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Economia e FinanzaModa

Filiera della moda: 100 milioni senza data di apertura

Il decreto del 6 agosto destina 100 milioni alla filiera della moda: programmi da 1 a 20 milioni, agevolazioni fino al 75%, riserve per micro imprese e Mezzogiorno. Ma lo sportello non è ancora aperto e la graduatoria si costruisce su due indici di bilancio.

Di Marietou Dione

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Filiera della moda: laboratorio tessile e di pelletteria italiano vuoto, con rotoli di tessuto e macchine da cucire ferme
Immagine generata con IA

Il 10 settembre 2026 il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha reso pubblico il decreto che destina 100 milioni di euro alla filiera della moda, del tessile e degli accessori. Il ministro Adolfo Urso lo ha presentato come una misura che premia «chi produce in Italia, valorizza la filiera nazionale e protegge il lavoro e le competenze dei nostri territori». Le ventisette pagine del provvedimento, però, dicono sulla filiera della moda qualcosa di più preciso: produrre in Italia vale una maggiorazione del 3 per cento, la graduatoria si costruisce su due indici di bilancio e la data per presentare le domande non esiste ancora.

Filiera della moda: che cosa stanzia davvero il decreto

Il decreto ministeriale porta la data del 6 agosto 2026 ed è attuativo dell'articolo 3 della legge 11 marzo 2026 n. 34, la legge annuale sulle piccole e medie imprese entrata in vigore il 7 aprile. I 100 milioni destinati alla filiera della moda non sono risorse fresche: sono assegnati a un'apposita sezione del Fondo per la crescita sostenibile, lo strumento nato nel 2012 per finanziare programmi con impatto sulla competitività dell'apparato produttivo.

Possono accedere le PMI della filiera della moda con programmi di sviluppo compresi fra 1 e 20 milioni di euro, da realizzare in unità locali sul territorio nazionale. Le agevolazioni arrivano sotto forma di contributo a fondo perduto e, su richiesta, di finanziamento agevolato pari al 20 per cento degli investimenti ammissibili, con durata fino a dieci anni oltre tre di preammortamento e un tasso pari al 20 per cento di quello di riferimento. La somma delle due voci non può superare il 75 per cento dell'investimento, e l'impresa deve coprire almeno il 25 per cento con risorse proprie o con finanziamento esterno privo di sostegno pubblico.

Il piano può essere completato da progetti di innovazione di processo e organizzativa fino al 40 per cento dell'investimento e da formazione del personale fino al 20 per cento. La ricerca industriale entra solo sopra i 5 milioni di spese ammissibili. Due riserve dividono la dotazione destinata alla filiera della moda: il 25 per cento alle micro e piccole imprese, il 40 per cento — quaranta milioni — ai programmi realizzati in Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna. Le imprese possono anche presentarsi insieme, in aggregazioni da tre a sei soggetti, con una quota individuale mai inferiore a 200.000 euro.

La graduatoria della filiera della moda guarda i bilanci

Qui il decreto diventa interessante. Le agevolazioni non vanno a chi arriva prima ma a chi si posiziona meglio in una graduatoria, e l'articolo 9 elenca i tre indicatori che ordinano le domande della filiera della moda: la copertura finanziaria del piano, cioè il rapporto fra mezzi propri, debiti a medio termine e altre disponibilità sul totale degli investimenti; il rapporto fra margine operativo lordo e totale delle spese ammissibili; il possesso di certificazioni etico-sociali e di strumenti di tracciabilità della catena di fornitura.

Due indicatori su tre sono indici di bilancio. Chi ha più patrimonio e più EBITDA parte davanti; chi ha i conti tirati resta indietro, per quanto sia industrialmente sensato il suo progetto. In un comparto che secondo la Camera Nazionale della Moda ha perso dieci miliardi di fatturato dal 2023 e che nel 2026 si fermerà a 91,384 miliardi, è una scelta che orienta il denaro verso la parte più solida della filiera della moda, non verso quella che sta peggio. I pesi esatti di ciascun criterio, e gli eventuali punteggi minimi, sono rinviati al provvedimento che aprirà il bando della filiera della moda.

Sala istituzionale vuota di un ministero italiano, il luogo in cui è stato firmato il decreto sulla filiera della moda
Il decreto sulla filiera della moda è stato firmato il 6 agosto e reso pubblico il 10 settembre: in mezzo, trentacinque giorni. · Immagine generata con IA

Il Made in Italy pesa tre punti percentuali

Al punteggio della graduatoria si applicano poi cinque maggiorazioni, ed è qui che il provvedimento dichiara che cosa intenda premiare davvero nella filiera della moda. Tre per cento per il rating di legalità, tre per cento per la certificazione della parità di genere, tre per cento per l'utilizzo prevalente di semilavorati di origine italiana o europea, tre per cento per i piani congiunti in cui le imprese coprono fasi diverse della catena del valore. La quinta, la più pesante, vale dieci per cento e scatta quando il costo del personale supera il 15 per cento del fatturato.

Il confronto con il comunicato ministeriale è istruttivo. La promessa di «premiare chi produce in Italia» si traduce in una maggiorazione del 3 per cento, la stessa riconosciuta a un'impresa che abbia la certificazione di parità di genere. Regge invece, e con il peso maggiore, la promessa di proteggere il lavoro: la premialità da dieci punti percentuali per le aziende ad alta intensità di manodopera è la leva più forte dell'intero provvedimento, ed è coerente con una filiera della moda fatta di lavorazioni che non si automatizzano. Infatti è l'unico criterio che distingue davvero un terzista italiano da un'impresa che assembla altrove.

Cento milioni, 37.331 imprese e la soglia da un milione

La dimensione dello stanziamento va misurata sulla filiera della moda che dovrebbe sostenere. Secondo il rapporto Lo Stato della Moda di Confindustria Moda, nel 2025 il sistema contava 37.331 imprese e 372.200 addetti, con un calo rispettivamente del 3,2 e del 2,6 per cento. Distribuiti su quella platea, 100 milioni valgono 2.679 euro a impresa. Nessuno ha mai pensato di distribuirli: ed è esattamente questo il punto.

La soglia minima di un milione di euro di spese ammissibili definisce la platea reale. L'agevolazione massima per un singolo programma arriva a 15 milioni, cioè il 75 per cento del tetto di venti: sette programmi di dimensione massima basterebbero, in teoria, a consumare l'intero stanziamento. Tolti i quaranta milioni vincolati al Mezzogiorno, per il resto della filiera della moda — i distretti di Toscana, Veneto, Marche e Lombardia — restano sessanta milioni, quattro programmi da tetto.

La riserva del 25 per cento alle micro e piccole imprese convive con quella soglia da un milione. Per una microimpresa la porta d'ingresso praticabile è quasi soltanto l'aggregazione, dove la quota individuale scende a 200.000 euro ma serve mettersi in fila con altre due imprese almeno. Tuttavia resta un dettaglio da chiarire: l'articolo 6 apre agli interventi di semplice rinnovo di impianti e macchinari per i programmi «non superiori a un milione», mentre lo stesso articolo fissa a un milione la soglia minima di spesa. La finestra, letteralmente, è larga un valore solo.

Negozio di abbigliamento chiuso in un centro storico italiano, il commercio di prossimità escluso dal decreto sulla filiera della moda
Nell'allegato del decreto sulla filiera della moda non compare nessun codice del commercio al dettaglio. · Immagine generata con IA

Lo sportello della filiera della moda non è ancora aperto

La cronologia è la parte più concreta della vicenda. La legge che assegna i 100 milioni alla filiera della moda è in vigore dal 7 aprile 2026. Il decreto attuativo è stato firmato il 6 agosto e pubblicato sul sito del ministero il 10 settembre, con l'avviso in Gazzetta Ufficiale ancora «in corso di pubblicazione». I termini iniziale e finale per presentare le domande saranno fissati da un ulteriore provvedimento del Direttore generale per gli incentivi alle imprese, di cui non si conosce la data.

Nel frattempo le imprese della filiera della moda devono aspettare, e non per scelta: il decreto richiede che i programmi siano avviati dopo la presentazione della domanda, e considera avvio anche il primo impegno giuridicamente vincolante a ordinare attrezzature. Chi ha già firmato per un macchinario resta fuori. Chi non ha firmato deve congelare l'investimento fino a una data che nessuno ha ancora scritto. Poi la fila si allunga: graduatoria entro 30 giorni dalla chiusura del bando, istruttoria entro 90 giorni per ciascuna domanda, realizzazione entro 36 mesi prorogabili di altri dodici.

Un precedente aiuta a capire quanto sia affollata quella fila. Il 7 luglio 2026 il ministero ha aperto la piattaforma del credito d'imposta design e ideazione estetica: 60 milioni esauriti in 24 ore con oltre 400 pratiche presentate, in prevalenza da imprese della filiera della moda. «Siamo al lavoro per reperire ulteriori risorse», dichiarò Urso quel giorno. Questi 100 milioni non sono quelle risorse: erano già stati assegnati dalla legge di marzo, quattro mesi prima che lo sportello del credito d'imposta si svuotasse in un giorno.

Fuori dal perimetro: i negozi

L'allegato n. 1 definisce che cosa sia, per il ministero, la filiera della moda: tre divisioni ATECO intere — tessili, abbigliamento, pelli e cuoio — più ventitré codici puntuali che vanno dalla serigrafia su tessuto ai profumi, dal rivestimento dei metalli per accessori agli orologi, dalla bigiotteria alle montature per occhiali, fino alla progettazione di moda. È un perimetro industriale, e quindi non contiene nemmeno un codice del commercio al dettaglio.

Due giorni dopo l'annuncio sulla filiera della moda, il 12 settembre, Federazione Moda Italia-Confcommercio ha diffuso il consuntivo dei saldi estivi: agosto chiuso con un calo medio del 2,6 per cento in valore rispetto al 2025, con il 45 per cento delle imprese in flessione, il 37 per cento stabile e il 18 per cento in crescita. La ripresa di agosto che Federmoda si aspettava a inizio stagione non è arrivata. «Il problema non sono i saldi, ma la debolezza dei consumi e condizioni di mercato sempre più difficili per i negozi indipendenti», ha dichiarato il presidente Giulio Felloni, avvertendo che senza interventi «il rischio è una nuova accelerazione della desertificazione commerciale».

Al Tavolo della Moda del ministero Federmoda ha chiesto quattro misure: voucher per gli acquisti nei negozi indipendenti, credito d'imposta sui canoni di locazione, svalutazione progressiva delle rimanenze di magazzino e una Giornata Nazionale della Moda Italiana. Nessuna delle quattro compare nel decreto del 6 agosto, perché il decreto parla a un'altra parte della filiera della moda. Quindi il vero banco di prova non è l'annuncio da 100 milioni, ma il provvedimento che fisserà la data delle domande: la dotazione, per esplicita previsione dell'articolo 3, può essere incrementata da assegnazioni successive. Il 22 settembre, intanto, Milano apre la sua Fashion Week.

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