Vai al contenuto
Newsletter

Cinema

Registe a Venezia: una sola in concorso su venti

Registe a Venezia: nel concorso dell'83ª Mostra del Cinema una sola donna su venti film, il minimo storico. Sei associazioni scrivono alla Biennale, Alberto Barbera difende il criterio della qualità e Valeria Golino contesta le sue parole.

Di Vincenzo Pollice

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Red carpet della Mostra del Cinema al Lido, il dibattito sulle registe a Venezia 83
Immagine generata con IA

Le registe a Venezia quest'anno sono una sola. Nel concorso dell'83ª Mostra internazionale d'arte cinematografica, in programma al Lido dal 2 al 12 settembre 2026, su venti film in corsa per il Leone d'oro un solo titolo porta la firma di una donna: Woman Unknown della danese-egiziana May el-Toukhy. È il dato che ha aperto la stagione dei veleni ancora prima che il festival cominci, e che nelle ultime ore ha trovato una voce nuova: quella di Valeria Golino.

Il direttore artistico Alberto Barbera lo ha ammesso subito, il 23 luglio, presentando la selezione: «Siamo stati noi i primi a essere colpiti da questo esito». E ha definito il risultato «il minimo storico di questi ultimi anni». Tuttavia, la formula con cui ha raccontato la ricerca dei titoli mancanti è diventata il vero innesco della polemica.

Registe a Venezia 83: il minimo storico del concorso

Per capire quanto pesi il numero, basta il confronto interno. Nel 2020 le registe in concorso al Lido erano otto su diciotto, e tra il 2020 e il 2022 la Mostra ha assegnato tre Leoni d'oro consecutivi a tre autrici — Chloé Zhao, Audrey Diwan, Laura Poitras. Sei anni dopo, il conteggio delle registe a Venezia si ferma a uno.

Barbera ha portato in sua difesa un dato di flusso: i film diretti da donne arrivati alla selezione sono stati circa il 24%, contro il 30% dell'anno precedente. Ha inoltre ricordato che le autrici restano presenti «in misura massiccia nei cortometraggi, in misura sostanziale in Venice Immersive» e «in misura significativa anche in Orizzonti», e che alla guida delle tre giurie principali di questa edizione ci sono tre donne. Infine, ha rivendicato che dal 2020 in poi Venezia è stato il festival internazionale che ha premiato il maggior numero di film realizzati da donne.

Sala di proiezione vuota con schermo illuminato, simbolo del dibattito sulle registe a Venezia 83
Venti film in concorso al Lido dal 2 al 12 settembre: uno solo è diretto da una donna. · Immagine generata con IA

La lettera delle associazioni: «When will they ever learn»

La reazione del settore è arrivata compatta. Sei sigle — 100autori, Anac, Doc/it, Air3, Eva e Women in Film, Television & Media Italia — hanno firmato una lettera aperta alla Biennale intitolata When will they ever learn, il verso di Where Have All the Flowers Gone usato come domanda retorica alla direzione.

Il cuore del documento non contesta la qualità dei film scelti, ma la pretesa di neutralità del criterio: «ogni scelta riflette inevitabilmente uno sguardo, una cultura, un immaginario, di preferenze, sensibilità e limiti». Da qui l'affondo più citato: «questo festival guarda le cose di questo mondo con occhi quasi solo maschili».

Le firmatarie ricordano anche un impegno preso e mai davvero sciolto. Nel 2018 la Mostra aveva aderito al protocollo «50/50 by 2020», che impegna i festival alla trasparenza sui film ricevuti e alla parità nei ruoli decisionali. Otto anni dopo, sostengono le associazioni, il cambio di cultura promesso resta incompiuto. Nel dibattito sono intervenute anche figure di primo piano dell'industria: Fabia Bettini, presidente di Alice nella Città, chiede obiettivi concreti su direzioni artistiche e commissioni di finanziamento; la regista e attrice Maricla Coscione sposta la domanda dalle capacità alle occasioni offerte alle autrici; la direttrice di Rai Fiction Maria Pia Ammirati riconosce i progressi ma non la fine del lavoro.

Golino: «Non vorrei entrare in concorso solo perché sono una donna»

La replica più netta, però, arriva da dentro il cinema, non dalle associazioni. In un'intervista a Vanity Fair Italia, in edicola da mercoledì 12 agosto, Valeria Golino ha smontato la polemica dai due lati insieme.

Da un lato ha rifiutato qualsiasi corsia preferenziale: «Non vorrei mai entrare in Concorso soltanto perché sono una donna», perché una selezione così sarebbe offensiva. Dall'altro non ha assolto il direttore: «avrebbe dovuto esprimersi diversamente, perché detta così quella frase non suona bene».

Il bersaglio preciso è una parola. Barbera aveva raccontato di aver cercato «disperatamente» altri film di qualità firmati da donne. Golino si è fermata lì: «Quella parola non è appropriata. Il linguaggio ha un peso». È una critica di stile, non di merito, e proprio per questo difficile da respingere: separa il diritto di scegliere dalla responsabilità di come si racconta la scelta. Non a caso Golino sarà al Lido con quattro film — tre da attrice, tra cui Nessun dolore di Gianni Amelio e il grottesco Serpenti di Roberto De Paolis, e uno da produttrice: Una storia, esordio alla regia di Anna Foglietta con Alba Rohrwacher e Guido Caprino, in concorso a Orizzonti.

Sedia da regista vuota su un set cinematografico, il nodo delle registe a Venezia e del divario di genere
Il gap si forma a monte: sviluppo, budget e accesso ai fondi pubblici. · Immagine generata con IA

La difesa di Barbera: qualità, non genere

La linea della direzione non si è mossa: «Noi non scegliamo i film in base al genere delle registe e dei registi, ma in base alla qualità dei film stessi, è il nostro unico criterio». Nessuna quota, quindi, per preservare l'autonomia artistica della selezione.

Su questa posizione si è schierata una parte della stampa. Il ragionamento è che le pari opportunità «servono per consentire a tutti di arrivare alla linea di partenza, non per decidere a tavolino l'ordine d'arrivo», e che pretendere da un direttore artistico la riparazione in pochi giorni di uno squilibrio decennale significhi «confondere la conseguenza con la causa».

Perché il divario nasce prima del festival

Qui, infatti, i due fronti si toccano. Il numero delle registe a Venezia è un effetto, e i dati a monte lo confermano. In Europa solo il 26% dei film è diretto da donne e, di questo passo, la parità non arriverebbe prima del 2080. In Italia il quadro è peggiore: tra il 2008 e il 2018 le registe hanno firmato circa il 15% dei film, con un accesso ai finanziamenti pubblici sistematicamente inferiore a quello dei colleghi uomini.

È il punto che la lettera delle associazioni mette al centro: non un problema di talento, ma di capitale. Meno budget significa meno film ambiziosi, meno film ambiziosi significa meno titoli competitivi per un concorso internazionale — e il conto arriva puntuale a settembre. Il dibattito sulle registe a Venezia, in questo senso, illumina una filiera che decide molto prima del Lido chi potrà permettersi di gareggiare.

Resta però la questione che Golino ha isolato meglio di tutti. Un direttore può rivendicare la qualità come unico criterio; quel criterio, tuttavia, non si applica nel vuoto, e le parole con cui viene difeso raccontano quanto il problema sia stato compreso. Il verdetto sul numero delle registe a Venezia arriverà con l'edizione 2027: quest'anno, intanto, la Mostra si porta al Lido una polemica che il palmarès non potrà chiudere. Per il resto del programma, dai cinque italiani in gara alle sezioni parallele, resta il quadro della selezione ufficiale dell'83ª Mostra e le altre novità che seguiamo nella sezione Cinema.

Le ultime

Newsletter

Ogni articolonella tua posta

Scegli tu quanto spesso e su quali temi. Te ne vai con un clic, quando vuoi.

Quanto spesso