Leonardo Maria Del Vecchio lascia EssilorLuxottica
Leonardo Maria Del Vecchio lascia la presidenza di Ray-Ban e il ruolo di chief strategy officer di EssilorLuxottica. Nella lettera al cda accusa la gestione di Francesco Milleri, ma il vero nodo è lo stallo dentro Delfin.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo
Leonardo Maria Del Vecchio lascia tutti gli incarichi operativi in EssilorLuxottica. Dal 31 agosto il quartogenito del fondatore di Luxottica non è più presidente del marchio Ray-Ban né chief strategy officer del gruppo dell'occhialeria. La decisione è arrivata con una lettera al consiglio di amministrazione e all'amministratore delegato Francesco Milleri, anticipata da MF-Milano Finanza e poi confermata da un portavoce della società.
Il testo firmato da Leonardo Maria Del Vecchio è durissimo. Parla di una gestione «distante» e «impersonale», di un legame con i dipendenti che si è logorato, di persone «che devono tornare al centro». Ma la lettera racconta solo metà della storia. L'altra metà sta in un fascicolo che nessuna delle due parti ha voglia di citare: garanzie bancarie, dividendi congelati e una scadenza fissata al 30 ottobre in un tribunale del Lussemburgo.
Leonardo Maria Del Vecchio e la rottura con Francesco Milleri
Quello che rende la vicenda anomala non è il tono della lettera. È il destinatario. Milleri non è un avversario storico della famiglia: è il manager che il fondatore scelse per guidare il gruppo dopo di sé, ed è anche presidente di Delfin, la holding lussemburghese che controlla il 32,4% di EssilorLuxottica. Per quattro anni Leonardo Maria Del Vecchio ne è stato il braccio destro — dal retail alla guida delle strategie aziendali — e il principale alleato nel complicato governo dell'azionariato familiare.
La rottura, quindi, non è fra nemici. È fra alleati. Ed è per questo che il documento non somiglia a una lettera di dimissioni ma a un manifesto: chi se ne va senza avere più nulla da difendere, di solito, non scrive tremila battute sul senso di appartenenza.
Il gruppo ha risposto con una nota di tre righe, ringraziando Leonardo Maria Del Vecchio «per aver contribuito alla crescita del gruppo e alla realizzazione della visione strategica voluta dal padre» e augurandogli «uguale successo nella sua nuova avventura». Nessun commento sul merito delle accuse. La linea aziendale è tenere separata la gestione industriale dalle tensioni della famiglia.
C'è però un dettaglio che pesa: le dimissioni di Leonardo Maria Del Vecchio seguono quelle rassegnate lo scorso anno dal fratellastro Rocco Basilico. Dopo il 31 agosto, nessuno degli otto eredi mantiene un ruolo operativo dentro l'azienda fondata dal padre.
«Un'azienda non è una somma di funzioni. È un patto»
Il passaggio centrale della lettera di Leonardo Maria Del Vecchio è un confronto generazionale. Il fondatore, ricorda il figlio, «poteva essere durissimo», ma «aveva un rapporto quasi fisico con la sua azienda e con le sue persone»: sapeva cosa accadeva nelle fabbriche, nei negozi, negli uffici. «Non era sentimentalismo. Era leadership. Perché un'azienda non è una somma di funzioni. È un patto. E negli ultimi anni ho sentito quel patto indebolirsi.»
Da qui l'attacco alla trasformazione del gruppo in multinazionale: «Diventare una multinazionale non significa diventare impersonali. E la professionalizzazione non può essere il nome elegante che diamo alla perdita di appartenenza.» Poi la frase più tagliente, quella che sembra alludere a un caso preciso mai nominato: «Non puoi celebrare i tuoi manager quando vincono e scoprire improvvisamente la distanza istituzionale quando attraversano un momento difficile.»
Leonardo Maria Del Vecchio rifiuta infine il ruolo di facciata: «Non voglio diventare il figlio del fondatore utilizzato per rappresentare una continuità nella quale, su alcuni principi fondamentali, io stesso non mi riconosco più.» E la rivendicazione del bilancio personale: «Non lascio dopo una sconfitta. Lascio dopo aver fatto il mio lavoro.» Il mandato triennale in Ray-Ban, sostiene, si chiude quest'anno «con gli obiettivi superati».
Delfin, la cassaforte che Leonardo Maria Del Vecchio non controlla
Per capire il resto bisogna guardare alla holding. Vale circa 40 miliardi e non possiede soltanto la quota di EssilorLuxottica: è primo azionista di Monte dei Paschi con il 17,5%, secondo socio di Generali con oltre il 10%, detiene il 2,7% di UniCredit e il 28% di Covivio. È uno degli attori decisivi del risiko bancario italiano, come ha ricostruito Il Post.
Alla morte del fondatore, nel 2022, il capitale è stato diviso in otto quote identiche del 12,5%: sei ai figli, una alla vedova Nicoletta Zampillo, una a Rocco Basilico. Una soluzione pensata per tenere unito il patrimonio che ha prodotto l'effetto opposto, perché gli eredi hanno storie e ambizioni incompatibili — il maggiore, Claudio, ha 69 anni; il minore, Clemente, ne ha 22 — e in quattro anni non hanno mai trovato un accordo sull'esecuzione del testamento.
A febbraio Leonardo Maria Del Vecchio ha provato a rompere lo stallo: rilevare il 25% dei fratelli Luca e Paola per circa 10 miliardi e salire al 37,5%, diventando primo socio. Ad aprile l'assemblea ha approvato con sei voti su otto, contrari Claudio Del Vecchio e Rocco Basilico, che ha poi impugnato la procedura davanti alle autorità lussemburghesi. A giugno una tregua, con ritiro delle azioni legali; poche settimane dopo le accuse sono ricominciate.
Il dossier che la lettera non nomina: 1,3 miliardi e zero dividendi
Il piano si è però arenato altrove. Le banche hanno chiesto una lettera di patronage della holding, e il consiglio di Delfin non ha autorizzato l'impegno: in un board di giugno la proposta è stata respinta da quattro consiglieri su sei, con il voto favorevole di Milleri e del notaio Mario Notari. Del resto lo statuto vieta di dare in garanzia le azioni senza il consenso di tutti e otto i soci.
Ne esce una posizione paradossale: Leonardo Maria Del Vecchio possiede un pacchetto valutato circa 5 miliardi che non può impegnare come collaterale e che non produce reddito: tre soci su otto — Luca, Clemente e Paola — bloccano da due anni la distribuzione degli utili. Sull'altro piatto della bilancia, secondo il Corriere della Sera, c'è un'esposizione personale stimata per difetto in 1,3 miliardi: circa 650 milioni verso UniCredit, 350 riconducibili a Indosuez-Crédit Agricole, 110 di leasing. A cui si aggiunge una penale da 500 milioni per il mancato perfezionamento dell'acquisto delle quote dei fratelli.
A fine luglio Leonardo Maria Del Vecchio avrebbe negoziato un rifinanziamento con il fondo americano Apollo, a un tasso vicino all'8%. L'accordo però è condizionato all'approvazione della cosiddetta transfer notice, necessaria per trasferire il 12,5% alla società finanziaria Lmdv Fin. E il tribunale del Lussemburgo ha tempo fino al 30 ottobre per stabilire il valore delle partecipazioni.
Perché Leonardo Maria Del Vecchio esce adesso dagli incarichi
Con questo calendario sullo sfondo, l'uscita cambia significato. Le fonti vicine a Lmdv Capital parlano infatti di «pulizia della governance»: eliminata la sovrapposizione tra il ruolo di manager e quello di socio, Leonardo Maria Del Vecchio può muoversi dentro la holding senza il conflitto d'interessi che finora lo ingessava. Lasciare gli incarichi non è la conseguenza della rottura. È la precondizione della mossa successiva.
Lo conferma la formula scelta nella lettera: «Continuerò a esercitare fino in fondo la mia responsabilità di azionista attraverso Delfin.» Fuori dal gruppo, del resto, gli impegni di Leonardo Maria Del Vecchio non mancano: il family office Lmdv Capital controlla la maggioranza di Editoriale Nazionale — QN, Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno — possiede il 30% del Giornale, il marchio Twiga e Acqua e Terme di Fiuggi.
Curiosamente, dallo stesso stallo dipende anche l'antagonista di Leonardo Maria Del Vecchio. Alla chiusura della successione è legata la consegna a Milleri di 1,5 milioni di azioni EssilorLuxottica — circa 250 milioni, di cui 600mila titoli già ricevuti — che il fondatore gli aveva promesso in testamento. I due contendenti aspettano la stessa firma.
Il gruppo cresce, la cassaforte no
Nel frattempo l'azienda che Leonardo Maria Del Vecchio si lascia alle spalle, dal punto di vista industriale, funziona. Nel primo semestre 2026 EssilorLuxottica ha realizzato ricavi per 14,8 miliardi, in crescita del 5,7% a cambi correnti e del 9,7% a cambi costanti, con un utile netto adjusted di 1,9 miliardi pari al 13% del fatturato, in miglioramento rispetto al 12,8% dell'anno precedente. Il flusso di cassa libero è salito a 1,07 miliardi. Numeri che nessun altro gruppo del lusso italiano, dal Gruppo Armani in giù, può oggi esibire.
La Borsa, tuttavia, guarda altrove. Il 25 agosto il titolo ha chiuso a 159,15 euro, in calo dell'1,15%: rispetto ai 323,80 euro del 13 novembre 2025 la perdita supera la metà del valore, con una capitalizzazione scesa a circa 75 miliardi. Non è l'industria a essere sotto esame, sono gli equilibri della proprietà. Gli analisti di Equita, citati dall'ANSA, lo dicono chiaramente: l'uscita «ristabilisce una prassi di separazione tra proprietà e gestione che appare opportuna in questa fase di tensione nella governance di Delfin», ma il punto sensibile resta «il venir meno del supporto di Del Vecchio all'operato del presidente e ceo Milleri».
Resta un'ultima ironia. Nella lettera Leonardo Maria Del Vecchio scrive che «la distanza si sente, e le persone lo sanno prima dei mercati. Sempre». Sul senso di appartenenza può darsi che abbia ragione. Sulla frattura della famiglia, però, i mercati avevano capito da tempo: hanno dimezzato il valore del gruppo mentre i ricavi salivano del 9,7%. In questo caso hanno saputo prima loro.


