicite e senza diplomatiche ambiguità. Il movimento chiede le dimissioni immediate della Sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni — la figura leghista che da anni gestisce la delega al cinema — accusandola di aver «favorito questa deriva». Chiede inoltre «una presa di responsabilità» da parte del Ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Non è la prima volta che il nome di Borgonzoni finisce al centro delle polemiche del settore. Il congelamento del tax credit nel 2024 — che aveva messo in ginocchio il 60% degli operatori del cinema e audiovisivo — aveva già innescato proteste vibranti. Quella crisi, mai davvero risolta, sembra essere implosa nella decisione di trasformare l'appuntamento più glamour del cinema italiano in un palcoscenico di protesta.

Il paradosso Cinecittà: set hollywoodiano, escluso agli italiani

Il caso Cinecittà è forse il punto più esplosivo. Mentre gli studi romani hanno vissuto una crescita straordinaria — con produzioni come Assassin's Creed di Netflix e The Resurrection of the Christ di Mel Gibson che animano i teatri di posa — il beneficio per il cinema italiano indipendente sembra nullo. I costi inaccessibili trasformano gli studi in un asset esclusivo per i colossi stranieri che godono già del tax credit del 40% per le produzioni internazionali, una delle aliquote più alte al mondo.

Il risultato, secondo il movimento, è un paradosso coloniale: l'Italia che trasforma i propri monumenti culturali in infrastrutture al servizio di Hollywood, mentre il cinema d'autore nazionale soffoca. D'altronde, la totale assenza di film italiani in concorso a Cannes 2026 aveva già lanciato un segnale d'allarme difficile da ignorare.

Una protesta con radici profonde

Il movimento #Siamoaititolidicoda non è nato ieri. Le sue radici affondano nella crisi del 2024, quando il congelamento del tax credit aveva bloccato l'intera filiera cinematografica e audiovisiva italiana. Tecnici, aiuto registi, decoratori, macchinisti: migliaia di lavoratori si erano ritrovati senza impiego dall'oggi al domani, in attesa di decreti ministeriali che arrivavano con mesi di ritardo.

Invece di risolversi, quella crisi si è cronicizzata. Oggi il movimento torna con una tattica diversa: non più la piazza, ma il silenzio. Non il megafono davanti al ministero, ma la sedia vuota sotto i riflettori di Rai 1. Un gesto simbolico ma potente — e mediatico — in grado di raggiungere il pubblico generalista che segue la cerimonia dei David in prima serata.

Infatti, il momento scelto non è casuale. Le nomination della 71ª edizione hanno già acceso i riflettori: Le città di pianura di Francesco Sossai guida con 16 candidature, seguito da La grazia di Sorrentino con 14. Boicottare la cerimonia significherebbe privare di lustro i candidati stessi, ma — secondo i promotori — il messaggio sarebbe così forte da valere il sacrificio. Come abbiamo analizzato nelle nomination dei David di Donatello 2026, il cinema italiano ha tanto talento. Il problema è strutturale, non artistico.

Cosa succederà il 6 maggio?

Al momento non è chiaro quanti candidati aderiranno all'appello. Il mondo del cinema italiano è storicamente diviso tra chi preferisce il dialogo istituzionale e chi sceglie la contrapposizione aperta. Tuttavia, il fatto che la notizia abbia raggiunto Repubblica, ANSA, Libero e Dagospia in poche ore dimostra che la petizione ha già ottenuto una visibilità nazionale significativa.

Quello che è certo è che il cinema italiano si trova a un bivio. Da un lato, una cerimonia televisiva su Rai 1 che celebra il meglio della produzione nazionale. Dall'altro, un settore che si sente abbandonato dalle istituzioni, svuotato di risorse, escluso dai propri spazi produttivi. Se la sala di Cinecittà il 6 maggio sarà davvero vuota — o anche solo mezza vuota — sarà uno dei momenti più drammatici nella storia recente del cinema italiano. E, paradossalmente, il più potente.

Per firmare la petizione: Change.org — Luci Spente ai David per non spegnere il cinema italiano.

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