Ex Ilva Cornigliano: serrata entro il 15 novembre
Ex Ilva Cornigliano e Novi Ligure si fermano entro il 15 novembre per il decreto su Taranto. Ma a Genova l'area a caldo è spenta dal 2005: la leva non è ambientale, è logistica. E la data coincide con l'autonomia di magazzino contata dai sindacati.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

La ex Ilva Cornigliano si ferma. Giovedì 8 ottobre 2026, in mattinata, Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria ha comunicato ai sindaci di Genova e di Novi Ligure che «entro il prossimo 15 novembre avverrà la fermata temporanea generale degli stabilimenti ex Ilva di Genova e di Novi». La motivazione dichiarata è il decreto della Corte d'Appello di Milano sull'area a caldo di Taranto. Due impianti del Nord-Ovest — ex Ilva Cornigliano e Novi Ligure —, circa milleseicento addetti diretti, si fermano per un provvedimento emesso a mille chilometri di distanza su una fabbrica che non è la loro.
L'annuncio sulla ex Ilva Cornigliano non è arrivato in un comunicato aziendale, ma nella nota congiunta con cui Silvia Salis e Rocchino Muliere lo hanno reso pubblico. «Pur comprendendo la lunga e complessa fase di difficoltà che sta attraversando l'azienda — scrivono i due primi cittadini — l'annuncio di una serrata è del tutto inaccettabile. Le conseguenze nefaste dei continui ritardi che stanno caratterizzando il percorso di vendita non possono ricadere ancora una volta sui lavoratori, sulle loro famiglie e sui territori in cui vivono e lavorano.» Inoltre i sindaci chiedono che gli incontri romani di giovedì e venerdì migliorino «sensibilmente» il quadro: giovedì il governo ha convocato a Palazzo Chigi Fiom, Fim, Uilm, Usb, Cgil, Cisl e Uil.
Ex Ilva Cornigliano: il 15 novembre non è una decisione, è un inventario
La data merita attenzione, perché non nasce da un piano industriale. Due giorni prima dell'annuncio, Nicola Appice, segretario generale della Fim Cisl di Genova, aveva percorso i reparti dell'ex Ilva Cornigliano contando il materiale rimasto da lavorare. «Facendo un giro sugli impianti per verificare il materiale residuo — ha spiegato — abbiamo stimato che per la parte della latta l'autonomia arrivi fino a circa metà novembre, mentre sullo zincato la lavorazione potrebbe arrivare fino a novembre. Di fatto, tutto lo stabilimento ha vita utile lavorativa di circa un mese.» Un mese, cioè, è tutto quello che resta alla ex Ilva Cornigliano.
Il conteggio del sindacato e la scadenza dell'azienda coincidono quindi quasi perfettamente, con la data aziendale che anticipa di qualche giorno le stime già pessimistiche delle organizzazioni dei lavoratori. Non è una coincidenza: è la stessa grandezza misurata due volte. La fermata della ex Ilva Cornigliano non è una scelta gestionale datata al 15 novembre, è il giorno in cui finiscono i coil arrivati da Taranto. L'aggettivo «temporanea» presuppone una condizione di riavvio, e a oggi nessuno — né l'azienda, né il governo — ne ha indicata una per la ex Ilva Cornigliano.

Il meccanismo è elementare e, proprio per questo, raramente raccontato. Gli impianti del Nord, ex Ilva Cornigliano in testa, non producono acciaio: lo trasformano. Ricevono bramme e coil dal ciclo integrale pugliese e li lavorano a freddo — decapaggio, laminazione, zincatura, latta. Tolto l'anello a monte, l'anello a valle non ha nulla da fare. Infatti, come osserva ancora Appice, «al momento non ci hanno comunicato un piano B se la Cassazione confermasse lo stop».
A Genova l'area a caldo è spenta da ventun anni
Qui si apre il nodo che quasi nessuno ha segnalato. Il decreto della Corte d'Appello di Milano riguarda l'area a caldo: altoforni, cokerie, le lavorazioni che generano le emissioni al centro del contenzioso sanitario tarantino. Applicato a Genova, quel provvedimento non avrebbe alcun oggetto. Nel perimetro della ex Ilva Cornigliano l'area a caldo non esiste più.
Lo certifica la Società Per Cornigliano S.p.A., la società pubblica che gestisce l'accordo di programma sulle aree: «è stata interamente dismessa la produzione a caldo (l'ultima colata è del 29 luglio 2005), e aree per circa 343.000 mq sono state restituite alle Istituzioni pubbliche». Di questi, 265.000 metri quadrati sono andati alla società pubblica e 78.000 al demanio aeronautico. L'occupazione, prosegue il documento, fu salvaguardata — «circa 2.000 addetti diretti, oltre l'indotto» — potenziando proprio le lavorazioni a freddo della ex Ilva Cornigliano che oggi si fermano.
Tuttavia la fermata della ex Ilva Cornigliano non è un provvedimento ambientale travestito. È puramente logistica. Lo stabilimento che negli anni Duemila ha fatto, con vent'anni di anticipo, esattamente ciò che a Taranto si continua a negoziare — spegnere il caldo, restituire le aree, tenere il lavoro — viene fermato perché a Taranto quel passaggio non è mai avvenuto. La leva che ferma la ex Ilva Cornigliano non è la salute pubblica: è un camion di bramme che non parte.
Ventun anni esatti dall'atto che salvò ex Ilva Cornigliano
C'è un dettaglio che la cronaca di giornata ha lasciato cadere. L'intesa che spense il caldo a Genova fu raggiunta nel luglio del 2005 e «consacrata nella firma, l'8 ottobre 2005, dell'Atto Modificativo» dell'accordo di programma. Acciaierie d'Italia ha annunciato la serrata della ex Ilva Cornigliano l'8 ottobre 2026: ventun anni esatti, giorno per giorno.
Nello stesso testo, la società pubblica definisce ancora oggi quell'operazione «un raro, se non unico, esempio di impresa redditizia che viene trasformata (e in parte dismessa) per una finalità di riqualificazione ambientale», e «un raro esempio di raggiunto equilibrio tra le imprescindibili esigenze ambientali e le legittime preoccupazioni occupazionali». È precisamente l'equilibrio che a Taranto non si è mai trovato, e che oggi spegne ex Ilva Cornigliano perché a Taranto manca. Un primo accordo di programma era stato stipulato nel novembre 1999 e, ammette lo stesso documento, «non ha trovato pratica applicazione».
Il bilancio ventennale della ex Ilva Cornigliano è altrettanto eloquente. Il position paper diffuso a febbraio 2026 da Confindustria Genova e Alessandria conta che a Cornigliano «gli occupati sono passati da oltre 2.500 addetti a meno di 1.000». Intanto circa 300 lavoratori sono ancora impiegati in lavori di pubblica utilità finanziati dall'accordo, eredità dei 500 avviati nel quinquennio 2005-2010 e riattivati dal 2014.
Ex Ilva Cornigliano, Novi e Racconigi: i numeri veri della cassa integrazione
La richiesta di cassa integrazione straordinaria presentata al Ministero del Lavoro nel febbraio 2026, operativa dal 1° marzo per dodici mesi, fotografa il peso reale dei siti. Il massimo autorizzabile è di 4.450 dipendenti, così distribuiti: 3.803 a Taranto (di cui 2.559 operai, 801 impiegati e quadri, 403 intermedi), 280 a Genova, 170 a Novi Ligure, 78 a Racconigi, 42 a Marghera, 42 a Milano, 20 a Paderno e 15 a Legnaro. I sette siti del Nord valgono insieme 647 posizioni, il 14,5% del totale, e la sola ex Ilva Cornigliano ne pesa 280.
Quella platea era però una quota a rotazione. La fermata generale annunciata per la ex Ilva Cornigliano e per Novi Ligure riguarda invece l'intero organico: a Genova meno di mille addetti diretti, a Novi circa 550 operai che lavorano a freddo il materiale proveniente da Taranto. Di conseguenza i commissari straordinari puntano a raddoppiare gli ammortizzatori, chiedendo l'autorizzazione per 9.000 lavoratori a livello nazionale, cui si aggiungono gli oltre 14 mila addetti dell'indotto — una vertenza che su afgmagazine.news abbiamo seguito dalle lettere di licenziamento alle 28 imprese appaltatrici.

Il precedente che dovrebbe preoccupare la ex Ilva Cornigliano sta in Piemonte e ha già un anno di vita. Lo stabilimento di Racconigi, nel Cuneese, è fermo da dodici mesi. «Racconigi era e resta chiusa a prescindere da Taranto», avverte Domenico Calabrese della segreteria Fiom Cgil di Cuneo, che per i 76 lavoratori del sito teme lo scenario peggiore: «Il rischio all'orizzonte è che tutti i dipendenti vengano posti in cassa integrazione con pagamento diretto da parte dell'Inps, senza più l'anticipo aziendale. Questo comporterebbe un'attesa di 6-7 mesi per percepire le spettanze, decretando la fine definitiva del sito.» Un anno e mezzo fa, ricorda, Racconigi era il sito che aveva raccolto più manifestazioni d'interesse: «Era un gioiellino.»
Perché il pagamento diretto dell'Inps è il vero indicatore da osservare anche per ex Ilva Cornigliano: significa che l'azienda non anticipa più. E a Salerno è già accaduto. «Nell'impianto di Salerno sono già stati tutti mandati in cassa integrazione, pagata direttamente dall'Inps e non dall'azienda», conferma Appice. Due sindacati diversi, due regioni diverse, lo stesso allarme nello stesso giorno.
Lo spezzatino che nessuno vuole è l'unica via tecnica per tenere aperta la fabbrica
Qui sta la contraddizione che la vertenza non ha ancora sciolto. A febbraio 2026 Confindustria Genova e Alessandria avevano messo nero su bianco la ricetta opposta: «slegare il destino dell'ex Ilva nel Nord Ovest dalla fabbrica di Taranto», modificare l'accordo di programma del 1999, restituire entro il 2026 il diritto di superficie su oltre un milione di metri quadrati, anticipare le bonifiche di aree oggi vincolate fino al 2065, separare le trattative industriali. L'obiettivo dichiarato era «rafforzare l'autonomia industriale del Nord, riducendo la dipendenza produttiva e logistica dal ciclo integrale». Per ex Ilva Cornigliano il paper indicava il mantenimento di decapaggio, decatreno e zincatura, senza nuovi forni elettrici; per Novi Ligure il ruolo di «perno della siderurgia di trasformazione ad alto valore aggiunto», con gli acciai altoresistenziali di terza generazione e il lamierino magnetico per motori elettrici.
Quella proposta è stata respinta sul piano politico. A fine settembre il Consiglio regionale della Liguria ha approvato all'unanimità un ordine del giorno che impegna la giunta a garantire «l'unitarietà dell'intero perimetro produttivo del gruppo, senza suddivisioni tra i diversi stabilimenti». Sulla stessa linea la Fim Cisl Liguria con Christian Venzano — «l'offerta d'acquisto deve riguardare l'intero perimetro produttivo, senza spezzatini» — e il consigliere dem Andrea Orlando: «Non c'è nessuna prospettiva di autonomia di Cornigliano senza uscire da una situazione di collasso in cui rischia di trovarsi l'ex Ilva.» In altre parole: nessuna autonomia per la ex Ilva Cornigliano senza un salvataggio dell'intero gruppo.
Tuttavia, tolto il ciclo integrale, l'unico modo tecnico di far girare le linee della ex Ilva Cornigliano è comprare bramme o coil sul mercato: cioè rendere il sito autonomo da Taranto, che è esattamente la premessa dello spezzatino. Lo dice a mezza bocca lo stesso presidente ligure Marco Bucci quando elogia la cordata italiana «perché ci consente di avere una gestione dei due impianti con approvvigionamenti di coils che possono venire anche da altre aree». E lo dice il segretario nazionale Fiom Michele De Palma, che chiede di rilanciare Dri Italia e «nel frattempo, per tenere le attività a freddo, comprare le bramme che sono necessarie per gli stabilimenti di Novi Ligure, di Taranto e di Genova». Chi difende l'unitarietà difende dunque anche il legame che oggi sta spegnendo la ex Ilva Cornigliano.
Il calendario che decide tutto
Le prossime cinque settimane valgono più dei cinque anni precedenti. Il 20 ottobre la Corte di Cassazione si pronuncia sul provvedimento milanese. Attorno al 25 ottobre è atteso lo stop definitivo dell'area a caldo: all'altoforno 2 di Taranto l'ultima colata è già stata effettuata, mentre l'altoforno 4 — l'unico residuo — andrebbe risettato, operazione che richiede investimenti e una sentenza favorevole. Infine, il 15 novembre, la fermata della ex Ilva Cornigliano e di Novi Ligure.
Nel frattempo i volumi raccontano un'azienda già fuori equilibrio: la produzione, secondo la documentazione trasmessa al Ministero del Lavoro, oscilla tra 1,5 e 1,8 milioni di tonnellate l'anno, quantitativi dichiarati insufficienti a coprire i costi fissi e che pesano su ogni ipotesi di riavvio della ex Ilva Cornigliano. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso parla di «un labirinto che la magistratura ha creato intorno a questa azienda»; la consigliera di Avs Selena Candia ribalta la prospettiva: «su quelle aree c'è già un accordo di programma, se fosse stato davvero portato a termine ora non ci troveremmo in questa situazione». Altri approfondimenti sulla crisi industriale italiana nella sezione Economia e Finanza.
Perciò la domanda che esce dalla giornata non è se la ex Ilva Cornigliano riaprirà, ma che cosa dovrebbe accadere perché riapra. Finché la risposta resta «una sentenza», la parola «temporanea» è una previsione meteorologica, non un impegno industriale. E Racconigi, ferma da un anno con lo stesso aggettivo, è lì a ricordare quanto possa durare una fermata provvisoria.


