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Yayoi Kusama: addio alla regina dei pois a 97 anni

Yayoi Kusama si è spenta a Tokyo il 14 agosto a 97 anni, ma il mondo lo ha saputo tredici giorni dopo. Dai pois nati dalle allucinazioni infantili al Narcissus Garden della Biennale, fino a Louis Vuitton.

Di Marietou Dione

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Il mondo ha saputo della morte di Yayoi Kusama con tredici giorni di ritardo. L'artista giapponese, la «regina dei pois», si è spenta il 14 agosto in un ospedale di Tokyo all'età di 97 anni, ma la notizia è stata resa pubblica soltanto giovedì 27 agosto, con un comunicato diffuso dal museo e dalla fondazione che portano il suo nome. Le cause della morte non sono state indicate.

C'è qualcosa di coerente in quel silenzio. Per settant'anni la donna con la parrucca rossa e gli abiti a pallini ha costruito un'opera intera attorno all'idea di dissolversi: self-obliteration, l'annullamento del sé dentro uno spazio che si moltiplica all'infinito. Prima di annunciarla al mondo, la sua scomparsa è rimasta per due settimane esattamente ciò che la sua arte inseguiva da sempre — una sparizione senza spettatori.

Yayoi Kusama, tredici giorni di silenzio prima dell'annuncio

L'annuncio, ripreso da Il Post e da tutte le principali testate italiane nella mattinata di giovedì, è arrivato attraverso il Yayoi Kusama Museum e la Yayoi Kusama Foundation; un comunicato parallelo è stato diffuso dalla sua casa editrice, a ricordare che accanto ai quadri c'erano romanzi e raccolte di poesie. «Non ha mai posato il pennello», si legge nella nota, che descrive un'artista al lavoro fino agli ultimi giorni.

Il testo parla di «una vita straordinaria interamente dedicata alla creazione artistica» e di una pratica che ha attraversato «arti visive, performance, narrativa e poesia». Non è formula di circostanza: Yayoi Kusama ha davvero occupato tutti quei campi contemporaneamente, e per decenni questo l'ha resa difficile da collocare per una critica abituata a etichette più strette.

Dalle allucinazioni infantili agli Infinity Nets di New York

Era nata a Matsumoto, nella prefettura di Nagano, il 22 marzo 1929, ultima di quattro fratelli, in una famiglia benestante e infelice. La madre osteggiava il suo talento e le strappava di mano fogli e matite; il padre, che aveva dovuto rinunciare al proprio cognome per assumere quello della moglie, cercava altrove le sue soddisfazioni, e alla bambina toccava il compito di spiarlo mentre incontrava le amanti.

Da quel disagio nasce, quasi letteralmente, il segno che l'avrebbe resa riconoscibile ovunque. Intorno ai dieci anni cominciò ad avere visioni in cui fiori e puntini si moltiplicavano fino a coprire l'intero campo visivo, cancellando il confine tra il proprio corpo e ciò che lo circondava. Inoltre la furia materna, che le imponeva di disegnare in fretta prima che il foglio sparisse, ha probabilmente contribuito all'urgenza seriale del suo tratto: dipingere prima che qualcuno intervenga.

Dopo gli studi di pittura tradizionale nihonga a Kyoto, avvertiti presto come una gabbia, scrisse a Georgia O'Keeffe allegando alcune immagini dei propri lavori e chiedendole come si facesse a emergere negli Stati Uniti. Alla fine degli anni Cinquanta arrivò a New York. Erano gli anni in cui prendevano forma minimalismo e Pop Art, e la scena era dominata dagli uomini: Yayoi Kusama vi entrò da giovane donna giapponese, cioè dalla posizione più periferica possibile.

Furono gli Infinity Nets a fissare il vocabolario di Yayoi Kusama: tele coperte da migliaia di minuscoli archi ripetuti senza tenere conto dei bordi, come se il quadro fosse solo un ritaglio di una superficie che continua altrove. Frequentò Donald Judd, Andy Warhol e Claes Oldenburg, e influenzò entrambi gli ultimi due — un dettaglio che la storiografia della Pop Art ha impiegato decenni a riconoscere.

Yayoi Kusama e la Biennale: il Narcissus Garden del 1966

Negli anni Sessanta la ripetizione uscì dalla tela. Nacquero le Accumulations, mobili e oggetti quotidiani sommersi da proliferazioni di forme morbide e spesso falliche, mentre i pois di Yayoi Kusama cominciarono a estendersi sui corpi durante happening in cui i partecipanti, nudi, venivano dipinti a pallini. Erano performance e insieme prese di posizione contro la guerra in Vietnam e contro il moralismo della società americana.

Il rapporto con l'Italia comincia nel modo più irregolare possibile. Nel 1966, senza alcun invito ufficiale, Yayoi Kusama installò nei pressi del Padiglione Italia della Biennale di Venezia centinaia di sfere specchianti — il Narcissus Garden — e provò a venderle ai visitatori come souvenir. Le superfici riflettenti moltiplicavano insieme il volto dello spettatore e il contesto attorno, mettendo in cortocircuito narcisismo, serialità e valore commerciale dell'opera d'arte. Ventisette anni dopo, nel 1993, sarebbe tornata a Venezia rappresentando ufficialmente il Giappone.

L'Italia è tornata al centro anche di recente: tra il 2023 e il 2024 la retrospettiva Infinito Presente, al Palazzo della Ragione di Bergamo, ha portato per la prima volta nel Paese Fireflies on the Water, una delle Infinity Mirror Room più celebri, in prestito dal Whitney Museum of American Art.

L'ospedale psichiatrico, lo studio e la disciplina del punto

Tornata in Giappone nei primi anni Settanta, dal 1977 Yayoi Kusama scelse di vivere stabilmente in una struttura psichiatrica di Tokyo, il Seiwa Hospital, per curare una grave depressione. Non fu un ritiro dall'arte, tuttavia: usciva ogni giorno per raggiungere il proprio studio e continuò a farlo per quasi mezzo secolo.

Vale la pena fissare il paradosso, perché è il cuore della sua biografia. L'artista vivente più venduta al mondo ha trascorso quarantotto anni in una clinica psichiatrica per libera scelta, andando al lavoro come si va in ufficio. Infatti la sua produttività non conobbe cali: negli ultimi anni pubblicava romanzi mentre le sue mostre generavano code ovunque.

Per un ventennio, però, quell'ostinazione non ebbe pubblico. La regista Heather Lenz, autrice di un documentario sulla sua vita, ha raccontato che all'inizio degli anni Novanta esisteva un solo catalogo delle sue opere. La riscoperta di Yayoi Kusama arrivò con la Biennale del 1993, la retrospettiva Love Forever e il successo planetario delle zucche a pois; nel 2014 The Art Newspaper la indicava come l'artista più popolare al mondo, e nel 2019 un Infinity Net è stato battuto all'asta per quasi otto milioni di dollari.

Yayoi Kusama e la moda: i pois di Louis Vuitton

Nessun altro artista contemporaneo è passato con altrettanta naturalezza dal museo alla vetrina. La collaborazione con Louis Vuitton, avviata nel 2012 quando la direzione creativa della maison era affidata a Marc Jacobs e ripresa un decennio più tardi, ha portato i suoi pallini su borse, vetrine e facciate in tutto il mondo, trasformando un sintomo in un pattern globale.

È lo stesso territorio che afgmagazine.news ha attraversato raccontando Dalí e la moda: il punto in cui un immaginario d'autore diventa merce senza smettere di essere opera. Tuttavia nel caso di Yayoi Kusama la posta era più alta, perché quei pois non erano un vezzo decorativo ma la trascrizione di un'allucinazione. Il rischio, evidente da anni, è che la riconoscibilità del marchio finisse per coprire la ricerca che l'aveva generata.

Sul punto lei fu sempre asciutta. «Il pensiero creativo nasce dalla solitudine», disse: «stando da sola di fronte all'arte, sono riuscita a forgiare il mio percorso». Quindi la popolarità, per Yayoi Kusama, non era mai stata il fine — semmai l'effetto collaterale di un'ossessione che restava privata anche quando riempiva le sale dei musei.

L'eredità di Yayoi Kusama: un futuro eternamente luminoso

Le sue opere sono conservate al Museum of Modern Art e al Whitney Museum di New York, alla Tate, e in decine di collezioni internazionali; l'ultima grande mostra australiana, alla NGV International di Melbourne, si è chiusa nell'aprile 2025. Le Infinity Mirror Rooms restano tra i dispositivi museali più frequentati del XXI secolo, secondo Exibart uno dei rari casi in cui un linguaggio d'avanguardia è diventato fenomeno di massa senza semplificarsi.

Nel 2017 aveva detto ai giornalisti: «Il mio desiderio, dopo la mia morte, è che un futuro eternamente luminoso, la bellezza dell'amore umano e la mia anima vengano tramandati». La fondazione ha risposto nel comunicato ripreso da Adnkronos promettendo di portare avanti quell'eredità.

Resta il punto — l'unità minima che Yayoi Kusama ha ripetuto milioni di volte per interrogare il confine tra individuo e universo. Infine, è difficile non leggere quei tredici giorni di silenzio come l'ultima opera: l'artista che aveva passato la vita a moltiplicarsi negli specchi si è congedata senza riflessi, e il mondo se n'è accorto solo dopo.

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