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Cinema

Woman Unknown: Leone d'oro all'unica regista in gara

Woman Unknown di May el-Toukhy vince il Leone d'oro dell'83ª Mostra del Cinema di Venezia. Era l'unico film in concorso diretto da una donna su venti in gara: il verdetto della giuria Gyllenhaal smonta la difesa della Mostra.

Di Vincenzo Pollice

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Woman Unknown Leone d'oro a Venezia 83: il palco vuoto della premiazione con sipario rosso e leggio illuminato
Immagine generata con IA

Woman Unknown di May el-Toukhy ha vinto il Leone d'oro dell'83ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia. La giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal ha assegnato il premio più importante del Lido, sabato 12 settembre 2026, all'unico film del concorso diretto da una donna. Non è un dettaglio di colore: è il dato che rimette in discussione la difesa con cui la Mostra aveva risposto, in agosto, alle contestazioni sulla composizione della selezione.

Woman Unknown, il film che era uno su venti

Coproduzione fra Danimarca, Svezia e Lettonia, in originale intitolato Kvinde Ukendt, Woman Unknown racconta la storia di Marie, governante e bambinaia promessa sposa all'anziano vedovo benestante per cui lavora nella Danimarca appena uscita dall'occupazione tedesca. Marie custodisce un segreto: durante la guerra ha avuto una relazione con un soldato tedesco. Quando qualcuno che viene dal suo passato la riconosce, la Marie di Woman Unknown è disposta a tutto — anche ad accusare un innocente — pur di non farsi restituire il nome che ha lasciato indietro.

La vicenda che Woman Unknown mette in scena, in Danimarca, ha un nome preciso: le tyskerpiger, le donne punite dalla comunità nel dopoguerra per aver frequentato gli occupanti. Rasate, esposte al pubblico ludibrio, spesso aggredite. La regista ha raccontato di essere partita da una fotografia ripubblicata da un giornale danese: «Tutto è nato da una foto riproposta da un giornale danese con una donna seduta su una panchina con i vestiti strappati». E ha riassunto così il tema del film: «È il corpo della donna in quanto campo di battaglia come parte del territorio nazionale».

Strada acciottolata deserta di un villaggio costiero danese del dopoguerra, l'ambientazione di Woman Unknown
La Danimarca costiera del dopoguerra in cui è ambientato Woman Unknown: è lì che le cosiddette tyskerpiger vennero punite dalle loro stesse comunità. · Immagine generata con IA

La difesa di Barbera e il verdetto che la ribalta

Il 23 luglio, presentando la selezione, Alberto Barbera aveva definito «il minimo storico di questi ultimi anni» la presenza femminile in concorso e aveva rivendicato il criterio della qualità come unico metro di scelta. Sei associazioni di categoria — 100autori, Anac, Doc/it, Air3, Eva, Women in Film, Television & Media Italia — avevano risposto con la lettera aperta When will they ever learn. Valeria Golino, dalle pagine di Vanity Fair Italia, aveva rifiutato le quote ma contestato una parola precisa usata dal direttore, «disperatamente»: «Quella parola non è appropriata. Il linguaggio ha un peso». Ne avevamo scritto ad agosto in Registe a Venezia: una sola in concorso su venti.

Sette settimane dopo, la stessa selezione difesa in nome della qualità produce questo esito: Woman Unknown, il film diretto dall'unica donna ammessa, è il migliore della Mostra secondo una giuria di sette persone. Il paradosso è che entrambe le tesi ne escono ferite. Chi sosteneva che tra le registe non ci fosse materiale all'altezza deve spiegare perché l'unica ammessa abbia battuto diciannove colleghi uomini. Chi sosteneva che la giuria fosse ostile alle autrici deve spiegare il Leone d'oro a Woman Unknown. Quello che resta in piedi è l'argomento che May el-Toukhy aveva esposto al Lido il 6 settembre, prima di qualunque premio: il collo di bottiglia non è il palmarès, è ciò che viene prima.

«Dopo aver concluso gli studi ci sono voluti 6-7 anni per realizzare il mio primo lavoro», ha spiegato l'autrice di Woman Unknown, aggiungendo che ai colleghi maschi non era servito lo stesso tempo. «Noi, in quanto registe, abbiamo a disposizione un budget diverso, molto più basso», con conseguenze dirette sul cast e sulla produzione. E una frase che pesa più delle statistiche: «Io non ho mai letto un articolo in cui si parli invece di una donna regista considerata un genio». La sua conclusione non assolve nessuno e non incolpa nessuno in particolare: «Siamo tutti il problema, ma siamo anche tutti parte della soluzione».

Woman Unknown si prende due degli otto premi ufficiali

La giuria internazionale aveva a disposizione otto riconoscimenti, da assegnare senza ex aequo. Due sono finiti allo stesso film: oltre al Leone d'oro, la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile è andata a Mathilde Arcel, la Marie di Woman Unknown. Ritirando il premio, l'attrice lo ha dedicato — secondo il resoconto del Difforme — «alle migliaia di donne che hanno sofferto», dicendo di non voler svegliarsi dal sogno. Woman Unknown è un film sulla punizione collettiva delle donne, e vince insieme il premio principale e quello per la sua protagonista: la simmetria è il commento più eloquente sulla serata.

Accanto ai due riconoscimenti di Woman Unknown, il resto del palmarès: Leone d'argento gran premio della giuria a Possible Love (Ga-neung-han sa-rang) del sudcoreano Lee Chang-dong; Leone d'argento per la migliore regia a Ilya Khrzhanovsky per Dau; premio per la migliore sceneggiatura a Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per Un bon petit soldat; Coppa Volpi maschile a John Malkovich per Wild Horse Nine di Martin McDonagh; premio Marcello Mastroianni al giovane emergente a Malou Khebizi per 15/18. Il premio speciale della giuria è andato a Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor.

Il palmarès ratifica le tre polemiche dell'edizione

Messi in fila, i verdetti principali hanno un tratto comune che nessuno sembra aver messo a bilancio: la giuria ha premiato esattamente i tre film che avevano generato le controversie di questa Mostra. L'unica regista in concorso ha preso il Leone d'oro con Woman Unknown. Dau, il film che le associazioni ucraine avevano chiesto di escludere dal concorso, ha preso il Leone d'argento per la regia. Naza, il documentario sull'uccisione di civili a Gaza che l'esercito israeliano ha contestato, ha preso il premio speciale.

Tavolo con sette sedie vuote davanti a uno schermo: la giuria di Venezia 83 che ha premiato Woman Unknown
Sette giurati, otto premi e nessun ex aequo: la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal ha assegnato a Woman Unknown due dei riconoscimenti in palio. · Immagine generata con IA

Vale la pena guardare chi sedeva in quella giuria: accanto a Gyllenhaal c'erano Kaouther Ben Hania, Daniel Blumberg, Francesco Casetti, Xavier Giannoli, Shahrbanoo Sadat e Johnnie To. Ben Hania è la regista tunisina che un anno fa, sullo stesso Lido, portò The Voice of Hind Rajab — un film su Gaza accolto da un'ovazione record e premiato con il Leone d'argento, non con il Leone d'oro. Quest'anno, da giurata, ha contribuito al verdetto che incorona Woman Unknown e ripete la stessa geometria: il documentario su Gaza esce con un premio importante, ma non con il massimo.

Sulla presenza di Naza in concorso, Barbera è tornato proprio il giorno della premiazione, con una formula che non lascia margini: «Non ammetterlo sarebbe stato ingiusto. Un atto di codardia, una fuga dalla responsabilità di una scelta necessaria». Una precisazione utile, perché segna il confine fra due mestieri: i film li ammette il direttore, i premi li assegna la giuria.

Il cinema italiano esce dal concorso a mani vuote

La serata è stata invece amara per l'Italia. In concorso c'erano cinque titoli italiani — li avevamo elencati a luglio in Film italiani Venezia 83: cinque in corsa per il Leone — e nessuno di loro ha ottenuto un riconoscimento ufficiale: mentre Woman Unknown saliva sul palco, la pattuglia italiana restava seduta. Su venti film in gara, un quarto della griglia era italiano: la percentuale di presenza più alta fra tutti i paesi, il rendimento più basso.

Qualcosa l'Italia l'ha portato a casa, ma in un'altra sezione. In Orizzonti, I figli della scimmia di Tommaso Landucci ha vinto due premi: migliore interpretazione maschile a Riccardo Scamarcio e migliore sceneggiatura a Landucci con Damiano Femfert. Sempre in Orizzonti, il premio per il miglior film è andato a Un détour par Diane di Ann Sirot e Raphaël Balboni, la migliore regia a Jacqueline Lentzou e la migliore interpretazione femminile a Laleh Marzban. Il Leone del futuro - Premio Luigi De Laurentiis per un'opera prima è andato a La Maison du Vent di Auguste Bernard Kouemo Yanghu.

Una nota sui numeri, perché le cifre circolate ieri sera non coincidono: la selezione annunciata da Barbera il 23 luglio contava venti film in concorso, ed è il dato con cui la Mostra è stata raccontata fino all'ultimo giorno; diverse testate, dopo la premiazione, ne hanno contati ventuno. In entrambe le letture la regista di Woman Unknown resta l'unica in gara, e il rapporto non cambia in modo sostanziale: fra il 5% e il 4,8% della griglia.

Perché Woman Unknown parla anche del presente

Chi lo ha visto al Lido insiste su una qualità formale precisa: un controllo rigoroso, dialoghi ridotti all'osso, il peso scaricato tutto sul volto della protagonista. Ma il motivo per cui Woman Unknown arriva oggi non sta nella ricostruzione storica. Sta nel meccanismo che mette a fuoco: una comunità che sceglie una categoria di persone da punire per un trauma collettivo di cui quelle persone sono, al più, una piccola parte. Woman Unknown lo osserva dall'interno, senza concedere a Marie l'innocenza che la renderebbe più comoda da difendere.

La Mostra si chiude così con un verdetto che non pacifica nulla e non era tenuta a farlo. Il Leone d'oro a Woman Unknown non risarcisce le registe assenti dal concorso, non chiude il caso Dau, non risolve la questione sollevata da Naza. Fa una cosa sola, e la fa con chiarezza: toglie di mezzo l'ipotesi più comoda, quella secondo cui il problema della Mostra fosse un problema di qualità. Il film migliore dell'83ª edizione era in sala insieme agli altri, e c'era arrivato da solo.

Fonti: ANSA, La Biennale di Venezia, ComingSoon.

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