Comparto orafo: il tavolo promesso esisteva da giugno
Il comparto orafo italiano perde il 19,8% della produzione mentre la manifattura tiene. Ad Arezzo il ministro Urso promette un tavolo tecnico che al Mimit esiste dal 26 giugno e si era riunito il 16 settembre: quello che manca davvero è la cassa integrazione, ancora in elaborazione.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Il comparto orafo italiano ha ottenuto sabato 19 settembre, dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, la promessa di un tavolo tecnico tutto suo. L'annuncio è arrivato ad Arezzo, a San Zeno, durante l'inaugurazione del nuovo stabilimento di Unoglam. «Istituiremo un tavolo tecnico specifico per il comparto dell'oreficeria, ascolteremo aziende e sindacati», ha detto il ministro. La stampa locale ha titolato che da Arezzo arrivava la spinta decisiva. Ma quel tavolo tecnico sul comparto orafo non va istituito: esiste dal 26 giugno, ha già ascoltato le aziende e si era riunito al ministero tre giorni prima, il 16 settembre.
Comparto orafo: cosa ha detto davvero il ministro ad Arezzo
La formula esatta usata da Urso, riportata da La Nazione, è più precisa di quella dei titoli: «Ho assicurato che all'interno del Tavolo della moda istituiremo un tavolo tecnico dedicato soltanto al comparto dell'oreficeria per affrontare da subito, già nei prossimi giorni, le misure che abbiamo messo in campo». Non un organismo nazionale nuovo, quindi, ma un sottotavolo del Tavolo della Moda del Mimit.
Il ministro ha elencato gli strumenti: contratti e mini contratti di sviluppo, accordi di innovazione, credito d'imposta. E poi gli ammortizzatori sociali, «la cassa integrazione già messa in campo oltre un anno fa quando dovemmo affrontare un'altra crisi comunque contingente nel settore della moda». Infine la diagnosi: prezzo dell'oro ai massimi storici, tensioni geopolitiche, costi energetici.
Tutto corretto. Tuttavia ogni singola voce di quell'elenco era già stata messa sul tavolo — quello vero — mesi prima, da chi in quel tavolo siede. E il documento che lo certifica non è un retroscena giornalistico: è un comunicato dell'associazione di categoria, pubblico e datato.

Il tavolo tecnico sul comparto orafo esiste dal 26 giugno
Il 26 giugno 2026, al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, si è svolta la prima riunione del «Gruppo di Lavoro Tecnico del Tavolo della Moda avente per oggetto le tematiche relative alla Crisi del comparto orafo italiano». La frase è di Confartigianato, e il verbale in forma di comunicato elenca i presenti uno per uno.
C'erano il sottosegretario del Mimit Mara Bizzotto, il presidente di Confartigianato Orafi Luca Parrini, il presidente di CNA Orafi Mauro Benvenuto e la presidente di Confindustria Federorafi Maria Cristina Squarcialupi. C'erano ABI, Simest, Cassa Depositi e Prestiti, il Ministero del Lavoro e l'onorevole Tiziana Nisini. Il coordinamento era della vice capo di Gabinetto del ministro, Elena Lorenzini.
Il dettaglio che chiude il cerchio riguarda proprio Arezzo. Maria Cristina Squarcialupi, la presidente di Federorafi seduta a quel tavolo del 26 giugno, è la stessa presidente di Unoaerre che sabato ha accolto Urso a San Zeno. Il ministro ha promesso un tavolo sul comparto orafo alla presidente di Federorafi che a quel tavolo siede da tre mesi.
Perché allora il tavolo tecnico andrebbe «istituito»? La risposta più probabile è che l'organismo del 26 giugno fosse un gruppo di lavoro informale e che la promessa riguardi la sua formalizzazione. Resta il fatto che la sostanza — sedersi, ascoltare le imprese del comparto orafo, cercare misure — era già in corso da quasi novanta giorni.
Il 16 settembre: cosa è successo tre giorni prima dell'annuncio
La seconda riunione documentata è del 16 settembre 2026, sempre al Mimit, sempre dentro il Tavolo Moda. Ne ha dato conto Confartigianato Orafi il giorno stesso, e il contenuto ridimensiona di parecchio l'ottimismo di sabato.
Sulla cassa integrazione — lo strumento che Urso ad Arezzo ha descritto come «già messo in campo» — il Ministero del Lavoro ha spiegato di stare ancora «elaborando» un intervento: durata iniziale inferiore ai dodici mesi, eventualmente prorogabile, subordinato alle risorse disponibili, da inserire «nel primo provvedimento utile». Tradotto: per il comparto orafo la cassa integrazione straordinaria non esiste ancora, e non ha una data.
Parrini lo ha detto senza giri di parole: «Sulla cassa integrazione straordinaria registriamo un ritardo che non possiamo più ignorare». E ancora: «Il tempo è una variabile decisiva». Quello che ad Arezzo sembrava uno strumento disponibile, al ministero era ancora una bozza in cerca di un veicolo normativo.
Sull'altro fronte aperto — l'accesso al credito e il costo del prestito d'uso del metallo prezioso — il 16 settembre si è registrato «un primo approfondimento con Artigiancassa», mentre il confronto con l'ABI era ancora atteso. Anche qui, la stessa richiesta era già agli atti del 26 giugno. Tre mesi dopo, le imprese del comparto orafo erano a un primo approfondimento.
I numeri del comparto orafo: -19,8% mentre la manifattura tiene
La ragione per cui il ritardo pesa sta nelle serie storiche dell'Ufficio Studi di Confartigianato, che sul comparto orafo fotografano un crollo ormai lungo tre anni.
Da gennaio a luglio 2026 la produzione delle imprese della gioielleria e della lavorazione delle pietre preziose è scesa del 19,8%. Nello stesso periodo la manifattura italiana nel suo complesso ha segnato +0,3%. Non è un ciclo che travolge tutti: è un comparto che affonda mentre il resto galleggia, su livelli di produzione che non si vedevano dal 2020.
Il dato di giugno era ancora più netto: nei primi quattro mesi del 2026 il comparto orafo italiano aveva perso il 24,1%, contro una media europea del -10,3%, collocandosi al secondo posto fra gli 87 comparti manifatturieri non energetici per peggior andamento. Nel primo bimestre il calo era stato del 27,5%, dopo il -13,6% dell'intero 2025.

Il paradosso dell'export: il valore sale, i pezzi calano
C'è poi il malinteso che rende il comparto orafo difficile da leggere dall'esterno. L'export in valore può restare alto — al Vicenzaoro di settembre Federorafi ha rivendicato un +22% verso gli Stati Uniti — mentre la quantità di prodotto che esce dalle fabbriche diminuisce. A gonfiare il valore è la quotazione dell'oro, non la domanda.
Quando invece il conto si fa sull'intero anno, il segno torna quello vero. Nel 2025 l'export di oreficeria è calato del 18,1%: 2,9 miliardi di euro in meno. Nel primo trimestre 2026 la gioielleria italiana ha perso il 13,9%, con il Medio Oriente a -28,6% e picchi che nel solo mese di marzo hanno toccato -64,9% negli Emirati Arabi Uniti e -70,3% in Qatar.
La mappa italiana è altrettanto disomogenea. Nel 2025 le esportazioni sono crollate del 40,9% ad Arezzo e del 36% a Milano, mentre Alessandria cresceva del 27,3% e Vicenza del 6,4%. Quattro province — Arezzo, Vicenza, Alessandria e Milano — valgono l'82,6% dell'export del comparto orafo nazionale. Arezzo, la città dove sabato si annunciava il tavolo, è il vertice che ha perso di più. È lo stesso scarto fra valore dichiarato e realtà industriale che avevamo già misurato sul fatturato della moda italiana.
I cento milioni che nominano l'oreficeria senza aprire lo sportello
Qui arriva la parte che nessuno, ad Arezzo, ha messo in fila. Il decreto ministeriale del 6 agosto 2026 che destina 100 milioni di euro alla filiera della moda non ignora affatto il comparto orafo. Il suo allegato n. 1 scrive tre codici ATECO a mano: 32.12.10 (lavorazione di pietre preziose e semipreziose), 32.12.20 (fabbricazione di gioielli e articoli di oreficeria in metalli preziosi), 32.13.00 (bigiotteria e articoli simili).
Le imprese del comparto orafo, cioè, sono dentro il perimetro della filiera moda per decreto, esattamente come i tessili e i calzaturieri. Il problema è un altro: quei 100 milioni non sono ancora richiedibili. La scheda ufficiale della misura, aggiornata al 10 settembre, ripete che «i termini e le modalità per la presentazione delle domande saranno definiti con un successivo decreto del Direttore generale». Quel decreto direttoriale, a quarantacinque giorni dalla firma, non c'è. Lo avevamo già scritto quando il provvedimento è stato annunciato: cento milioni senza data di apertura.
Nel frattempo, al Vicenzaoro di inizio settembre, la sottosegretaria Bizzotto presentava il decreto moda come la misura destinata «a chi vuole investire». Due settimane dopo il ministro prometteva un tavolo. In mezzo, uno sportello ancora chiuso.
Perché la soglia da un milione taglia fuori gli artigiani
C'è infine una questione di taglia, e si risolve con una divisione. Confartigianato conta nel comparto orafo 8.000 imprese artigiane con 14.000 addetti: meno di due dipendenti per impresa. Arezzo, Vicenza e Valenza Po da sole concentrano oltre il 60% degli occupati nazionali del settore.
Il decreto del 6 agosto, all'articolo 6, ammette solo piani di sviluppo con spese non inferiori a un milione di euro e non superiori a venti. L'unica porta per un'impresa micro è il piano congiunto: da tre a sei PMI insieme, con una quota individuale di almeno 200.000 euro. Per un laboratorio con due addetti, duecentomila euro di investimento ammissibile restano una soglia alta, e la riserva del 25% destinata alle micro e piccole imprese non abbassa il pavimento: distribuisce soltanto ciò che resta sopra di esso.
Si aggiunge la geografia del riparto. Quaranta dei cento milioni sono riservati alle regioni del Mezzogiorno. È una scelta legittima di riequilibrio territoriale, ma applicata a un comparto orafo il cui baricentro produttivo sta in Toscana, Veneto, Piemonte e Lombardia significa che il 40% della dotazione non è contendibile dalle quattro province che fanno oltre l'82% dell'export.
E c'è un'ultima ironia, tutta aretina. Unoaerre Industries, l'azienda che ha ospitato l'annuncio, ha chiuso il 2025 con ricavi per circa 280,5 milioni di euro. Ben oltre la soglia dei 50 milioni che definisce una PMI secondo la raccomandazione europea recepita dal decreto. L'impresa nella cui sede il ministro ha promesso di occuparsi del comparto orafo non potrebbe presentare domanda per la misura che quel comparto riguarda.
Cosa manca davvero al comparto orafo
Il ministro ha ragione su un punto: la crisi del comparto orafo è congiunturale nelle cause — oro ai massimi, dazi americani, paralisi dei mercati mediorientali — e rischia di diventare strutturale negli effetti, perché quando un distretto perde le maestranze non le ricompone a comando.
Proprio per questo il calendario conta più degli annunci. Il tavolo c'è da giugno. I codici ATECO del comparto orafo sono nel decreto da agosto. La cassa integrazione straordinaria è «in elaborazione» da settembre, in attesa del primo provvedimento utile. E lo sportello dei cento milioni resta chiuso.
Infine, va detto che un tavolo formalizzato non è nulla: dà un interlocutore stabile e un calendario. Ma per le 8.000 imprese artigiane che aspettano, la differenza fra un tavolo e un decreto direttoriale è tutta la differenza che c'è fra essere ascoltati e poter presentare una domanda. Il prossimo atto verificabile del governo sul comparto orafo non sarà un annuncio: sarà una data pubblicata in Gazzetta.


