Vai al contenuto
Newsletter

CinemaVoci dal mondo

Dau a Venezia 83: l'Ucraina contro il film in concorso

Dau a Venezia 83 è diventato un caso diplomatico prima ancora della proiezione: Kyiv contesta i 25 milioni di un oligarca sanzionato, la Biennale risponde con passaporti e bonifici europei. Due letture vere della stessa opera, separate da quindici anni.

Di Vincenzo Pollice

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Sala cinematografica storica vuota con schermo acceso, la cornice del caso Dau a Venezia 83
Immagine generata con IA

La selezione di Dau a Venezia 83 ha aperto un caso che non riguarda un film, ma una definizione. Il 17 agosto 2026 il ministero degli Esteri e il ministero della Cultura ucraini hanno diffuso una nota congiunta contro la presenza in concorso dell'opera di Ilya Khrzhanovsky. Ventiquattro ore dopo la Biennale ha risposto con una precisazione anagrafica e contabile. Il giorno successivo il direttore artistico Alberto Barbera ha alzato il tono. Tre documenti, tre versioni dello stesso oggetto.

La Mostra si apre il 2 settembre e chiude il 12. In concorso corrono venti titoli, e cinque portano una firma italiana. Dau è l'unico che, prima ancora di essere proiettato, è già diventato un problema diplomatico.

Dau a Venezia 83: che cosa contesta Kyiv

La nota dei due ministeri è netta. «In un momento in cui la Russia continua la sua guerra di aggressione contro l'Ucraina, distruggendo sistematicamente le nostre città, il nostro patrimonio culturale e la nostra identità nazionale, concedere una delle piattaforme culturali più prestigiose al mondo a un progetto legato allo Stato russo e alle sue reti di influenza invia un segnale estremamente preoccupante.»

Il punto centrale, però, non è il regista: è il denaro. Secondo Kyiv il progetto ha ricevuto circa 25 milioni di euro dall'imprenditore russo Sergej Adoniev, colpito da sanzioni ucraine nel 2022 e statunitensi nel 2023. Il database delle sanzioni ucraino indica che una delle sue società «fornisce servizi di comunicazione all'esercito russo». C'è poi l'interprete principale: il direttore d'orchestra Teodor Currentzis, che ha ottenuto la cittadinanza russa per decreto presidenziale nel 2014 e la cui orchestra MusicAeterna è stata sostenuta dalla banca VTB, oggi sotto sanzioni occidentali.

I ministeri aggiungono un rilievo che raramente entra nel dibattito italiano: il film fu girato a Kharkiv tra il 2008 e il 2011, ma ritrae la città «esclusivamente attraverso una lente sovietica, senza considerare la sua storia e la sua identità». E chiudono anticipando l'obiezione più prevedibile: «Non chiediamo la censura della cultura o degli artisti.» Quello che chiedono è che le istituzioni culturali facciano verifiche su chi finanzia le opere, perché «la cultura non può essere valutata separatamente dalla politica».

La replica della Biennale: passaporti e bonifici

La risposta arriva la sera del 18 agosto ed è costruita interamente su documenti. Dau, precisa la Biennale, è «una produzione tedesca, con Francia e Svezia come paesi coproduttori», finanziata da Arte, WDR, Swedish Film Institute e Hubert Bals Fund: denaro pubblico e semipubblico europeo. Quanto al regista, la nota è ancora più secca: Khrzhanovsky «non è cittadino russo, ha rinunciato alla cittadinanza russa» e possiede passaporto tedesco, britannico e israeliano.

C'è di più. La Russia lo ha designato «agente di influenza straniera» e nel febbraio 2024 ha dichiarato indesiderabile XY, l'organizzazione che aveva fondato nel 2023 per contrastare la propaganda russa. La Biennale definisce il film «un atto d'accusa contro ogni sistema totalitario e la sua intrusione nella vita degli individui», e conclude che non escluderà mai un partecipante in base a origine geografica e nazionalità.

Il 19 agosto Barbera è intervenuto su Instagram con parole più dure: «Dau non è un film russo, non è propaganda filoputiniana.» Il regista, per il direttore, è un dissidente finito «nelle liste di proscrizione del regime come terrorista e nemico dello Stato», schierato contro l'invasione dell'Ucraina fin dal primo giorno. Le accuse sarebbero «un castello fondato su premesse menzognere e manipolazione della realtà», un atto «meschino e inaccettabile».

Corridoio deserto di un istituto scientifico sovietico con pareti verdi e porte a vetri smerigliati
Il progetto Dau ricostruì a Kharkiv un istituto scientifico sovietico, dove cast e troupe vissero in personaggio per quasi tre anni. · Immagine generata con IA

Un film del 2011 giudicato con il calendario del 2026

Qui sta la ragione per cui entrambe le parti possono avere ragione. Kyiv giudica Dau a Venezia 83 in base al capitale che lo ha reso possibile: soldi russi, spesi tra il 2008 e il 2011, di un uomo che sarebbe stato sanzionato oltre dieci anni dopo. La Biennale lo giudica in base al soggetto che lo presenta oggi: una società tedesca, fondi pubblici europei, un autore senza più passaporto russo. Nessuna delle due descrizioni è falsa. Descrivono momenti diversi della stessa opera.

È una conseguenza diretta della natura del progetto. Dau nasce nel 2006 come biografia del fisico sovietico Lev Landau e diventa qualcosa di mai visto: un set di tre acri alla periferia di Kharkiv, la ricostruzione della vita a Mosca fra il 1938 e il 1968, centinaia di persone che per quasi tre anni vivono, vestono e parlano secondo le regole di quel mondo. Ne escono circa 700 ore di girato, dalle quali erano previsti fino a quattordici film. Due arrivarono alla Berlinale 2020: DAU. Natasha — Orso d'argento per il contributo artistico alla fotografia — e DAU. Degeneratsia.

Un'opera con una gestazione di vent'anni attraversa regimi di legittimità diversi. Quando quelle riprese cominciarono, un produttore russo che finanziava cinema d'autore in Ucraina era una notizia da pagina culturale. Nel 2026 lo stesso bonifico è una voce in un database di sanzioni. La distanza fra le due letture non è ideologica: è cronologica.

Il precedente del 2022 e il padiglione della scorsa primavera

La Biennale una regola in materia ce l'ha già, e risale al 3 marzo 2022. In quel comunicato l'istituzione rifiutava «qualsiasi forma di collaborazione con coloro che hanno compiuto o sostenuto un atto così grave di aggressione» e chiudeva le porte a «delegazioni ufficiali, istituzioni o persone legate a qualsiasi titolo al governo russo». I singoli autori russi, invece, restavano ammessi: il criterio non era il passaporto, era il legame con lo Stato.

Applicata alla lettera a Dau a Venezia 83, quella regola assolve Khrzhanovsky senza difficoltà. Il problema è che nel 2022 nessuno aveva previsto il caso di un'opera finanziata anni prima da capitali poi sanzionati: la norma sa distinguere le persone, non i bilanci. E non è la prima volta che l'istituzione veneziana ci inciampa. Appena la scorsa primavera la Russia era tornata alla Biennale d'Arte con un padiglione affidato a una commissaria vicina al complesso militare-industriale russo, in mezzo a proteste rimaste senza risposta strutturale.

Latta di pellicola chiusa, guanti d'archivio bianchi e cartellina grigia su un tavolo di legno scuro
Fra la fine delle riprese e la premiere di Venezia sono passati quindici anni: abbastanza perché cambiasse il significato politico degli stessi materiali. · Immagine generata con IA

Quello che il duello lascia fuori

Nello scambio di comunicati sparisce la parte più scomoda della storia. Dal set di Kharkiv emersero negli anni resoconti di un clima oppressivo, in particolare per le donne, e la polizia ucraina aprì un'indagine su presunte violenze ai danni di comparse, fra cui minori ospiti di istituti. Sono accuse che il regista ha sempre respinto e che non hanno prodotto condanne, ma restano il motivo per cui in Ucraina il suo nome pesa diversamente che altrove.

C'è anche un precedente più recente. Nel 2020 Khrzhanovsky fu nominato direttore artistico del Babyn Yar Holocaust Memorial Center di Kyiv, e il suo progetto di commemorazione «immersiva» provocò una rivolta di storici e intellettuali ucraini e internazionali. La protesta contro Dau a Venezia 83 non nasce quindi soltanto dalla guerra: ha una storia locale che comincia sei anni fa e che, vista da Roma o da Berlino, semplicemente non si vede. Anche per questo il festival che quest'anno premia Ellen Burstyn con il Leone d'oro alla carriera si trova a maneggiare una materia che non è critica cinematografica.

Dau arriverà al Lido con i suoi 195 minuti più quindici di intervallo, e verrà giudicato da una giuria che dovrà decidere se assegnargli il Leone d'oro. Sarà quella, alla fine, la vera risposta della Mostra. Perché su un punto Kyiv e la Biennale sono d'accordo senza dirlo: il caso di Dau a Venezia 83 non si chiude con una definizione. Un regista può restituire un passaporto. Il denaro che ha già girato, no.

Fonti: ANSA, La Biennale di Venezia, The Kyiv Independent.

Le ultime

Newsletter

Ogni articolonella tua posta

Scegli tu quanto spesso e su quali temi. Te ne vai con un clic, quando vuoi.

Quanto spesso