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Rimozione di don Biancalani: il Vaticano chiude Vicofaro

Il Dicastero per il Clero ha respinto il ricorso: la rimozione di don Biancalani dalle parrocchie di Vicofaro e Ramini è definitiva. Ma il decreto non contesta l'accoglienza dei migranti — parla di opportunità pastorale, e racconta un conflitto tutto interno alla Chiesa.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Rimozione di don Biancalani: navata di una chiesa parrocchiale vuota con coperte piegate e brandine richiuse nella navata laterale
Immagine generata con IA

La rimozione di don Biancalani è diventata definitiva il 19 agosto 2026, quando il Dicastero per il Clero ha respinto il ricorso canonico presentato dal sacerdote contro il provvedimento che lo allontana dalle parrocchie di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e San Niccolò a Ramini, alle porte di Pistoia. Si chiude così, almeno sul piano amministrativo, una delle vicende più discusse della Chiesa italiana dell'ultimo decennio: quella del prete che aveva trasformato una canonica di periferia nel principale centro di accoglienza informale della Toscana.

La notizia è stata accolta come un verdetto politico. Matteo Salvini ha commentato su X con una frase secca: «Il prete dei clandestini lascia Vicofaro. Il tempo è galantuomo». Ma il decreto che chiude la vicenda non parla di immigrazione, e non contesta al sacerdote nulla di ciò che la polemica pubblica gli ha rimproverato per anni. Dice qualcosa di molto più scomodo, e riguarda il funzionamento della Chiesa prima ancora che i migranti.

Rimozione di don Biancalani: che cosa dice davvero il decreto

Il punto decisivo sta in una formula tecnica. Il procedimento canonico nei confronti del parroco non riguarda «violazioni disciplinari sulla condotta sacerdotale», ma nasce da «una valutazione di opportunità pastorale». Tradotto: non c'è un'accusa, non c'è una colpa, non c'è una sanzione. C'è la decisione di un vescovo che ritiene un sacerdote non più adatto a guidare una determinata comunità, e che il diritto della Chiesa autorizza a prendere.

Il procedimento era stato avviato dall'allora vescovo di Pistoia e Pescia, monsignor Fausto Tardelli, dopo che don Massimo Biancalani aveva rifiutato il trasferimento all'Ufficio missionario diocesano che gli era stato proposto. Quel rifiuto è l'atto che ha innescato tutto il resto: il sacerdote ha presentato ricorso, la Santa Sede lo ha esaminato e lo ha respinto. Come ha ricostruito l'ANSA, al sacerdote resta ora un'ultima possibilità: il ricorso al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica entro sessanta giorni, che tuttavia non sospenderebbe l'efficacia del provvedimento.

Un dettaglio spiega bene la natura non punitiva della decisione: don Biancalani perde la guida delle due parrocchie, ma resta autorizzato alla celebrazione dei sacramenti. Non è una scomunica né una sospensione a divinis. È una revoca di incarico.

Facciata di una canonica toscana al tramonto con il portone di legno chiuso e il cortile deserto
La canonica di Vicofaro ha ospitato per quasi dieci anni decine di persone senza essere mai un centro di accoglienza riconosciuto. · Immagine generata con IA

Dieci anni di Vicofaro: dall'accoglienza allo sgombero

L'esperienza era cominciata attorno al 2015 e si era ingrandita in fretta, fino a fare della parrocchia un simbolo nazionale. Nei momenti di massima pressione la canonica e gli spazi parrocchiali hanno ospitato più di cento persone contemporaneamente. Don Biancalani era diventato un personaggio pubblico nel 2017, quando la foto che lo ritraeva con alcuni giovani migranti in piscina scatenò uno scontro frontale con l'allora ministro dell'Interno.

La crisi è arrivata nella primavera del 2025, e non per ragioni ideologiche. I sopralluoghi congiunti di Prefettura e ASL hanno certificato condizioni strutturali e igienico-sanitarie gravemente inadeguate. Un controllo delle forze dell'ordine ha trovato 176 persone in una struttura la cui capienza massima autorizzata era di 70. Il 6 giugno 2025 il sindaco di Pistoia Alessandro Tomasi ha firmato l'ordinanza di sgombero, concedendo venti giorni per la regolarizzazione; il Ministero dell'Interno ha individuato settanta posti tra Cas e Sai come sistemazione alternativa. Lo sgombero è stato eseguito nel luglio successivo.

Quei due numeri — 176 e 70 — sono la chiave di lettura dell'intera vicenda, e valgono più di qualunque dichiarazione. Descrivono una struttura che aveva superato di due volte e mezza la propria capienza, e che continuava a riempirsi perché nessun'altra porta era aperta. Alla notizia dell'ordinanza il sacerdote reagì parlando di «un mix di meraviglia, di preoccupazione e un po' anche di rabbia».

Il conflitto vero non è tra accoglienza e rifiuto

Chi legge la rimozione di don Biancalani come la sconfitta dell'accoglienza cattolica di fronte alla linea dura del governo sta guardando il fotogramma sbagliato. Il conflitto che ha attraversato Vicofaro per dieci anni è interno alla Chiesa, e riguarda il rapporto fra il carisma di un singolo e la responsabilità di un'istituzione.

Una parrocchia non è un centro di accoglienza. Non ha personale formato, non ha standard di sicurezza da rispettare in cambio di un finanziamento, non ha un ente che risponda se qualcosa va storto. Per anni Vicofaro ha svolto una funzione di supplenza rispetto a un sistema pubblico che in quel territorio non offriva posti sufficienti, e lo ha fatto con l'unica risorsa disponibile: la disponibilità personale di un prete. Finché ha retto, è stata una testimonianza. Quando ha smesso di reggere, è diventata un problema di ordine pubblico e di igiene.

Lo ha ammesso, con una lucidità che il dibattito politico non gli ha riconosciuto, lo stesso don Biancalani: «Aprire le porte non è semplice, arrivano i poveri con le loro fragilità, avere in casa un ospedale da campo è divisivo». La frase contiene l'intera contraddizione. Un ospedale da campo è una struttura di emergenza — e un'emergenza che dura dieci anni non è più tale: è un vuoto istituzionale che qualcuno ha coperto con il proprio corpo.

Stola sacerdotale ricamata piegata su un banco di sacrestia accanto a un mazzo di chiavi di ferro
Don Biancalani perde la guida delle due parrocchie ma conserva la facoltà di celebrare i sacramenti: non è una sanzione disciplinare. · Immagine generata con IA

Il dettaglio che smonta la lettura politica

C'è un elemento cronologico che merita attenzione. Il provvedimento nasce sotto il vescovo Tardelli, ma la conferma arriva quando la diocesi di Pistoia e Pescia ha già un nuovo pastore: monsignor Augusto Mascagna, nominato il 20 aprile 2026 e ordinato il 21 giugno, subentrato a Tardelli dimessosi per raggiunti limiti di età. Soprattutto, il decreto porta la firma di un Dicastero che risponde a Leone XIV — cioè al Papa che ha fatto della questione migratoria uno dei tratti più riconoscibili del proprio pontificato, come mostrò il suo viaggio a Lampedusa.

Se la rimozione di don Biancalani fosse un cedimento della Chiesa alle pressioni della politica italiana sull'immigrazione, sarebbe difficile spiegare perché venga firmata proprio sotto questo pontificato. La spiegazione più semplice è anche la più istituzionale: Roma ha giudicato un conflitto fra un vescovo e un suo parroco, e ha dato ragione al vescovo, come fa quasi sempre quando non ci sono violazioni contestate. Il sacerdote stesso, del resto, riconosce l'opacità di quel passaggio: «Non si capisce bene in questa decisione in che misura abbiano inciso il Governo, la Chiesa locale, le dinamiche ecclesiastiche».

Che cosa resta ora, e a chi

Don Biancalani ha commentato la decisione con amarezza, rivendicando la legittimità ecclesiale del proprio percorso: «Il nostro cammino di accoglienza non era un mio capriccio ma una risposta all'indicazione del Magistero della Chiesa di Papa Francesco che ci conosceva e seguiva». E ha definito il provvedimento «una punizione, un provvedimento drastico, duro», sottolineando che a Ramini, a differenza di Vicofaro, «il clima era sereno». Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, una cinquantina di persone risulta ancora ospitata negli spazi parrocchiali.

Ed è qui che la vicenda smette di essere una questione di diritto canonico. La rimozione di don Biancalani risolve un problema di governo ecclesiastico, ma non risolve quello che aveva reso Vicofaro necessaria. Le persone che dormivano in quella canonica non erano lì perché un prete le aveva convocate: erano lì perché il sistema di accoglienza del territorio non aveva spazio per loro, come accade in tante altre aree del Paese dove il lavoro povero e l'invisibilità amministrativa si intrecciano da anni.

Il decreto del Dicastero per il Clero ha chiuso una parrocchia irregolare. Non ha creato un posto letto. Ed è esattamente questa la distanza — fra ciò che un'istituzione può ordinare e ciò che nessun ordine produce — che rende la rimozione di don Biancalani una notizia molto meno consolatoria di come l'hanno raccontata entrambi gli schieramenti.

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