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Evaristo Beccalossi morto: addio al Genio dell'Inter

Evaristo Beccalossi morto a 69 anni a Brescia: addio alla bandiera dell'Inter scudettata 1980. Il numero 10 fantasista soprannominato Dribblossi.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Evaristo Beccalossi morto, omaggio sulla Curva Nord di San Siro
Immagine generata con IA

Il calcio italiano perde uno dei suoi fantasisti più amati: Evaristo Beccalossi morto nella notte tra il 5 e il 6 maggio 2026 alla clinica Poliambulanza di Brescia, a soli sei giorni dal suo settantesimo compleanno. Il "Genio" se n'è andato dopo una lunga malattia iniziata nel gennaio 2025 e culminata in un coma di 47 giorni dal quale, per un periodo, era sembrato ripartire. La famiglia, generosa fino all'ultimo, ha autorizzato la donazione delle cornee. La camera ardente è allestita nella stessa clinica bresciana dove l'ex numero 10 dell'Inter ha trascorso gli ultimi mesi della sua battaglia.

Evaristo Beccalossi morto a 69 anni: l'ultimo saluto a Brescia

Nato a Brescia il 12 maggio 1956, Beccalossi è morto nella sua città dopo aver portato il nome di Brescia in tutta Italia per oltre quindici anni di calcio giocato. La sua scomparsa, comunicata dall'ANSA nelle prime ore del mattino, ha colto di sorpresa anche chi seguiva il suo percorso clinico: nelle ultime settimane le condizioni sembravano lentamente migliorare. Inoltre la famiglia aveva chiesto riserbo, scegliendo di affrontare la malattia senza esposizione mediatica.

L'Inter, club al quale Beccalossi è rimasto idealmente legato per tutta la vita, ha pubblicato un comunicato di cordoglio dal titolo emblematico, "Ciao Becca", ricordando il giocatore tra le proprie leggende. Anche la Sampdoria, il Brescia e il Lecco — le altre piazze della sua carriera — hanno espresso la propria vicinanza alla famiglia. La notizia di Evaristo Beccalossi morto nelle prime ore del mattino del 6 maggio si è diffusa rapidamente sui social, con migliaia di tifosi che hanno condiviso foto storiche del numero 10 in maglia nerazzurra.

Maglia numero 10 dell'Inter, simbolo del fantasista mancino Beccalossi
La maglia numero 10 dell'Inter anni Ottanta: il simbolo che identificava sul campo Evaristo Beccalossi. · Immagine generata con IA

Dalla cantera del Brescia all'Inter scudettata: la carriera del "Dribblossi"

La biografia di Evaristo Beccalossi morto nella sua Brescia coincide quasi per intero con la storia del calcio italiano degli anni Ottanta. Beccalossi cresce nelle giovanili del Brescia, esordendo in prima squadra giovanissimo e diventando in fretta il talento più atteso della cadetteria. Tra il 1972 e il 1978 colleziona apparizioni in Serie B che convincono Ivanoe Fraizzoli, allora presidente dell'Inter, a portarlo a Milano nell'estate del 1978. È il salto che gli cambia la vita.

Con la maglia nerazzurra disputa 216 partite ufficiali e segna 30 gol tra il 1978 e il 1984. Soprattutto, è uno dei protagonisti dello scudetto della stella, lo storico campionato 1979-80 vinto da Eugenio Bersellini con un gioco di forza e geometrie nel quale il fantasista mancino firma sette reti decisive. Due anni più tardi alza al cielo anche la Coppa Italia 1981-82, completando un palmarès da protagonista. Tuttavia il vero monumento alla sua tecnica resta il soprannome che gli affibbiò Gianni Brera: "Dribblossi", perché quando partiva palla al piede sembrava impossibile fermarlo. Per molti tifosi nerazzurri rimane semplicemente "Il Genio".

Il cruccio della Nazionale e il Mondiale 1982

La storia sportiva di Beccalossi porta con sé un rimpianto enorme: nonostante il talento riconosciuto da tutti, non vestì mai la maglia della Nazionale maggiore. Il commissario tecnico Enzo Bearzot lo escluse dalla rosa azzurra che vinse il Mondiale di Spagna 1982, scegliendo un assetto più tattico e meno fantasista. Una decisione che fece discutere allora e che pesò a lungo sul giocatore. "Mi sarebbe bastato un minuto in campo con quella maglia", raccontò poi in più di un'intervista. Beccalossi raccolse comunque sette presenze e un gol con le selezioni giovanili, restando un punto di riferimento per tante annate Under.

Dopo l'addio all'Inter nell'estate del 1984, Beccalossi giocò nella Sampdoria di Mantovani — vincendo la Coppa Italia 1984-85 — quindi al Monza e in altri club minori, chiudendo la carriera nel 1991. Il bilancio finale parla di 189 presenze in Serie A e 31 reti, numeri che dicono molto sulla qualità di un giocatore capace tanto di segnare quanto, soprattutto, di costruire gioco. Infatti gli anni di Beccalossi sono ricordati anche per la coppia d'attacco con Alessandro Altobelli, che proprio dai suoi assist si nutriva.

Pallone su un campo di calcio italiano anni Ottanta, ricordo del Genio dell'Inter
Un pallone solo sull'erba: il calcio italiano piange uno dei suoi fantasisti più amati dal 1978 al 1991. · Immagine generata con IA

Dopo il calcio giocato: presidente del Lecco, opinionista, autobiografo

La vita di Beccalossi non si è fermata sul rettangolo verde. Tra il 2014 e il 2016 ha ricoperto la carica di presidente del Calcio Lecco, provando a riportare i blucelesti tra i professionisti dopo anni complicati. In parallelo ha collaborato con le selezioni giovanili federali e ha lavorato a lungo come opinionista televisivo per emittenti nazionali e regionali, dove la sua schiettezza bresciana piaceva al pubblico esattamente quanto la sua capacità di leggere il gioco. Nel 2023 ha pubblicato un'autobiografia in cui ripercorreva le notti milanesi, le sigarette fumate in panchina e l'amicizia con Michel Platini, senza nascondere debolezze e rimpianti.

Le reazioni al suo "addio" sono arrivate immediate e calorose. Fulvio Collovati, compagno di tanti scudetti azzurri ai Mondiali ma soprattutto compagno di squadra all'Inter, ha scritto: "Eri un grande, ce ne fossero ora di dieci come te. È stato un onore giocare insieme". Anche i campioni d'Italia 1979-80, da Marini a Pasinato passando per la dirigenza nerazzurra, hanno ricordato "anni bellissimi" trascorsi accanto a lui. Quindi un'eredità che non è solo sportiva, ma profondamente umana.

Evaristo Beccalossi morto: l'eredità di un calcio diverso

Perché si parla così tanto di lui? Perché Beccalossi rappresentava un calcio che oggi quasi non esiste più: quello in cui il fantasista mancino poteva permettersi di essere imprevedibile, talvolta discontinuo, sempre poetico. Un calcio fatto di pause e accelerazioni, di colpi di tacco e punizioni a foglia morta, di nottate dopo le partite e di una libertà che la moderna preparazione atletica ha sostituito con tabelle e GPS. Di conseguenza la sua scomparsa, a sei giorni dai 70 anni, suona come una piccola fine d'epoca per il calcio italiano, che già nelle ultime settimane aveva pianto altri ex protagonisti — fra tutti il caso, di natura diversissima ma altrettanto sentita, di Alex Zanardi, simbolo italiano dello sport e della resilienza.

Infine resta il dato umano: la decisione della famiglia di donare le cornee, in un momento di dolore privato, restituisce Beccalossi a una dimensione che va oltre il pallone. Per chi lo aveva amato in campo, è l'ultima giocata. Per chi non lo aveva visto giocare, sapere oggi che Evaristo Beccalossi morto non è solo un titolo di cronaca, ma un buon motivo per cercarlo su YouTube e capire perché la Milano nerazzurra continui a chiamarlo semplicemente "Becca".

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