Donne in Parlamento: lo Stabilicum al voto finale oggi
Il Senato vota oggi in via definitiva lo Stabilicum. Mentre la protesta si concentra sulle 450mila firme, la riscrittura delle garanzie di genere può dimezzare le donne in Parlamento: le stime interne a Forza Italia parlano di un calo dal 33% al 15-20%.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Il Senato vota oggi in via definitiva la riforma elettorale, e il numero destinato a cambiare di più non è quello delle firme per le liste: è quello delle donne in Parlamento. Mentre la protesta politica si concentra sulle 450mila sottoscrizioni imposte ai partiti nuovi, dentro lo Stabilicum è passata quasi inosservata una riscrittura delle garanzie di genere che, secondo stime circolate dentro la stessa maggioranza, può tagliare quasi a metà la presenza femminile a Montecitorio.
Non è una previsione dell'opposizione. È il calcolo che ha spinto cinque parlamentari di cinque partiti diversi, maggioranza e opposizione insieme, a firmare la stessa lettera di allarme sulle donne in Parlamento. E l'allarme riguarda tre righe di tecnicalità che nessun titolo ha raccontato: il tetto sui capolista, l'alternanza interna alle liste e la pluricandidatura. Prese una per una sembrano dettagli. Moltiplicate fra loro, spiegano perché la quota femminile può restare intatta sulla carta e crollare nei fatti.
Donne in Parlamento: il voto finale e i tempi della terza lettura
Palazzo Madama ha chiuso lunedì 14 settembre l'esame degli emendamenti. Oggi, dopo le dichiarazioni di voto, arriva il sì finale dell'Aula. Poi il testo — la proposta A.C. 2822, depositata il 26 febbraio e già approvata dalla Camera il 16 luglio con 217 voti — torna a Montecitorio per la terza lettura, che secondo la ministra per le Riforme Elisabetta Casellati partirà il 28 settembre. Il governo conta sull'approvazione definitiva entro metà ottobre, prima che la sessione di bilancio occupi il calendario. Da quel momento le regole che decideranno quante donne in Parlamento siederanno nella prossima legislatura saranno definitive.
Il Senato ha lasciato sul testo anche modifiche minori ma non banali: la ridefinizione dei collegi della provincia di Bolzano e l'estensione del voto fuori sede ai caregiver familiari che assistono un parente fuori dalla propria regione, passata con 95 sì e 2 no su 46 astenuti. Il fronte caldo, però, è rimasto quello delle sottoscrizioni: 6.000 per collegio per chi non ha gruppi parlamentari, circa 450mila firme per presentarsi ovunque. Su quella norma — che abbiamo ricostruito nel dettaglio quando il Senato ha alzato il muro per le nuove liste — Giuseppe Conte e Alessandro Onorato hanno manifestato davanti al Senato, parlando di una misura «antidemocratica, illiberale e incostituzionale». Il tema delle donne in Parlamento, in quella piazza, non è mai comparso.
Intanto la partita vera si chiudeva in silenzio, dentro un emendamento che quasi tutti hanno letto come una vittoria dell'elettore.

Il tetto 60/40 che il Rosatellum metteva sui capolista, e lo Stabilicum no
Il Rosatellum del 2017 fissava un principio semplice: nessun genere poteva superare il 60% né fra i candidati nei collegi uninominali né fra i capolista dei listini proporzionali. Era il vincolo che contava, perché il capolista è l'unico candidato con una ragionevole certezza di essere eletto. Lo Stabilicum quel tetto sui capolista lo cancella. Lo conserva soltanto sul listino nazionale del premio di maggioranza: 28 posti riservati alle donne alla Camera, 14 al Senato. Quarantadue caselle protette su 600 seggi: è lì che si concentra ormai l'intera garanzia di legge sulle donne in Parlamento.
La meccanica delle liste arriva dall'emendamento Lisei, approvato il 10 settembre con 97 sì, 67 no e 2 astenuti. Liste da sette candidati, capolista bloccato ed escluso dalle preferenze, fino a tre preferenze sui nomi successivi, con l'obbligo di indicare generi diversi: se l'elettore ne esprime più di una sullo stesso sesso, la seconda e la terza vengono annullate. Rispetto al testo uscito dalla Camera c'è persino un miglioramento — l'alternanza ora parte dal capolista, quindi se il primo è un uomo il secondo dev'essere una donna. Nel testo precedente partiva dal terzo nome. Sulla carta, dunque, le donne in Parlamento avrebbero perfino più tutele di prima.
Tuttavia il miglioramento riguarda la parte della lista che in gran parte dei collegi non elegge nessuno. Nulla impedisce a un partito di schierare uomini come capolista in tutti i collegi: la scelta è lasciata alle segreterie. E le donne in Parlamento entrano soprattutto da quella prima casella. Su Avvenire l'analisi è netta: senza una regola che fissi un rapporto stabile uomo-donna fra i capilista blindati «appare inevitabile un Parlamento tinto d'azzurro», e le preferenze, storicamente, premiano i candidati uomini. Le garanzie rimaste sono definite «un palliativo».
La pluricandidatura: una sola candidata può coprire cinque collegi
Qui si apre il meccanismo che nessuna cronaca ha spiegato. Lo Stabilicum consente a un candidato di presentarsi in una lista circoscrizionale e, contemporaneamente, in un massimo di cinque liste di collegi plurinominali. Lo hanno documentato Paolo Gambatesa e Michael Bianchi dell'Università di Milano su Le Costituzionaliste, e l'effetto sulle donne in Parlamento è puramente aritmetico.
Un partito può candidare la stessa donna in cinque collegi diversi. Sulla carta soddisfa le proporzioni in cinque posti. Nella realtà quella candidata può essere eletta una volta sola: negli altri quattro collegi scatta l'obbligo di alternanza e il seggio scivola al nome successivo, che per definizione è un uomo. La quota formale regge, il risultato no. È esattamente così che le donne in Parlamento possono diminuire senza che nessuna regola venga violata.
A questo si somma un secondo vuoto: la coalizione deve candidare almeno il 40% di donne, ma il vincolo vale sul totale nazionale, non circoscrizione per circoscrizione. Infatti nulla garantisce che la proporzione venga rispettata in ogni singolo territorio, e i due autori parlano apertamente di una disciplina «peggiorativa rispetto a quella del Rosatellum» già a partire dall'emendamento Bignami approvato alla Camera: per le donne in Parlamento il testo arretra rispetto al 2017.

Donne in Parlamento: le stime che circolano dentro la maggioranza
Le valutazioni informali che girano fra gli uffici legislativi parlano di 60-70 elette alla Camera. Oggi le deputate sono 129: significa quasi un dimezzamento delle donne in Parlamento a Montecitorio. Ma la stima più dura, come riportato da Il Post, non arriva dall'opposizione: l'ha elaborata Forza Italia, che nei propri conteggi interni vedeva le donne in Parlamento scendere dall'attuale 33% a un massimo del 15%, poi corretto al rialzo intorno al 20%.
C'è un dettaglio che rende il numero più eloquente. Forza Italia è il gruppo con la più bassa presenza femminile del Parlamento: 17 elette su 63, il 27%. Il partito che ha meno donne fra i suoi banchi è quello che ha prodotto la proiezione più allarmata sulle donne in Parlamento — un indizio su quanto il calcolo sia tecnico e non polemico.
Infine il punto che quasi nessuno mette in fila: il Parlamento che vota oggi è già quello del primo arretramento. Dalla XIII alla XVIII legislatura la presenza femminile era cresciuta senza interruzioni; con le elezioni del 2022 è calata in entrambe le Camere, fermandosi a 129 deputate e 69 senatrici su 600, il 33% complessivo (32,25% alla Camera, 34,47% al Senato). Restiamo sopra la media dell'Unione Europea, ferma al 27%, e tuttavia lo Stabilicum non taglierebbe un massimo storico: taglierebbe un numero che ha già cominciato a scendere. Sono i dati che raccontano meglio lo stato della rappresentanza e della società italiana.
La lettera trasversale delle parlamentari e le otto proposte respinte
Il fronte che si è mosso non è di parte. La lettera di allarme è stata coordinata da Elena Bonetti (Azione) e sottoscritta da Chiara Gribaudo (Partito Democratico), Luana Zanella (Alleanza Verdi e Sinistra), Isabella De Monte (Forza Italia) e Silvana Comaroli (Lega). Tre firme di opposizione, due di maggioranza: sulle donne in Parlamento lo schieramento si è rotto in orizzontale. Bonetti ha chiesto alle senatrici di «tenere gli occhi apertissimi sul testo che verrà fuori dall'esame di Palazzo Madama». Le correzioni introdotte al Senato, riferiscono le stesse promotrici, le hanno rassicurate solo in minima parte.
Le opposizioni avevano depositato otto proposte condivise, fra cui due preferenze libere e l'alternanza di genere fra i capilista fissata al 50-50. Sono state tutte respinte, come l'emendamento che chiedeva la raccolta digitale delle firme. Il risultato è che il riequilibrio delle donne in Parlamento resta interamente nelle mani delle segreterie, cioè degli stessi soggetti che nella composizione attuale si sono fermati a un terzo.
Donne in Parlamento: il nodo costituzionale e cosa succede adesso
L'articolo 51 della Costituzione impone alla Repubblica di adottare «appositi provvedimenti» per garantire pari opportunità di accesso alle cariche elettive, un obbligo che secondo la dottrina non può essere aggirato nemmeno invocando l'ampia discrezionalità del legislatore in materia elettorale. È il perimetro costituzionale dentro cui va letta ogni norma sulle donne in Parlamento. La Corte costituzionale, con la giurisprudenza consolidata delle sentenze 4/2010 e 35/2017, ha già qualificato la preferenza di genere come norma riequilibratrice legittima. La Commissione di Venezia, dal canto suo, ricorda nel parere 190/2002 che modificare ripetutamente la legge elettorale è indice di un basso tasso di democraticità.
Le opposizioni annunciano ricorso alla Consulta subito dopo l'approvazione definitiva, ma il bersaglio dichiarato sono le firme, non le quote. Sul genere, perciò, non c'è una scorciatoia giurisdizionale: per le donne in Parlamento la finestra utile è la terza lettura della Camera dal 28 settembre, quella che Casellati dà già per chiusa senza modifiche.
Tredici giorni separano il voto di oggi dal ritorno a Montecitorio. In quella finestra il numero delle donne in Parlamento non dipende più da un emendamento, ma da una scelta che le leggi non sanno imporre: quanti nomi femminili i partiti metteranno in cima alle liste, nell'unica casella che elegge davvero.


