Raccolta firme: il Senato alza il muro per le nuove liste
Raccolta firme quadruplicata dal Senato, da 1.500 a 6.000 sottoscrizioni per collegio. Ma nello stesso emendamento c'è l'obbligo di presentarsi in metà delle circoscrizioni: il costo d'ingresso per una lista nuova non cresce di quattro volte, ma di almeno cinquantasei.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

La raccolta firme per presentarsi alle elezioni politiche costa oggi 1.500 sottoscrizioni per collegio. Con l'emendamento approvato dal Senato venerdì 11 settembre 2026 ne costerà 6.000, fino a un massimo di 7.000. Tutte le cronache hanno titolato la stessa cifra: le firme "quadruplicano". È vero, ed è la parte meno importante della notizia.
Perché nello stesso pacchetto di modifiche allo Stabilicum c'è una seconda norma, che non riguarda quante firme servono ma dove vanno raccolte. Presa insieme al moltiplicatore, quella clausola non quadruplica il costo della raccolta firme: lo moltiplica per almeno cinquantasei. Nessuna testata l'ha calcolato, perché le due disposizioni stanno in commi diversi dello stesso emendamento e le agenzie le hanno raccontate separatamente.
Raccolta firme: che cosa dice davvero la legge in vigore
Il testo unico dedica alla questione poche righe, e vanno lette insieme. Il punto di partenza è l'articolo 18-bis del D.P.R. 361/1957, il testo unico per l'elezione della Camera. Il dossier del Servizio studi della Camera sul sistema elettorale vigente lo riporta alla lettera: la dichiarazione di presentazione di una lista «deve essere sottoscritta da almeno 1.500 e da non più di 2.000 elettori del collegio plurinominale».
Subito dopo, però, arriva la clausola sulla raccolta firme che nessuno ha riaperto in questi giorni: «Ciascuna lista deve presentare candidature in almeno due terzi dei collegi plurinominali della circoscrizione, a pena di inammissibilità». Della circoscrizione, non del Paese. Oggi la legge non impone a nessuno di essere nazionale.
Tradotto in numeri: alla Camera il territorio è diviso in 28 circoscrizioni e 49 collegi plurinominali (più 147 uninominali), al Senato in 20 circoscrizioni e 26 collegi plurinominali, secondo il decreto legislativo 177/2020 che li ha ridisegnati dopo il taglio dei parlamentari. Diverse circoscrizioni contengono un solo collegio plurinominale. Per una lista nuova, quindi, il pavimento legale della raccolta firme è oggi 1.500 sottoscrizioni in un solo pezzo d'Italia.

Il moltiplicatore vero non è quattro
Il testo dello Stabilicum approvato dalla Camera il 16 luglio, e ora all'esame di Palazzo Madama, aveva già introdotto una soglia che nella legge vigente non esiste: l'obbligo di presentarsi in almeno un terzo delle circoscrizioni. L'emendamento dell'11 settembre porta quel terzo a metà e, insieme, quadruplica le sottoscrizioni. Due leve sulla stessa serratura: quante firme e quanta Italia.
Sul costo della raccolta firme le due leve agiscono l'una sull'altra, e vanno moltiplicate, non sommate. Metà delle 28 circoscrizioni della Camera fanno 14, e in ciascuna serve almeno un collegio: 14 per 6.000 uguale 84.000 firme autenticate. Contro le 1.500 di oggi, il rapporto è 56 a 1. Il Sole 24 Ore conta invece metà dei 49 collegi, cioè 25: in quel caso il pavimento sale a 150.000, cento volte il minimo attuale. Le cronache divergono sull'unità di misura, ma in nessuna lettura la raccolta firme diventa quattro volte più cara: il minimo è cinquantasei volte.
Per correre davvero ovunque, i conti li ha fatti in Aula, come riporta l'ANSA, il senatore del Pd Dario Parrini: 49 collegi per 6.000 fanno quasi 300.000 firme solo per Montecitorio, «un numero pari all'1% di tutti i voti espressi alle ultime elezioni politiche». È la cifra che è finita sui titoli, ed è quella che descrive peggio la nuova raccolta firme, perché nessuna legge italiana ha mai chiesto a una lista di presentarsi dappertutto.
Chi la raccolta firme non deve farla
La seconda metà della forbice è l'esonero. Nella legge vigente è strettissimo: secondo il comma 2 dell'articolo 18-bis nessuna sottoscrizione è richiesta ai partiti «costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all'inizio della legislatura», più le minoranze linguistiche che abbiano già conquistato un seggio. Due gruppi, non uno.
Il nuovo testo allarga quella porta mentre alza il muro per tutti gli altri. Restano esonerati dalla raccolta firme i partiti con due gruppi, ma anche quelli che ne avevano costituito almeno uno entro il 31 dicembre 2025: una data che al momento del voto era già passata da otto mesi. Ne beneficiano, fra gli altri, Italia Viva e Azione. Chi ha soltanto una componente in un ramo del Parlamento — è il caso di +Europa e di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci — resta alle attuali 1.500-2.000 firme. Tutti gli altri passano a 6.000.
Sono tre gradini, e il criterio che li separa non è il consenso ma l'anagrafe parlamentare. Una forza nata nel 2026 non potrà mai soddisfare un requisito fissato al 31 dicembre 2025: la classe degli esonerati è chiusa per definizione, e la raccolta firme diventa il pedaggio permanente di chi è arrivato dopo.
Il precedente del 2017, e perché stavolta è diverso
La tecnica della data già scaduta non è nuova. Il dossier della Camera la documenta per le politiche del 2018: furono esonerati anche i partiti costituiti in gruppo in almeno una Camera alla data del 15 aprile 2017 — norma scritta nel novembre 2017, quindi anch'essa retrodatata. Ma con due differenze che cambiano tutto.
La prima: valeva «limitatamente alle elezioni politiche del 2018». Era una deroga a scadenza, non una regola di sistema: finite quelle elezioni, la raccolta firme tornava uguale per tutti. La seconda: in quello stesso pacchetto il legislatore abbassò il muro per tutti, riducendo a un quarto il numero delle sottoscrizioni necessarie (legge 205/2017, articolo 1, comma 1123). Nel 2017 il Parlamento allargò l'esonero e insieme alleggerì la raccolta firme per chi l'esonero non ce l'aveva. Nel 2026 allarga il primo e quadruplica la seconda.

Raccolta firme e calendario: il vincolo che nessuno ha contato
C'è infine il tempo, e qui la norma diventa aritmetica pura. Le liste si depositano dalle ore 8 del trentacinquesimo alle ore 20 del trentaquattresimo giorno prima del voto: una finestra di 36 ore, in fondo a poche settimane di campagna. Le firme vanno autenticate una per una da notai, giudici di pace, sindaci o assessori, ai sensi dell'articolo 14 della legge 53/1990, e nessun elettore può sottoscrivere più di una lista: la raccolta firme è un gioco a somma zero fra i concorrenti.
Ottantaquattromila autentiche in quel calendario non sono un ostacolo organizzativo alla raccolta firme: sono una barriera. Tuttavia la legge prevede un correttivo, ricordato in Aula dal presidente del Senato Ignazio La Russa: in caso di scioglimento che anticipi di oltre 120 giorni la scadenza naturale, le sottoscrizioni si dimezzano. È una consolazione paradossale, perché il dimezzamento scatta proprio nello scenario — le elezioni anticipate — in cui una forza nuova ha meno tempo di tutti per organizzare la raccolta firme.
Conte chiama il Quirinale, ma il Colle non ha la leva
Giuseppe Conte ha chiesto pubblicamente a Sergio Mattarella di fermare «la norma vergognosa sulla raccolta firme», e da Campobasso ha spiegato che cosa lo preoccupa davvero: «Quella legge dice che Progetto Civico o il Psi non entrano in Parlamento». Antonio Tajani ha risposto dal palco dei giovani di Forza Italia a Montesilvano: «È una vergogna giocare con la democrazia cercando di presentare liste finte o liste civetta», perché senza firme la politica diventa «forza Roma forza Lazio». Per Peppe De Cristofaro (Avs) la nuova raccolta firme è «antidemocratica e anticostituzionale»; Elly Schlein l'ha definita «pessima legge».
Sul piano procedurale, però, l'appello al Colle non ha appigli: il Presidente della Repubblica non può intervenire su un testo in corso d'esame, e il rinvio alle Camere previsto dall'articolo 74 della Costituzione è possibile soltanto dopo l'approvazione definitiva. Prima di allora, l'unico terreno resta quello parlamentare — dove peraltro l'opposizione non è compatta, visto che l'esonero legato al 31 dicembre 2025 protegge due alleati del campo largo e non gli altri.
Il Senato dovrebbe chiudere la votazione nei prossimi giorni; poi il testo, modificato, tornerà per forza alla Camera per la terza lettura. Fino ad allora la raccolta firme resta quella dell'articolo 18-bis: 1.500 sottoscrizioni, due terzi dei collegi di una sola circoscrizione, nessun obbligo di essere nazionali. È la misura esatta di quanto sta per cambiare.


