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Economia e Finanza

Indotto ex Ilva: licenziamenti collettivi a Taranto

Indotto ex Ilva verso i licenziamenti collettivi: dopo la riunione del Tavolo Permanente per Taranto le imprese restano in mobilitazione, mentre Federacciai prepara una manifestazione di interesse limitata agli impianti fuori dall'area a caldo.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Stabilimento siderurgico al tramonto, simbolo della crisi dell'indotto ex Ilva di Taranto
Immagine generata con IA

L'indotto ex Ilva ha smesso di aspettare. Al termine di una riunione d'urgenza convocata lunedì 10 agosto nell'ambito del "Tavolo Permanente per Taranto", le associazioni datoriali hanno annunciato che le imprese resteranno in stato di mobilitazione e procederanno con la richiesta di licenziamento collettivo. È il passaggio più duro di una vertenza che dura da anni, e arriva mentre a Roma si tenta di costruire una cordata italiana per salvare quel che resta del più grande stabilimento siderurgico d'Europa.

La decisione porta la firma di Confindustria, Confapi, Aigi, Confartigianato e Federmanager. Il tavolo era stato istituito appena due settimane fa dagli stessi imprenditori, con l'obiettivo dichiarato di scongiurare il disastro occupazionale legato allo spegnimento dell'area a caldo. Quindici giorni dopo, il messaggio è cambiato di tono: «Non c'è più tempo da perdere».

Indotto ex Ilva: perché si arriva al licenziamento collettivo

La catena degli effetti è meccanica, e le associazioni la descrivono senza giri di parole. Lo stop dell'area a caldo produce un esubero diretto di tutto il personale dell'indotto ex Ilva impiegato in quell'area. Subito dopo tocca a una parte delle risorse assegnate all'area a freddo che, come si legge nella nota diffusa dopo la riunione, «per mancanza di alimentazione di acciaio sarà la prossima a fermarsi».

Le imprese dell'indotto ex Ilva non producono acciaio: fanno manutenzione, carpenteria, logistica, servizi. Vivono di commesse che dipendono dall'attività degli impianti. Se il ciclo integrale si ferma, la commessa sparisce e con essa il fatturato, in molti casi generato quasi interamente da un unico committente. È la ragione per cui la crisi corre più veloce nell'indotto che nello stabilimento: i lavoratori diretti hanno gli ammortizzatori sociali, le imprese fornitrici hanno soltanto i propri bilanci.

Non è del resto la prima avvisaglia. Nei mesi scorsi la Semat Sud aveva già avviato la chiusura con oltre duecento lavoratori coinvolti, mentre altre aziende del comparto scivolavano tra cassa integrazione e procedure di licenziamento. La differenza, adesso, è che a muoversi non sono più le singole imprese ma l'intero sistema associativo. Nella nota diffusa all'Ansa, le associazioni avvertono inoltre che le iniziative annunciate «potrebbero non essere isolate».

Officina industriale ferma con macchinari inattivi, effetto dei licenziamenti nell'indotto ex Ilva
La chiusura dell'area a caldo trascina con sé le commesse delle imprese fornitrici tarantine. · Immagine generata con IA

La scadenza del 26 ottobre e il nodo dell'area a caldo

Il conto alla rovescia lo ha fissato la Corte d'Appello di Milano, che accogliendo l'istanza cautelare presentata da un gruppo di cittadini di Taranto ha ordinato lo spegnimento dell'area a caldo entro il 26 ottobre, novanta giorni dal provvedimento. Una decisione che ha ribaltato il quadro industriale nel pieno della procedura di vendita, tanto che il provvedimento è stato inserito nella data room a disposizione dei partecipanti alla gara.

Il governo studia il ricorso in Cassazione, ma i tempi della giustizia non coincidono con quelli della cassa. Lo ha detto con chiarezza Antonio Gozzi, presidente di Federacciai: «I problemi sono immediati e per un ricorso in Cassazione bisognerebbe attendere almeno due anni». Tradotto: qualunque sia l'esito del ricorso, l'indotto ex Ilva rischia di non esistere più quando la sentenza arriverà.

Da qui la tensione sul binomio salute-lavoro, che a Taranto non è uno slogan ma la linea di faglia su cui la città si divide da oltre un decennio. Le associazioni chiedono «una strada percorribile e idonea a garantire il connubio salute-lavoro»: in altre parole, un piano che spenga gli impianti inquinanti senza spegnere il tessuto produttivo che ci lavora intorno.

La cordata italiana: Arvedi, Marcegaglia, Duferco e il perimetro ridotto

Sull'altro fronte, qualcosa si muove. Il consiglio di presidenza di Federacciai ha dato mandato a Gozzi di trasmettere agli enti competenti una manifestazione di interesse per gli impianti di Acciaierie d'Italia, per conto di un gruppo di aziende già schierate e di quelle che potrebbero aggregarsi nei prossimi giorni. Tra i nomi circolati figurano Arvedi, Marcegaglia, Feralpi, Duferco, Beltrame e Lucchini. «Praticamente quasi tutti», ha commentato Gozzi al termine del comitato di presidenza.

Attenzione però a due dettagli che ridimensionano l'entusiasmo. Il primo: non si tratta di un'offerta di acquisizione, ma di una manifestazione di interesse subordinata alla verifica di «condizioni abilitanti» che Federacciai intende discutere direttamente con il governo. Il secondo, decisivo per l'indotto ex Ilva: il perimetro riguarda gli impianti non interessati dal blocco dell'area a caldo.

Significa che i siderurgici italiani sono disposti a rilevare la parte a freddo, quella che lavora e trasforma l'acciaio, ma non la fonte che quell'acciaio lo produce. Un'ipotesi industrialmente coerente per chi entra, molto meno per chi a Taranto lavora oggi sui forni. Ed è esattamente la ragione per cui l'indotto ha scelto la mobilitazione: il piano di salvataggio che sta prendendo forma copre una parte soltanto del perimetro occupazionale.

Sala riunioni istituzionale vuota, il tavolo Taranto al Mimit sul futuro dell'indotto ex Ilva
Al Mimit il tavolo su Taranto raccoglie manifestazioni d'interesse per la reindustrializzazione. · Immagine generata con IA

Reindustrializzazione: i numeri di Invitalia, Jindal, Webuild e Pirelli

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso prova a costruire il piano B. Al Tavolo Taranto, Invitalia ha messo sul piatto dieci contratti di sviluppo già approvati per un valore di 730 milioni di euro di investimenti e 335 milioni di agevolazioni concesse, con un impatto occupazionale stimato in circa 6.500 addetti; altri sei contratti sono in valutazione, per una quarantina di milioni di agevolazioni e 815 nuovi occupati previsti.

Nel frattempo il gruppo indiano Jindal ha presentato una proposta aggiornata sull'intero perimetro aziendale che tiene conto della chiusura dell'area a caldo, ora al vaglio dei commissari. E sono arrivate manifestazioni di interesse per la reindustrializzazione da Webuild, che ipotizza un hub di carpenteria legato al cantiere del ponte sullo Stretto, da Renexia del gruppo Toto e dalla danese Vestas. Pirelli valuta un investimento fino a 100 milioni con mille nuovi occupati tra diretti e indiretti.

Sono cifre importanti, ma sono cifre di prospettiva. Un contratto di sviluppo si traduce in posti di lavoro nell'arco di anni; una richiesta di licenziamento collettivo produce effetti in settimane. È questo disallineamento temporale il vero problema politico del dossier: l'indotto ex Ilva chiude prima che la reindustrializzazione apra. Anche l'hub di Webuild, del resto, resta condizionato alla disponibilità di acciaio conforme alle specifiche del ponte, cioè a un presidio produttivo che oggi è proprio ciò che si sta spegnendo.

Un problema che non resta a Taranto

Il passaggio più politico della nota delle associazioni è anche il meno commentato: gli effetti della fine dell'area a caldo «non rimarranno confinati nel territorio tarantino», anzi «andranno ad allargarsi e a interessare buona parte del Paese». Non è retorica di categoria. L'acciaio prodotto a Taranto alimenta filiere che vanno dall'automotive agli elettrodomestici, dalle costruzioni alla meccanica, in un sistema industriale che già oggi importa più acciaio di quanto ne produca.

La partita, quindi, non riguarda solo l'equilibrio economico di una provincia pugliese. Riguarda la capacità del Paese di gestire una transizione industriale senza scaricarne il costo sui fornitori, come già accaduto in altre vertenze aperte sui tavoli del Mimit — dalla crisi degli elettrodomestici alle riconversioni dell'auto, dove il caso Stellantis a Pomigliano ha mostrato quanto lunghi siano i tempi tra annuncio e produzione.

Nelle prossime ore l'indotto ex Ilva attende gli esiti del confronto tra i tecnici del Mimit e i commissari di Acciaierie d'Italia. Se non arriveranno indicazioni concrete, la procedura di licenziamento collettivo partirà davvero. E in quel caso il conto della chiusura dell'area a caldo sarà pagato per intero, e per primi, da chi non ha mai avuto voce in capitolo su come e quando spegnere gli impianti.

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