Uscite volontarie: i 131 di Ericsson restano 131
Le uscite volontarie sono la formula con cui il Mimit ha chiuso tre vertenze in sei giorni: Sicor Tapi, Ericsson, Electrolux. A Genova però i 131 esuberi restano 131, e il reparto R&D Ottica chiude comunque.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Le uscite volontarie sono diventate in sei giorni la formula con cui il ministero delle Imprese chiude le vertenze industriali. Il 30 settembre per Sicor Tapi, il 5 ottobre per Ericsson e per Electrolux: tre tavoli, tre procedure di licenziamento collettivo ritirate, tre comunicati che annunciano una svolta. Eppure, messi uno accanto all'altro i numeri prima e dopo, le uscite volontarie spostano quasi sempre il metodo e quasi mai il totale. A Genova lo fanno in modo plateale: i 131 esuberi Ericsson restano 131.
Uscite volontarie: che cosa Ericsson ha ritirato davvero
Il comunicato del Mimit è più esplicito dei titoli che ne sono usciti. «Trasformare la procedura di licenziamento forzoso in un percorso volontario, con incentivi economici finalizzati a sostenere la ricollocazione dei lavoratori coinvolti», si legge nella nota diffusa al termine del tavolo. Non «rinunciare ai tagli»: trasformarli. Il ministro Adolfo Urso parla di «ritiro dei licenziamenti e attivazione di procedure consensuali, con esodi incentivati e volontari». Le uscite volontarie, in altre parole, sono il contenuto del ritiro, non la sua alternativa.
Il perimetro, infatti, non cambia di una posizione. La procedura notificata l'11 settembre riguardava 131 lavoratori della sede genovese degli Erzelli: 56 impiegati, 64 quadri e 11 dirigenti, su 329 addetti complessivi in città. Significa che il 39,8% del sito era in uscita, e che il 57% dei coinvolti aveva un inquadramento da quadro o da dirigente. Dopo il tavolo del 5 ottobre quel 39,8% è ancora lì: cambia soltanto la porta da cui si esce, che ora si chiama uscite volontarie.
Soprattutto, nessuno ha ritirato la decisione industriale che genera i tagli. Secondo la Slc Cgil di Genova la procedura prevede la chiusura dell'intero reparto R&D Ottica e di una parte di un secondo reparto di ricerca e sviluppo; davanti alla Commissione Attività produttive della Camera, il 30 settembre, l'azienda ha indicato 110 posizioni nella Business Area Networks e 21 nell'area Cloud Software and Services. Le uscite volontarie riguardano le persone. I reparti chiudono comunque.

Ventiquattro giorni su settantacinque
La legge dà alle parti un orologio preciso, ed è utile guardarlo. L'articolo 4 della legge 223 del 1991 impone che l'esame congiunto con i sindacati si esaurisca «entro quarantacinque giorni» dal ricevimento della comunicazione aziendale, e che l'eventuale fase davanti all'ufficio del lavoro si chiuda in altri trenta. Settantacinque giorni in tutto, oltre i quali l'impresa può licenziare. Le uscite volontarie nascono dentro quell'orologio, non fuori.
Dall'11 settembre, data della lettera, la fase sindacale sarebbe scaduta il 26 ottobre e l'intera procedura il 25 novembre. Il ritiro è arrivato il 5 ottobre: ventiquattro giorni dentro la procedura, ventuno prima della prima scadenza. Infatti il tavolo romano non ha interrotto una corsa agli sgoccioli, l'ha interrotta a un terzo del percorso — e questo rende le uscite volontarie una scelta negoziale, non un ripiego dell'ultimo minuto.
Dodici giorni prima, del resto, l'atteggiamento era opposto. Il 23 settembre, al confronto in Prefettura richiamato dall'interrogazione del senatore Tino Magni, l'azienda aveva chiesto l'allontanamento dal tavolo degli assessori di Comune e Regione e aveva confermato la propria contrarietà sia agli ammortizzatori sociali sia alle uscite volontarie. Il 30 settembre, in un'audizione informale durata cinquanta minuti — dalle 14.40 alle 15.30, come certifica il bollettino delle commissioni della Camera — aveva ribadito tutto davanti ai deputati. Il 5 ottobre, dopo una telefonata della presidente del Consiglio all'amministratore delegato Andrea Missori, la procedura è stata ritirata e sostituita dalle uscite volontarie.
Electrolux, da 1.719 a 1.385: i conti che il comunicato non fa
Lo stesso giorno, a Palazzo Piacentini, Electrolux ha presentato un piano di incentivazione alle uscite volontarie per 1.250 persone in tre anni: 600 impiegati e 650 operai. Il Mimit apre la nota con tre parole — «Nessuno stabilimento chiuso» — e aggiunge «il ritiro dei licenziamenti unilaterali» e un percorso di reindustrializzazione per Cerreto d'Esi.
La traiettoria, però, va letta per intero. Gli esuberi annunciati in primavera erano 1.719, scesi a 1.450 in estate, ridotti ora a 1.250. Uil e Uilm, nel comunicato diffuso a fine tavolo, aggiungono alle uscite volontarie i 135 contratti a termine che verranno semplicemente lasciati scadere: il conto reale diventa 1.385. Rispetto ai 1.450 di agosto il guadagno si riduce quindi a 65 posizioni, non alle 200 che il confronto fra i due titoli lascia immaginare.
Quei 135 contratti non compaiono in nessun numero ufficiale perché la legge li esclude: l'articolo 24 della stessa legge 223 stabilisce che le sue disposizioni «non si applicano nei casi di scadenza dei rapporti di lavoro a termine». Non è un'omissione del ministero, è il perimetro della norma. Tuttavia resta il fatto che chi non viene rinnovato perde il posto esattamente come chi aderisce alle uscite volontarie.

Sul denominatore serve prudenza, perché le fonti non coincidono: l'organico a tempo indeterminato risulta sceso da 4.279 persone in aprile a 4.200 in agosto, mentre il 5 ottobre l'azienda ha parlato di «circa 4.000 lavoratori italiani». Prendendo la cifra di agosto, le 1.385 posizioni — uscite volontarie più scadenze — valgono il 33% della forza lavoro stabile. A queste vanno aggiunte, come ricordano gli stessi sindacati, circa 90 scadenze già maturate e 80 persone già uscite prima che il piano fosse scritto.
C'è poi la frase che nessun titolo ha ripreso e che fissa la vera scadenza. Urso ha convocato il prossimo tavolo per il 29 ottobre «così da consentire al management europeo dell'azienda di preservare gli stabilimenti e i lavoratori italiani dalla riorganizzazione globale del gruppo, che dovrebbe essere varata nella prima parte di novembre». Il calendario che decide il destino delle uscite volontarie, insomma, non è italiano.
Perché le uscite volontarie non sono dimissioni
Nelle uscite volontarie la parola «volontarie» descrive l'adesione, non la forma giuridica dell'uscita, e la differenza vale molto. L'articolo 3 del decreto legislativo 22 del 2015 riconosce la NASpI ai soli lavoratori che «abbiano perduto involontariamente la propria occupazione», estendendola alla risoluzione consensuale unicamente quando interviene nella procedura dell'articolo 7 della legge 604 del 1966. Se le uscite volontarie fossero dimissioni vere, l'indennità di disoccupazione non spetterebbe.
È la ragione per cui Uil e Uilm, nel descrivere il meccanismo, parlano di adesioni fondate sul «principio della non opposizione»: formalmente resta un licenziamento, al quale il lavoratore sceglie di non opporsi in cambio dell'incentivo. Ciò che si perde, in quello scambio, sono le tutele procedurali. L'articolo 5 della legge 223 obbliga l'impresa a individuare chi licenziare secondo carichi di famiglia, anzianità ed esigenze tecnico-produttive, e consente di impugnare la scelta. Con le uscite volontarie nessuno viene scelto, quindi non c'è alcun criterio da contestare.
Per gli undici dirigenti genovesi il quadro è ancora diverso: la legge li ha inclusi nella procedura solo nel 2014, e il comma 1-quinquies dell'articolo 24 prevede per loro, in caso di violazione, un'indennità fra dodici e ventiquattro mensilità al posto della reintegrazione. Perciò, per una parte consistente dei 131, l'alternativa giudiziaria alle uscite volontarie era comunque monetaria.
Il precedente Beko: diciotto mesi dopo, Siena è in affitto
La formula ha già un collaudo, e il suo esito è documentato. Il 14 aprile 2025, sempre al Mimit, veniva firmato l'accordo quadro Beko: «Tutti gli stabilimenti rimarranno operativi, Siena sarà avviata a un percorso di reindustrializzazione, non ci saranno licenziamenti e ogni uscita avverrà su base volontaria e incentivata», dichiarava Urso, annunciando esuberi più che dimezzati da 1.935 a circa 950 e un piano da 300 milioni. Era esattamente l'architettura delle uscite volontarie di oggi.
Diciotto mesi dopo, il sito toscano è stato acquisito da Invitalia e messo a bando: l'avviso per la locazione del complesso di viale Toselli, pubblicato il 20 maggio 2026, fissava al 30 giugno il termine per le manifestazioni di interesse. Sono passati più di tre mesi da quella scadenza senza che sia stato annunciato un conduttore, e il Fatto Quotidiano descrive la situazione senese come «ancora in alto mare». Le uscite volontarie, lì, sono state eseguite subito; la reindustrializzazione promessa in cambio no.

Vale la pena notare che anche la terza vertenza chiusa con le uscite volontarie segue il copione. Per Sicor Tapi, divisione italiana dei principi attivi del gruppo Teva, il ministero ha scritto il 30 settembre che per Rho, Caronno e Santhià «la procedura di licenziamento si concluderà con il ricorso alla volontarietà», mentre per lo stabilimento di Villanterio l'azienda ha riferito di aver contattato 31 soggetti: quattro hanno firmato un accordo di riservatezza e uno solo ha inviato una proposta non vincolante.
Quarantuno milioni pubblici agli Erzelli
Resta un conto che a Genova pesa più degli altri. Secondo la ricostruzione di Sinistra Italiana-AVS, l'accordo di programma del 2012 per il centro di ricerca e sviluppo Ericsson agli Erzelli prevedeva investimenti complessivi per oltre 73 milioni di euro, di cui circa 41,9 milioni di risorse pubbliche fra ministeri e Regione Liguria: il 57% del totale. Quattordici anni dopo, il reparto che quelle risorse hanno contribuito a costruire è quello che chiude, e il personale che vi lavorava è quello avviato alle uscite volontarie.
Rapportati ai 131 posti della procedura, i 41,9 milioni valgono circa 320 mila euro per ciascuna posizione tagliata. Rispetto alle uscite volontarie è un indicatore grezzo, non una contabilità: quel denaro ha finanziato immobili, attrezzature e anni di attività, non singoli stipendi. Però fotografa la sproporzione fra l'investimento pubblico di allora e la rapidità con cui l'uscita è stata negoziata adesso — come già emerso in altri tavoli di crisi convocati al Mimit.
Il merito del 5 ottobre, infine, è reale e va riconosciuto: nessuno riceverà una lettera di licenziamento con un criterio di scelta applicato d'ufficio, e per Cerreto d'Esi le uscite volontarie hanno fatto cadere la scadenza del 31 dicembre. Ma la dismissione dello stabilimento marchigiano è stata confermata, e il presidente delle Marche Francesco Acquaroli ha parlato di «un segnale di apertura» aggiungendo che «la soluzione non soddisfa». Sommando Genova e il gruppo degli elettrodomestici, le uscite volontarie annunciate in un solo giorno valgono 1.516 posizioni. Il prossimo appuntamento è il 29 ottobre: lì si vedrà se le uscite volontarie sono una transizione governata o soltanto un taglio con un nome più gentile. Per approfondire il contesto industriale si veda anche la sezione Economia e Finanza.
Fonti primarie dei due tavoli: i comunicati del ministero su Ericsson e su Electrolux.


