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Arte

A passo d'uomo: Il mondo visto dal basso

Di Eleonora De Pascalis

A Roma, presso la Galleria Borghese, nella Sala del Sileno, è possibile interrogare la storia dell’esperienza umana a partire dai piedi. Basta soffermarsi sulla Madonna dei Palafrenieri di Caravaggio, datata 1606.
Dentro una cornice ottocentesca, tra le tensioni di luce e ombra, l’artista elegge un dettaglio dell’esperienza quotidiana a soggetto assoluto. Sotto lo sguardo di Sant’Anna in età di saggezza, una giovane Maria di estrazione popolare sostiene suo figlio Gesù per le braccia. Insieme, con il piccolo piede posato su quello materno, schiacciano la testa del serpente.

L’interpretazione caravaggesca, affine alla sensibilità della Controriforma, sottrae l’atto di schiacciare il male all’esclusiva di Maria, come vuole la tradizione iconografica cristiana, e lo condivide con il bambino. È un gesto educativo: un atto che, attraverso l’esempio, forma e orienta, preparando a diventare artefici del proprio destino.

Caravaggio ci ricorda, con intimità e precisione, quanto sia decisivo il nostro modo di stare al mondo. Nel gesto del bambino che appoggia il piede su quello materno, imparare a camminare è già l’inizio di un destino. Non è soltanto un atto guidato, ma una forma di conoscenza che attraversa la vita, anche quando crediamo di aver già imparato a stare in equilibrio. Ricordare i primi passi di un figlio diventa così l’inizio di un elogio che attraversa arte, cultura e storia del potere. Come chi, sulla sabbia, scopre che la propria presenza si manifesta, a ben guardare, proprio nelle impronte lasciate da una parte di sé.

I piedi sono anche il registro simbolico di antichi rituali religiosi che attraversano il mondo. Pensiamo, ad esempio, al pellegrinaggio alla Mecca: milioni di persone, uomini e donne di ogni estrazione sociale, camminano insieme intorno alla Kaaba, sette volte, in un movimento circolare che ripete da secoli un atto di devozione e di fede. Ogni passo, nella circumambulazione, è parte di un ritmo collettivo che unisce il sacro e il quotidiano, la presenza individuale e la moltitudine. Come in Caravaggio, anche nei grandi riti del mondo i piedi non servono solo ad imprimere una volontà, ma a ricordare, a condividere, a credere.

Anche nelle pratiche corporee il movimento nasce da questo rapporto con il suolo. Nello yoga, la stabilità della posizione si costruisce a partire dai piedi: prima di elevarsi, il corpo deve imparare a radicarsi. In altri contesti, ad esempio, si può danzare sul morso della taranta, come accade nella tradizione salentina del Tarantismo, per purificarsi e trasformare l’esperienza del dolore in espressione.

Battere il tempo con i piedi, o inventarne uno nuovo, è forse il gesto più antico e universale della musica e della danza. Dai passi eleganti e ritmici del tap dance di Fred Astaire, fino ai movimenti spezzati e sospesi di Michael Jackson, che sembrano sfidare la gravità, passando per il “molleggiato” di Adriano Celentano, ogni gesto trasforma il contatto con il suolo in linguaggio, ritmo e identità.

Ma il movimento dei piedi non è solo espressione individuale o spettacolare. Come ricorda Franco Battiato in Voglio vederti danzare, il corpo che danza nudo sul ritmo della terra apre uno spazio diverso, in cui gesto e trascendenza si sovrappongono. “Voglio vederti danzare tra i fuochi e sulla terra nuda”, canta, evocando una dimensione in cui il ritmo non appartiene più solo all’individuo, ma a una memoria collettiva e arcaica. Qui il piede diventa soglia: tra materia e invisibile, tra sé e comunità, tra volontà e abbandono.

Sul palcoscenico dello spettacolo quotidiano, come insegna Caravaggio, l’ombra è tanto più drammatica quanto intensa è la luce. Lo stesso vale per il tempo della memoria storica e contemporanea quando riguarda il rapporto tra potere e corpo femminile. Solo agli inizi del ventesimo secolo comincia a scomparire, in Cina, la tradizione dei piedi di loto: i piedi femminili venivano fasciati fin dall’infanzia, simbolo di un’estetica sociale elevata e raffinata, e deformati dolorosamente fino a misurare al massimo dodici centimetri.

Ancora oggi, al corpo della donna viene imposto di adeguarsi, tacitamente o dichiaratamente, anche attraverso le leggi. In Afghanistan, nel 2024, con il ritorno dei talebani al potere, sono state promulgate nuove leggi che limitano ulteriormente la libertà femminile. Alcune di queste restrizioni, come il divieto di produrre rumore con la suola delle scarpe, erano già in vigore negli anni Novanta.

Queste memorie, che segnano gli arti inferiori come registro di oppressione e controllo, trovano un riscontro anche nell’Occidente: l’uso dei tacchi alti, simbolo di eleganza e femminilità, comporta dolore e fatica, e impone al corpo femminile un modo specifico di camminare. Anche qui, pur in forma meno estrema, i piedi diventano strumenti attraverso cui si esprime il potere sociale e culturale, determinando la postura, il movimento e la percezione di sé.

Nella Madonna dei Pellegrini, sempre di Caravaggio, è il dettaglio - non celato ma esposto - dei piedi impolverati del pellegrino inginocchiato davanti alla Vergine. È un’esposizione cruda e realistica dell’esperienza terrena degli uomini che attraversano chilometri per raggiungere un luogo sacro. O chi, oggi in maniera drammatica, attraversa nazioni e continenti nel fenomeno delle migrazioni. Comunità, famiglie, individui affidano ai soli piedi l’arduo compito di portarli in salvo dalla propria città di origine al primo approdo possibile, dove sperare di costruire una nuova vita. A quei piedi, come insegna l’arte pittorica, la geografia del mondo si costituisce di strati di terra, sudore, sangue. Leggerne la pianta significa dare voce a una speranza rimasta viva nella fuga e nell’abbandono delle proprie origini. Non sfugge, a chi sa osservare, l’importanza e il valore umano incalcolabile di interrogare, chilometro dopo chilometro, cosa significhi affidare ai propri piedi, alle proprie gambe, al solo corpo, tutta la volontà di continuare ad amare la vita.

Prende forma d’impronta la nostra memoria e quella altrui: la storia di un popolo, di una nazione, di un continente. Quando diciamo “esco a piedi”, spesso senza pensarci, onoriamo la memoria e il futuro che portiamo con noi. Con i piedi possiamo baciare la terra e spingerci a toccare uno stralcio di cielo tra le fronde di un albero.

È da lì che si impara a stare al mondo.

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