Vai al contenuto
Newsletter

Economia e FinanzaModa

Piano Moda Italia 2030: Confindustria presenta il rilancio

Il Piano Moda Italia 2030 presentato alla Camera: quattro miliardi di investimenti, sei azioni prioritarie e scenari LIUC. Urso apre alle aggregazioni e ai nuovi mercati.

Di Marietou Dione

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Immagine generata con IA

Il Piano Moda Italia 2030 è stato presentato oggi alla Camera dei Deputati da Confindustria Accessori Moda e Confindustria Moda, con l'obiettivo dichiarato di salvare il secondo settore manifatturiero del Paese. Sul tavolo del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, un documento strategico che propone sei azioni prioritarie e uno scenario di investimento da quattro miliardi di euro. Secondo le due federazioni confindustriali, senza interventi strutturali il sistema moda italiano rischia di perdere diciannove miliardi di fatturato entro il 2030.

La scelta di presentare il piano in Parlamento, e non in una sede tecnica, ha un peso politico preciso. I vertici del comparto chiedono al Governo un'assunzione di responsabilità di fronte a una filiera che vale decine di miliardi di export ma che, negli ultimi diciotto mesi, ha visto susseguirsi crisi aziendali, chiusure e segnali di cedimento. Il calo del nove per cento di LVMH nel primo trimestre 2026 è solo l'ultimo avviso di un ciclo recessivo che investe l'intero lusso europeo.

Piano Moda Italia 2030: i numeri che convincono il Parlamento

Il cuore analitico del documento è lo studio commissionato alla LIUC Business School, che mette a confronto due scenari per il periodo 2026-2030. Lo scenario baseline, cioè senza interventi, proietta una perdita di diciannove miliardi di fatturato, trentacinquemila posti di lavoro e quattromilaseicento aziende. Il calo del PIL sarebbe di cinque miliardi, con un minor gettito fiscale di sei miliardi e seicento milioni.

Lo scenario con il Piano Moda Italia 2030, invece, richiede un investimento pubblico di quattro miliardi di euro e prevede una crescita di trenta miliardi di fatturato, cinquantasettemila nuovi posti di lavoro e seimiladuecento aziende in più. L'effetto sul PIL è stimato in otto miliardi e settecento milioni aggiuntivi, con un gettito fiscale di undici miliardi e mezzo. In altre parole, ogni euro investito ne restituirebbe quasi tre alle casse dello Stato.

Il messaggio politico è trasparente: non intervenire costa più che intervenire. Una cornice argomentativa che Confindustria Moda ha scelto con cura, consapevole che nessun governo può permettersi di ignorare un moltiplicatore fiscale di questa portata.

Le sei azioni prioritarie del Piano

Le linee guida del Piano Moda Italia 2030 si articolano in sei azioni prioritarie, ciascuna tarata sulle fragilità specifiche del comparto italiano. La prima è l'incentivazione di innovazione e investimenti, con particolare attenzione alla ricerca industriale e alla proprietà intellettuale. La seconda riguarda lo sviluppo del welfare aziendale, leva cruciale in un settore dove la retention delle competenze artigianali è diventata strategica.

La terza azione promuove marketing e internazionalizzazione, mentre la quarta punta sulla transizione digitale e green, ambito in cui le imprese italiane scontano un ritardo strutturale rispetto ai competitor francesi e tedeschi. La quinta misura propone un accesso al credito più flessibile, soprattutto per le piccole e medie imprese che costituiscono l'ossatura dei distretti. La sesta, infine, riguarda istruzione, formazione e riduzione dei costi energetici, tre dossier spesso trattati separatamente ma profondamente interconnessi.

Giovanna Ceolini, presidente di Confindustria Accessori Moda, ha sottolineato il ruolo dei distretti: «La forza della moda italiana nasce dai distretti e dalle piccole e medie imprese che ne costituiscono l'ossatura, una rete produttiva unica al mondo capace di coniugare tradizione manifatturiera, innovazione e radicamento territoriale». Difendere questa filiera, ha aggiunto, significa proteggere competenze, lavoro e identità di interi territori.

Urso: «Sintonia con il Libro Bianco Made in Italy 2030»

Il ministro Adolfo Urso ha accolto con favore il Piano Moda Italia 2030, dichiarando che il documento è «in sintonia» con il Libro Bianco Made in Italy 2030 elaborato dal Mimit. Il ministro ha rivendicato le misure già messe in campo, a partire dal nuovo Piano Transizione 5.0 da dieci miliardi di euro nei prossimi tre anni, al quale si aggiungono il Fondo di Garanzia per le PMI, la Nuova Sabatini, il rafforzamento del credito d'imposta per i campionari e gli interventi sulle fibre tessili naturali e riciclate.

Tuttavia, Urso ha riconosciuto che il lavoro non è finito. «Ora dobbiamo predisporre misure ancora più significative per facilitare le aggregazioni e la crescita dimensionale delle imprese», ha spiegato il ministro, indicando proprio nella frammentazione del tessuto produttivo il principale tallone d'Achille del comparto. Un messaggio diretto alle imprese, spesso gelose della propria autonomia ma sempre più vulnerabili di fronte alla pressione dei grandi gruppi internazionali.

Il ministro ha inoltre indicato nei nuovi accordi di libero scambio una leva strategica: Mercosur, Messico, India, Australia. Quattro aree con classi medie in espansione e una domanda crescente di prodotti di alta gamma. A margine della presentazione, Urso ha auspicato anche la firma dell'accordo con il Consiglio di Cooperazione del Golfo, per dare «un segnale politico e umano» a quei mercati. Per approfondire la posizione del Mimit si rimanda al sito ufficiale del ministero.

Sburlati: «Necessità assoluta, non esercizio teorico»

Il tono più netto è arrivato da Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda. «Il Piano Strategico Industriale Moda è una necessità assoluta, non un esercizio teorico», ha scandito. I numeri, ha aggiunto, «ci dicono con chiarezza che senza interventi il Sistema Moda è destinato a perdere imprese, occupazione e capacità produttiva». Una politica industriale mirata, al contrario, rafforzerebbe il settore, creerebbe lavoro e genererebbe crescita nel medio-lungo periodo.

Sburlati ha chiesto al Parlamento una «scelta di responsabilità»: sostenere la proposta significa difendere un asset strategico nazionale; non intervenire significa invece accettare un progressivo indebolimento di uno dei simboli più forti del Made in Italy. Il riferimento implicito è alle filiere simbolo che il Paese ha perso negli ultimi decenni, dall'elettronica di consumo alla chimica fine. Infatti, il paragone non è casuale: diverse indagini del settore fashion hanno documentato quanto rapidamente una filiera possa disgregarsi quando perde la massa critica.

La questione delle aggregazioni e il tema caporalato

Il nodo delle aggregazioni è il più delicato. Il sistema moda italiano conta migliaia di aziende, molte delle quali con fatturati inferiori ai dieci milioni di euro. Una polverizzazione che garantisce flessibilità e radicamento territoriale, ma che limita la capacità di investimento e la forza contrattuale nei confronti della grande distribuzione internazionale. Gli strumenti per favorire il processo esistono già: Cassa Depositi e Prestiti, Invitalia e Sace possono intervenire con equity, garanzie e supporto all'internazionalizzazione. La sfida è renderli accessibili alle PMI senza snaturarne la vocazione artigianale.

Sul tavolo resta inoltre la questione del caporalato nella filiera del lusso, che negli ultimi mesi ha colpito marchi come Tod's, Dior, LVMH e altri. Perché il Piano Moda Italia 2030 abbia credibilità, sarà necessario che le misure di rilancio siano accompagnate da un rafforzamento dei controlli lungo tutta la catena del valore. Diversamente, il rischio è che il rilancio industriale e la riforma etica viaggino su binari separati, con conseguenze reputazionali che il Made in Italy non può più permettersi.

Cosa succederà ora

La presentazione alla Camera è solo il primo passo. Il deputato di Fratelli d'Italia Fabio Pietrella, che ha introdotto i lavori, ha indicato nel 2030 «il punto di maturazione di questo percorso strategico», chiedendo una proiezione temporale chiara per tutte le azioni future. L'analisi «WHY Italia» di Deloitte, illustrata da Eugenio Puddu nel corso dell'incontro, ha sintetizzato in tre pilastri la rotta: distretti, investimenti e aggregazioni. Tre parole che nei prossimi mesi diventeranno il vocabolario comune del tavolo moda al Mimit.

Resta da capire se l'intesa politica di oggi si tradurrà in provvedimenti operativi nella prossima legge di bilancio. Quattro miliardi di euro non sono una cifra marginale e la competizione con altri dossier industriali, dall'automotive alla siderurgia, sarà inevitabile. Infine, la partita decisiva si giocherà sulla capacità delle imprese stesse di accettare un processo di aggregazione che molte, fino a oggi, hanno guardato con diffidenza. Perché un Piano Moda Italia 2030 senza imprese disposte a crescere rischia di restare, come ammonisce Sburlati, un esercizio teorico.

Le ultime

Newsletter

Ogni articolonella tua posta

Scegli tu quanto spesso e su quali temi. Te ne vai con un clic, quando vuoi.

Quanto spesso