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Economia e FinanzaModa

Menswear italiano export 2025: -1,7%, Cina giù del 13%

Il menswear italiano export chiude il 2025 in calo dell'1,7% a 9,4 miliardi (Istat-Confindustria Moda). Pesa la Cina (-13,1%), tengono Francia e Usa.

Di Marietou Dione

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Menswear italiano export 2025 a Pitti Uomo 110 Firenze
Immagine generata con IA

Il menswear italiano export chiude il 2025 in territorio negativo. I dati Istat elaborati dall'Ufficio studi economici di Confindustria Moda, diffusi a Milano in occasione della presentazione di Pitti Uomo 110, raccontano un settore che frena: vendite estere a 9,4 miliardi di euro, in calo dell'1,7% rispetto al 2024, mentre le importazioni risalgono del 2% a 6,6 miliardi. Una doppia tendenza che restringe il saldo commerciale e mette pressione sulla filiera proprio mentre la fiera fiorentina prepara la prima edizione sotto la nuova guida di Ivano Cauli.

La diagnosi è netta: dopo un 2024 sostanzialmente piatto (+0,1%), la moda maschile italiana torna in flessione. Pesa soprattutto il rallentamento dei mercati extra-Ue, mentre l'Europa tiene. Il vero punto interrogativo, però, riguarda l'Asia.

Menswear italiano export: la mappa per Paese

La Francia si conferma prima destinazione del menswear made in Italy con 1,3 miliardi di euro (+3,5%) e una quota del 13,5% sul totale settoriale. Gli Stati Uniti salgono in seconda posizione anch'essi a +3,5%, raggiungendo il 9,9% delle esportazioni nonostante il quadro tariffario incerto. La Germania, in calo del 4,6%, scivola al terzo posto con il 9,7%.

Il dato più impressionante arriva dalla Cina: -13,1% in un solo anno, con il valore assoluto sceso a 675 milioni di euro. Pechino resta in quarta posizione, ma il segnale è inequivocabile e si somma al rallentamento del lusso che ha già messo in difficoltà gruppi come Lvmh nei primi mesi del 2026. Anche Hong Kong arretra (-3,1%), confermando una sofferenza strutturale dell'area greater China.

Tengono invece Spagna (+5,4%) e Giappone (+6,1%), mentre il Regno Unito cede il 7,9% e la Svizzera, storicamente hub logistico per il lusso, prosegue il trend negativo con un -14,1% che la fa scivolare all'ottava posizione. La sorpresa positiva è la Polonia, decima ma in crescita del 21,2%, segno che i mercati Cee assorbono quote di una domanda che si sta ridistribuendo.

Cosa cresce e cosa cala dentro la moda uomo

Spaccando il dato per comparto, emerge un quadro disomogeneo. Il vestiario esterno regge sostanzialmente (+0,1%), mentre l'abbigliamento in pelle vola a +9,1%, confermando la solidità del lusso italiano sul fronte capispalla e accessori indossabili. In calo invece la maglieria (-4,6%), la camiceria (-3,0%) e le cravatte (-0,2%), tre comparti tradizionalmente identificativi del savoir-faire artigianale italiano e oggi sotto pressione per consumi più casual e per la concorrenza asiatica.

Sul fronte delle importazioni, la Cina si conferma primo fornitore con il 12,9% del totale (857 milioni, +9,9%), mentre il Bangladesh tiene la seconda posizione (+8,2%) e la Spagna sale al terzo posto grazie a un +10%. È una mappa che racconta come la pressione sui prezzi e l'esigenza di flessibilità produttiva stiano alimentando un import cresciuto del 6,9% nei flussi extra-europei.

Pitti Uomo 110: 720 marchi e l'esordio di Cauli

I dati sul menswear italiano export sono stati presentati durante la conferenza stampa della 110ª edizione di Pitti Immagine Uomo, in programma alla Fortezza da Basso di Firenze dal 16 al 19 giugno 2026. Sarà la prima fiera sotto la guida di Ivano Cauli, nominato amministratore delegato pochi mesi fa al posto di Raffaello Napoleone, ora consigliere delegato per le relazioni internazionali. «Sono emozionato, è un compito non semplice ma mi piace molto», ha dichiarato Cauli. «Anche se arrivo dal mondo della tecnologia, credo nella centralità delle relazioni umane: le fiere hanno ancora molto da dire in questo sistema».

Menswear italiano export 2025 a Pitti Uomo 110 Firenze
L'edizione 110 di Pitti Uomo presenterà 720 marchi e 12.000 buyer alla Fortezza da Basso (16-19 giugno 2026). · Immagine generata con IA

L'edizione di giugno raccoglierà 720 marchi (in linea con giugno 2025), il 44% provenienti da oltre 30 Paesi, e attende circa 12.000 buyer. Tema visivo "The Pool" curato da Chris Vidal Tenomaa e Tuomas Laitinen di Ssaw Magazine. Confermati come guest designer la stilista irlandese Simone Rocha e il marchio Dsm Kei Ninomiya di Dover Street Market; special guest il sudcoreano JiyongKim. In Fortezza debutterà Hyperscout, sistema di matchmaking AI sviluppato con l'omonima azienda olandese e accessibile in pilota a 200 espositori, che promette di profilare brand e retailer per ottimizzare gli incontri commerciali.

Il contesto: Cina giù, Made in Italy sotto pressione

Il calo del 13,1% dell'export verso la Cina si inserisce in un quadro macro già preoccupante per il sistema moda italiano. L'agenzia Ansa ricorda che il rallentamento del lusso e la frenata dei consumi cinesi hanno colpito tutta la filiera europea negli ultimi diciotto mesi. Lorenzo Galanti, direttore generale di Ice, sostiene che la risposta passa da una strategia più aggressiva di incoming buyer e digital communication: «Nonostante i dazi gli Stati Uniti hanno performato bene in alcune categorie. Investiamo sempre più in comunicazione con focus sul digital».

Sartoria menswear made in Italy con tessuti pregiati in pelle
L'abbigliamento in pelle cresce del 9,1%, ma maglieria, camiceria e cravatte arretrano. · Immagine generata con IA

Tuttavia, alcuni segnali positivi non vanno sottovalutati. La crescita del 3% verso l'Unione Europea (con quota salita al 48,1%) suggerisce che i brand italiani stanno consolidando la prossimità geografica come asset strategico. Inoltre, l'aumento dell'export verso Spagna, Giappone e Polonia indica che i mercati emergenti europei e gli storici partner asiatici al di fuori della Cina possono parzialmente compensare la flessione greater China. Infine, la performance dell'abbigliamento in pelle (+9,1%) conferma che il segmento alto della filiera mantiene capacità di prezzo, in linea con quanto osservato per la moda italiana premium nei dati Mediobanca pubblicati ad aprile.

Le sfide del 2026: dazi, AI e ricambio generazionale

Per il 2026 il menswear italiano export si misura con tre incognite. La prima sono i dazi statunitensi, che finora non hanno fermato l'avanzata Usa al +3,5% ma rappresentano un rischio strutturale per i brand più esposti al mercato americano. La seconda è l'intelligenza artificiale applicata al wholesale, con Pitti che fa da banco di prova con Hyperscout: una scommessa che, se funziona, potrebbe ridefinire come i marchi raggiungono i retailer in mercati saturi. La terza è il ricambio dirigenziale: Cauli a Pitti, Marsocci in Armani, manager provenienti da fuori filiera che stanno ridefinendo le governance del sistema moda italiano.

Il dato Istat del 2025 non è una catastrofe, ma è un campanello. Per i prossimi mesi servirà capire se la flessione è ciclica oppure se la perdita di quote in Cina segna un cambiamento strutturale che richiede una rimappatura della distribuzione asiatica. Pitti Uomo 110, a giugno, fornirà i primi indicatori commerciali. Quindi la vera prova arriverà con i dati del primo semestre 2026, in particolare sul versante asiatico, dove l'industria del lusso italiana si gioca buona parte del suo posizionamento prospettico.

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