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Collegi uninominali aboliti: la riforma elettorale è legge

Collegi uninominali aboliti: la Camera approva in via definitiva la riforma elettorale con 227 sì e 164 no. Spariscono 209 dei 221 collegi uninominali, i dodici superstiti sono tutti in Valle d'Aosta e Trentino-Alto Adige.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Collegi uninominali aboliti: un seggio elettorale italiano deserto all'alba, con urna sigillata e cabine chiuse
Immagine generata con IA

I collegi uninominali sono stati cancellati dal sistema elettorale italiano. È il fatto più grande della giornata del 8 ottobre 2026, e non compare in nessun titolo: alle 12.39, con 227 voti favorevoli e 164 contrari a scrutinio segreto, la Camera ha approvato in via definitiva la proposta di legge Bignami e altri, ribattezzata Stabilicum dalla maggioranza e «legge truffa» dai cartelli esposti in Aula dalle opposizioni. La riforma elettorale è legge. Ma mentre il dibattito si è consumato sul premio e sulle preferenze, il provvedimento ha fatto sparire duecentonove dei duecentoventuno collegi uninominali in cui l'Italia vota dal 2017.

Il testo è lo stesso approvato dalla Camera il 16 luglio e modificato dal Senato il 15 settembre. Era quindi una terza lettura, e l'articolo 70, comma 2, del regolamento di Montecitorio imponeva un vincolo preciso: in questa fase l'Aula «delibera soltanto sulle modificazioni apportate dal Senato». Su quelle modificazioni, il 7 ottobre, il governo ha posto tre voti di fiducia. Fra le norme blindate dalla fiducia c'erano anche quelle che chiudono la storia dei collegi uninominali.

Collegi uninominali: duecentonove su duecentoventuno spariscono dalla scheda

La riforma trasforma un sistema misto in un sistema proporzionale corretto da un premio. Il perno della trasformazione sono i collegi uninominali, e il passaggio tecnico lo descrive il dossier congiunto dei Servizi studi di Camera e Senato sull'A.C. 2822-B, in una frase che nessuna agenzia ha ripreso: «sono soppressi i collegi uninominali ed i seggi corrispondenti (142 alla Camera e 67 al Senato) sono assegnati ai collegi plurinominali che li contengono».

L'aritmetica è verificabile. Le tabelle del decreto legislativo 177 del 2020 disegnano 147 collegi uninominali alla Camera e 74 al Senato: 221 in tutto. Ne vengono soppressi 209. Oggi i tre ottavi dei seggi si assegnano nei collegi uninominali con il metodo plurality, cioè al candidato più votato in un territorio preciso; da domani quei 209 seggi confluiscono nei 49 collegi plurinominali della Camera e nei 26 del Senato, dove si eleggono per lista. Il legame fra un deputato e un pezzo di territorio identificabile, che i collegi uninominali del Rosatellum avevano conservato, si interrompe.

Il reticolo dei collegi plurinominali resta quello del 2020: campagna italiana divisa in parcelle irregolari vista dall'alto al tramonto
I collegi plurinominali che assorbono i seggi uninominali restano quelli disegnati nel 2020, e il meccanismo che avrebbe dovuto aggiornarne i confini viene abrogato. · Immagine generata con IA

Il premio cambia nome, e il dossier lo misura

Scomparsi i collegi uninominali, tutto il peso maggioritario del sistema si concentra in un unico dispositivo. Il premio è fisso: 70 seggi alla Camera, 35 al Senato, sottratti al monte da distribuire proporzionalmente. Scatta solo se la stessa lista o coalizione arriva prima e supera il 42 per cento dei voti validi in entrambe le Camere; se manca anche una sola delle due condizioni, il riparto è integralmente proporzionale in tutti e due i rami. Il tetto è 220 seggi alla Camera e 113 al Senato.

Qui il dossier che accompagna la soppressione dei collegi uninominali fa due cose che la propaganda dei due schieramenti non ha raccolto. La prima è terminologica: la proposta chiama il meccanismo «premio di governabilità», ma una nota del Servizio studi segnala che quella locuzione la Corte costituzionale l'ha usata nella sentenza 35 del 2017 per identificare un premio di natura diversa, condizionato al raggiungimento di almeno il 50 per cento dei voti o dei seggi. E la scheda di lettura è netta: «si tratta, in senso tecnico, di un premio di maggioranza».

La seconda osservazione è aritmetica, e va nella direzione opposta. Applicando ai numeri del sistema senza collegi uninominali il test di proporzionalità della Consulta — la «divaricazione» fra percentuale di voti e percentuale di seggi — il dossier calcola che chi vince con il 42 per cento ottiene circa 132 seggi nel riparto proporzionale sui 314 rimasti, più i 70 del premio: 202 seggi su 400, cioè il 50,5 per cento. La divaricazione è di 8,5 punti. Nel 2017 la Corte aveva giudicato ammissibile l'Italicum, il cui premio produceva uno scarto di 15 punti (dal 40 per cento dei voti al 55 per cento dei seggi). Il valore effettivo del premio, al netto dei seggi che il vincitore perde perché il riparto proporzionale si riduce a 314 posti, tocca il massimo proprio alla soglia del 42 per cento — 41 seggi, il 10,3 per cento dell'Assemblea — e si azzera poco oltre il 57 per cento dei voti.

Il premio più contestato della storia repubblicana recente, misurato con il metro che la Corte ha costruito, distorce dunque meno di quello che la Corte ha già dichiarato legittimo. Il paradosso è che la sproporzione teorica si riduce proprio mentre sparisce il meccanismo — i collegi uninominali — che nel 2018 e nel 2022 aveva prodotto gli scarti più vistosi fra voti e seggi. Resta il tetto dei 220 seggi, pari al 55 per cento dell'Assemblea: sopra la maggioranza assoluta, sotto i due terzi che l'articolo 138 della Costituzione richiede per modificare la Carta senza referendum confermativo.

I dodici collegi uninominali superstiti e i sedici comuni dell'Alto Adige

Dei 221 collegi uninominali ne restano dodici, e sono tutti nelle due regioni a statuto speciale che la riforma lascia fuori dal meccanismo generale: cinque alla Camera — uno in Valle d'Aosta, quattro in Trentino-Alto Adige — e sette al Senato, dove la legge 422 del 1991, attuativa della misura 111 del Pacchetto per l'Alto Adige, attribuisce tre collegi a ciascuna delle due province autonome.

L'articolo 3 del provvedimento — introdotto alla Camera e integralmente sostituito dal Senato — ridisegna proprio tre di quei dodici collegi uninominali superstiti: Bolzano (U04), Merano (U05) e Bressanone (U06). Non cambiano il numero né il nome dei collegi uninominali altoatesini, cambia il perimetro: sedici comuni oggi nel collegio di Bolzano vengono ricollocati, quindici in quello di Merano — fra gli altri Appiano, Caldaro, Termeno, Egna, Ora, Salorno, Magrè, Cortaccia, Bronzolo, Vadena — e uno, Cornedo all'Isarco, in quello di Bressanone.

I tre collegi uninominali del Senato in provincia di Bolzano ridisegnati: un paese dell'Alto Adige fra i vigneti terrazzati al crepuscolo
Sedici comuni della provincia di Bolzano cambiano collegio senatoriale: quindici passano a Merano, uno a Bressanone. · Immagine generata con IA

A quell'articolo è legato un ordine del giorno accolto dal governo, il 9/2822-A/27, che impegna l'esecutivo a trasmettere alla Repubblica d'Austria qualunque futuro disegno di legge che incida sulla rappresentanza delle minoranze linguistiche della regione, e a farlo prima della deliberazione parlamentare, in attuazione dell'Accordo di Parigi del 5 settembre 1946 fra De Gasperi e Gruber. Il voto della Svp, che a luglio si era astenuta, è passato al sì: l'unico gruppo che conserva collegi uninominali è anche l'unico ad aver cambiato posizione fra la prima e la terza lettura. Nel conto dei 227 c'è anche quello.

Una revisione dei confini che non c'è mai stata

L'articolo 4 abroga il comma 6 dell'articolo 3 della legge 165 del 2017, cioè il meccanismo che avrebbe dovuto aggiornare periodicamente i confini dei collegi sulla base del censimento generale della popolazione, attraverso una commissione di esperti rinnovata ogni tre anni. Sembra la notizia perfetta — la riforma cancella i collegi uninominali e congela la mappa che resta — ma il dossier chiude la porta a quella lettura con una riga: a quella procedura «non è mai stata data concreta attuazione».

Il punto vero è un altro, ed è più sottile. Il meccanismo di revisione era costruito sul reticolo a due livelli — i collegi uninominali e i plurinominali come loro aggregazione — e con la soppressione dei primi diventa inapplicabile. Insieme a esso spariscono dal testo unico i criteri che vincolavano il disegno della mappa: l'obbligo che ogni collegio plurinominale aggregasse collegi uninominali contigui, il limite di seggi fra tre e otto per collegio e lo scarto demografico massimo del 20 per cento rispetto alla media della circoscrizione. I collegi plurinominali restano quelli delle tabelle del 2020, con dentro i seggi che prima si assegnavano nei collegi uninominali, e senza più alcuna procedura di legge che ne imponga l'aggiornamento.

Preferenze, firme e fuorisede: cosa cambia sulla scheda

Al posto del nome unico che si votava nei collegi uninominali, l'elettore potrà esprimere fino a tre preferenze, mai sul capolista, che resta bloccato. Se le preferenze sono più di una devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l'annullamento della seconda e della terza. Le liste di collegio scendono a sette candidati, resta l'alternanza di genere a partire dal capolista, mentre il tetto del 60 per cento sul genere sovrarappresentato fra i capilista è soppresso: sopravvive solo sulle liste circoscrizionali del premio. Restano le pluricandidature fino a cinque collegi plurinominali: senza collegi uninominali da presidiare, lo stesso nome può comparire su cinque schede diverse.

Per le liste non rappresentate in Parlamento il muro delle sottoscrizioni resta quello alzato dal Senato a settembre, e la norma transitoria dell'articolo 5 verifica il requisito dell'esonero alla data del 31 dicembre 2025, cioè una scadenza già passata. Sul voto all'estero le ripartizioni scendono da quattro a due alla Camera e da quattro a una al Senato. Chi votava nei collegi uninominali troverà dunque una scheda diversa anche nella forma. L'articolo 8 introduce invece il voto per gli elettori fuorisede a politiche, europee e referendum, esteso dal Senato anche ai caregiver: è l'unica parte del testo su cui le opposizioni avevano chiesto di votare separatamente.

Ricorsi nei 29 distretti e la data del voto

La partita si sposta ora davanti ai giudici. La Rete per un voto libero e uguale ha annunciato per lunedì 12 ottobre, alle 13, la conferenza stampa con cui presenterà i ricorsi nei tribunali di tutti i 29 distretti di Corte d'appello, con un fondo di solidarietà per le spese di chi perde in primo grado. In campo l'avvocato Pietro Adami e i costituzionalisti Enrico Grosso, Roberto Zaccaria e Maria Agostiana Cabiddu; l'obiettivo dichiarato è una pronuncia della Consulta prima del voto. Grosso è lo stesso nome che a maggio firmava l'appello dei 126 costituzionalisti contro la prima versione del testo: la contestazione non è nata oggi, ha solo cambiato sede.

Intanto una simulazione Youtrend sul sistema senza collegi uninominali, rilanciata dall'ANSA, consegna alla maggioranza un paradosso: con gli attuali rapporti di forza il centrodestra vincerebbe il premio solo tenendo in coalizione Futuro Nazionale di Roberto Vannacci — 223 seggi alla Camera e 114 al Senato — mentre con le liste divise il premio andrebbe al campo largo, 221 deputati contro 139. Una coalizione spaccata perderebbe 58 deputati e 32 senatori: senza i collegi uninominali a premiare le alleanze territoriali, la soglia del 42 per cento diventa l'unico incentivo a restare insieme. Futuro Nazionale, oggi, ha votato no.

Sul calendario la maggioranza si è divisa poche ore dopo l'applauso. Il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha evocato il voto a giugno, perché così «si farebbe con calma la manovra»; Antonio Tajani ha replicato secco: «Votare a giugno? E perché?», aggiungendo che per Forza Italia «si debba votare a fine legislatura», cioè nel settembre 2027.

In Aula Giorgia Meloni ha rivendicato che «ora gli italiani potranno scegliere tutto, anche i parlamentari» e che «a chi sperava di vedere il centrodestra diviso, oggi rispondiamo con i fatti». Elly Schlein ha risposto che «Meloni a pochi mesi dal voto cambia le regole del gioco», Giuseppe Conte ha parlato della «prima donna premier della storia che sbarra la strada alle altre donne», Giovanni Donzelli ha liquidato la minaccia dei ricorsi ricordando che «la Consulta è cosa più seria delle correnti del Pd». Nessuno di loro ha citato i collegi uninominali. Eppure, quando gli italiani torneranno alle urne, sarà la prima volta dal 1993 che nella quasi totalità del Paese non si eleggerà nessun parlamentare in un collegio a candidato unico. La discussione sul premio durerà mesi; la fine dei collegi uninominali, invece, è già definitiva — e il resoconto della seduta 723 la registra senza una riga di commento.

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