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Arresto Lavitola Ranucci: il movente svelato dal gip

Arresto Lavitola Ranucci: i carabinieri hanno eseguito la custodia cautelare in carcere per l'ex editore de l'Avanti!, ritenuto il mandante dell'attentato del 16 ottobre 2025 a Pomezia. Per il gip l'ordigno serviva ad accrescere la popolarità del conduttore di Report e lanciarlo in politica.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Arresto Lavitola Ranucci: muro di cinta di un carcere italiano all'alba con torretta di guardia
Immagine generata con IA

L'arresto Lavitola Ranucci ribalta la lettura dell'attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 davanti alla villa del conduttore di Report a Pomezia. Lunedì 10 agosto 2026 i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Valter Lavitola, ex editore e direttore de l'Avanti!, ritenuto dalla Direzione distrettuale antimafia il mandante dell'ordigno che semidistrusse l'auto del giornalista e quella di sua figlia. La tesi degli inquirenti, però, è l'esatto contrario di quella che ci si aspetterebbe: la bomba non sarebbe servita a zittire Sigfrido Ranucci, ma a renderlo un simbolo.

Arresto Lavitola Ranucci: cosa dice l'ordinanza del gip

La misura, firmata dal gip del Tribunale di Roma Iole Moricca su richiesta della procura guidata da Francesco Lo Voi, è stata eseguita dai Nuclei investigativi di Roma e Frascati. Riguarda due persone. Oltre a Lavitola, ora detenuto a Rebibbia, il provvedimento colpisce Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense e factotum dell'imprenditore, considerato l'anello di congiunzione con la banda campana che materialmente piazzò l'ordigno.

Le contestazioni su cui si regge l'arresto Lavitola Ranucci sono pesanti: concorso in detenzione, porto in luogo pubblico e utilizzo di ordigno esplosivo, con l'aggravante di aver agito in più di cinque persone e con il metodo mafioso. Tavares, tuttavia, resta latitante. Si troverebbe in Africa e i pubblici ministeri di piazzale Clodio sono pronti ad avviare la procedura di estradizione.

L'ordinanza che dispone l'arresto Lavitola Ranucci è un documento di quasi duecento pagine. Ricostruisce due sopralluoghi preparatori: il primo il 15 settembre 2025, al quale avrebbe partecipato personalmente Lavitola insieme a Tavares; il secondo il 10 ottobre 2025 sul litorale laziale, coordinato dal solo factotum, che avrebbe messo a disposizione del commando l'auto del suocero. Sei giorni dopo l'esplosivo — gelatina da cava — deflagrava a Torvaianica.

Corridoio deserto di un tribunale italiano di notte con fascicoli giudiziari impilati su una panca
L'ordinanza della gip Iole Moricca conta quasi duecento pagine e ricostruisce due sopralluoghi preparatori all'attentato. · Immagine generata con IA

Il movente rovesciato: «accrescere la popolarità del giornalista»

Qui sta il cuore della vicenda. Secondo i magistrati il movente che sorregge l'arresto Lavitola Ranucci non va cercato nelle inchieste di Report, come si era ipotizzato per mesi, ma nell'«ambizioso progetto» di Lavitola di lanciare Ranucci in politica — e di ritagliarsi, di conseguenza, un ruolo di primissimo piano al suo fianco.

Il gip lo scrive senza ambiguità: il blitz sarebbe stato commissionato «esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i progetti» dell'arrestato «in ambito politico». Nell'ideazione dell'indagato, prosegue il provvedimento, l'attentato «doveva apparire come un atto intimidatorio o ritorsivo, comunque un avvertimento rivolto al giornalista per intimorirlo rispetto alla prosecuzione delle sue inchieste, ma mai per porre in effettivo pericolo l'incolumità» della vittima.

L'obiettivo, secondo la gip Moricca, era duplice. Da un lato mettere Ranucci «al riparo da iniziative volte a escluderlo dalla conduzione del programma Report», operazione difficilmente realizzabile dai suoi detrattori «una volta trasformato il giornalista in un bersaglio della criminalità organizzata». Dall'altro aumentarne «esponenzialmente la popolarità» in vista di un'imminente «discesa in campo».

Non è la prima volta che a Lavitola vengono attribuite manovre di questo tipo. La gip ricorda che l'imprenditore «già in passato è stato coinvolto in procedimenti che hanno determinato importanti e rilevanti stravolgimenti politici», citando la gestione della «compravendita dei senatori» per far cadere il governo Prodi e la vicenda della casa di Montecarlo che neutralizzò politicamente Gianfranco Fini.

«Tra due anni fai il presidente»: le chat del 2024

Il progetto politico non nasce con la bomba. Dalle carte emerge che Lavitola aveva proposto la candidatura a Ranucci già nel 2024, ritenendolo «l'uomo che poteva rappresentare la novità, capace di sparigliare le carte e battere gli altri candidati». In una chat estratta dal cellulare dell'indagato l'imprenditore è esplicito: «tra due anni fai il Presidente» del Consiglio. E aggiunge che, se il conduttore fosse stato allontanato dalla Rai, avrebbe «fatto bingo».

Quei messaggi arrivano proprio nei giorni in cui Ranucci si sentiva sotto attacco della politica, con il suo ruolo di conduttore a rischio. L'intuizione, scrive il giudice, diventa per Lavitola «una sorta di ossessione», riproposta costantemente al giornalista. Dopo l'attentato l'imprenditore passa dalle parole ai fatti: commissiona un sondaggio, investendo «tempo e denaro». In una telefonata intercettata sostiene che Ranucci «sarebbe presidente garantito al centodieci per cento» e che «da solo prenderei il trenta per cento, senza partito, senza nulla».

C'è poi un dettaglio che il gip valorizza. A un mese dall'esplosione, Lavitola si mostra preoccupatissimo per la sicurezza dell'amico e per la mancata assegnazione di una seconda auto di scorta: «Ti prego, se non ti danno la seconda macchina, dammi il via libera per fare tutto il casino che mi viene in mente», gli scrive, elencandogli poi il dispositivo di protezione che a suo avviso avrebbe dovuto pretendere.

La posizione di Ranucci secondo i giudici

Su un punto l'ordinanza è netta: il conduttore era all'oscuro di tutto. Lavitola, si legge, ha più volte commentato la vicenda sostenendo che se il mandante era lui «allora voleva dire che era d'accordo anche Ranucci». Ma «allo stato non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse d'accordo». Al contrario, le risultanze «inducono a ritenere che il giornalista sia stato vittima della manipolazione dell'indagato», per la «raffinata astuzia» di quest'ultimo e per il profondo legame personale tra i due.

Le intercettazioni che compaiono nelle carte dell'arresto Lavitola Ranucci, successive alla perquisizione del 4 luglio 2026, sono in questo senso eloquenti. Lavitola racconta a un interlocutore di aver parlato due ore al telefono con Ranucci, che «lo aveva difeso», e spera che continui a farlo: «già se lui mi difenderà, anche per una questione di reputazione, sarà diverso». Poi il dubbio: «Dovrò attaccare un mio fratello?». Secondo gli investigatori l'imprenditore avrebbe anche tentato un depistaggio, accreditando una pista legata ai servizi segreti, e il giorno delle perquisizioni sarebbe stato pronto a lasciare l'Italia in direzione del Camerun.

Regia televisiva vuota con monitor accesi, simbolo del giornalismo d'inchiesta sotto pressione
La vicenda si è immediatamente saldata al dibattito politico sul futuro di Report e del suo conduttore. · Immagine generata con IA

Lo scontro politico dopo l'arresto Lavitola Ranucci

La misura cautelare ha innescato uno scontro immediato. Martedì 11 agosto il vicepremier Matteo Salvini ha dichiarato che «gli italiani meritano chiarezza» e che «finché chiarezza non sarà fatta anche sui rapporti tra Ranucci e Lavitola» il denaro pubblico «non debba più andare a finanziare qualcuno che è coinvolto in questa triste vicenda». Alla domanda se Report debba proseguire senza il suo conduttore, il leader della Lega ha risposto di sì, precisando di non avercela con lui ma che «coloro che sono coinvolti direttamente in questa vicenda oscura debbano prendersi una pausa».

Ranucci ha rilanciato la notizia su Facebook scrivendo in maiuscolo: «Il ministro Salvini chiede alla Rai la mia sospensione». Durissima la replica del suo legale, l'avvocato Roberto De Vita, secondo cui il giornalista è «tre volte vittima»: di un attentato grave e pericoloso, di un tradimento e di «una strumentalizzazione da parte di un amico in un delirante teatro della follia», e infine di «una massiva e persistente campagna di linciaggio mediatico e politico» che ha cercato di trasformare la vittima nel beneficiario dell'attentato.

De Vita ha inoltre annunciato di attendere «il giudizio anche nei confronti di quanti sono stati denunciati per diffamazione aggravata», definendo l'azione denigratoria contro il giornalismo d'inchiesta «pericolosa per la democrazia come un attentato». Il tema del rapporto tra potere politico e servizio pubblico, del resto, attraversa da mesi la cronaca italiana: nel luglio 2026 le dimissioni in Vigilanza Rai avevano già acceso il confronto sull'indipendenza della televisione pubblica.

Cosa succede adesso

Dopo l'arresto Lavitola Ranucci il passaggio successivo è l'interrogatorio di garanzia, fissato nel carcere di Rebibbia. Lavitola ha sempre respinto ogni accusa, così come aveva fatto dopo l'iscrizione nel registro degli indagati del 6 luglio 2026. Sarà quella la prima occasione per opporre una versione alternativa alla ricostruzione della Dda.

Restano poi due partite aperte: la cattura di Tavares, per cui si prepara la richiesta di estradizione, e la posizione dei quattro presunti esecutori materiali arrestati tra Napoli e Avellino alla fine di giugno.

Va ricordato, infine, che si tratta di un provvedimento cautelare e non di una sentenza: le accuse dovranno reggere alla verifica del contraddittorio e agli eventuali gradi di giudizio. Ma l'inversione del movente che accompagna l'arresto Lavitola Ranucci — un attentato per promuovere, non per punire — segna comunque uno spartiacque in una vicenda che tocca insieme la sicurezza dei cronisti, l'uso politico dell'informazione e il confine tra amicizia e manipolazione.

Fonti: ANSA, AGI e ANSA Politica.

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