Strage di Amendolara: quattro braccianti bruciati vivi
Strage di Amendolara: quattro braccianti afghani e un pakistano bruciati vivi in un minivan sulla Statale 106 a Cosenza. Due caporali pakistani fermati per omicidio aggravato plurimo.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Strage di Amendolara: lunedì 1 giugno 2026, in una stazione di servizio della Strada Statale 106 tra Amendolara e Roseto Capo Spulico, quattro braccianti agricoli sono stati bruciati vivi dentro un minivan. Tre erano afghani, uno pakistano. Avevano fra i 19 e i 29 anni. Erano fantasmi senza contratto venuti in Calabria a raccogliere fragole nelle campagne del Metapontino e della Sibaritide. Hanno chiesto i soldi che gli spettavano e per questo qualcuno ha chiuso a chiave le portiere dell'auto, ha versato benzina dal portellone e ha acceso un accendino. Un quinto uomo, afghano di 35 anni, è sopravvissuto rompendo a testate il finestrino. Due caporali pakistani sono fermati per omicidio aggravato plurimo.
Strage di Amendolara: cosa mostra il video della stazione di servizio
Le telecamere di sorveglianza dell'area di rifornimento hanno consegnato agli inquirenti la cronaca silenziosa della strage di Amendolara. Nei fotogrammi diffusi dalla procura si vedono due uomini muoversi attorno al minivan con il portellone aperto: uno resta dietro, l'altro forza le portiere laterali per impedire qualunque via di fuga. Pochi istanti dopo dal mezzo si sprigiona una vampata. Il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto ha pubblicato il filmato sui social commentandolo con parole che sintetizzano lo sgomento istituzionale: «Ci sono notizie che scuotono la fede nell'umanità».
I vigili del fuoco arrivati a sirene spiegate hanno trovato i corpi carbonizzati di quattro persone. Sul piazzale, ancora in stato di shock, c'era il superstite: Mohammad Taj Alamyar, 35 anni, afghano regolarmente residente in Italia. Si è salvato spaccando il vetro a testate e ha raccontato tutto ai carabinieri di Trebisacce. Gli ustionati al braccio e al volto sono stati medicati sul posto e poi messi sotto protezione mentre fornivano la prima testimonianza utile a chiudere il cerchio su sospetti già monitorati dagli inquirenti.
Chi erano Ullah, Waseem, Amin e Safi
Avevano nomi, età, una storia. Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, afghano, il più giovane. Amin Fazal Khogjani, 28 anni, afghano. Safi Iayjad, 27 anni, afghano. Waseem Khan, 29 anni, pakistano. Vivevano a Villapiana, in provincia di Cosenza, ammassati in una stessa abitazione con altre nove persone. Ogni mattina prima dell'alba salivano sul minivan dei caporali per essere portati nei campi di fragole tra Metaponto, Scanzano Jonico e Policoro. Lavoravano dieci, dodici, quattordici ore al giorno. Tornavano la sera. Mangiavano, dormivano, ricominciavano.
Della paga vera, nessuna traccia. Buste paga finte da trecentocinquanta euro al mese servivano a giustificare un permesso di soggiorno; i soldi veri non arrivavano mai. Sopravviveva chi accettava la regola: vitto e alloggio sì, contante no. Inoltre, per il viaggio dal dormitorio di Villapiana ai campi della Basilicata, i caporali esigevano cinque euro a persona al giorno, da scalare da un salario fantasma. È un cortocircuito economico che l'Osservatorio Placido Rizzotto della FLAI CGIL stima coinvolga circa duecentomila braccianti stranieri in tutta Italia.
I due caporali fermati e l'inchiesta della Dda
I due fermati, secondo le prime informazioni rese pubbliche dalla procura di Castrovillari, sono Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi cittadini pakistani, entrambi residenti in zona, entrambi accusati di omicidio volontario aggravato plurimo. Sono stati identificati grazie al video di sorveglianza incrociato con le testimonianze del superstite e dei vicini di alloggio, e portati in questura a Cosenza per un interrogatorio durato l'intero pomeriggio del 2 giugno. La perquisizione nelle loro abitazioni ha permesso il sequestro di documenti, telefoni e tracce di liquido infiammabile compatibili con la dinamica dell'incendio.
L'inchiesta, coordinata dal procuratore di Castrovillari con il supporto della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, si concentra ora sulla rete di caporalato che da anni opera a cavallo fra Sibaritide e Metapontino. Il superstite ha parlato di una «grande mafia pakistana» nei campi, di minacce con coltelli e armi da fuoco quando i lavoratori chiedevano un contratto vero, di un sistema che reclutava manodopera tra i connazionali appena sbarcati e li teneva schiavi attraverso il debito del viaggio, l'isolamento linguistico e la paura di perdere il permesso di soggiorno.
La reazione della politica e della Chiesa
Il governo italiano si è mosso rapidamente. Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha parlato di «atto inumano» e ha annunciato un rafforzamento dei controlli ispettivi nelle zone agricole del Mezzogiorno. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «dolore e rabbia» promettendo che la lotta al caporalato resterà una priorità. Le opposizioni — Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra — chiedono un'informativa urgente in Parlamento e l'apertura di una commissione d'inchiesta sui sistemi di sfruttamento nelle filiere agricole italiane.
Più dura, e meno istituzionale, la reazione della Conferenza episcopale italiana. Il vicepresidente, monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio, ha denunciato «il silenzio sporco della convenienza» che riduce i migranti a «corpi senza storia» e ha definito il caporalato «una forma moderna di schiavitù» che la civiltà italiana non può più tollerare. Sull'omelia funebre attesa nei prossimi giorni si è già acceso un dibattito tra parrocchie del territorio.

Il dramma del caporalato nelle campagne del Sud
La strage di Amendolara non è un fatto isolato. Nell'ottobre 2025 un incidente a Scanzano Jonico, sempre in Basilicata, era costato la vita a quattro braccianti indiani schiacciati in un altro minivan di trasporto agricolo. Nel 2023 un'indagine della procura di Matera aveva ricostruito un sistema di reclutamento in cui i migranti africani pagavano fino a seimila euro al loro arrivo, più tre euro al giorno per dormire in alloggi fatiscenti. Il modello è sempre lo stesso: manodopera invisibile, paga simbolica, intermediari connazionali che usano la violenza come metodo di gestione del personale.
Il segretario regionale CGIL Calabria Gianfranco Trotta ha chiesto «presenza dello Stato e ispezioni continue» nelle aree a maggior concentrazione di braccianti stagionali. Tuttavia, dietro la richiesta sindacale resta un nodo politico più ampio: in Italia la legge 199 del 2016 contro il caporalato esiste, prevede pene fino a otto anni, ma le ispezioni nei campi restano numericamente inadeguate. Di conseguenza, ogni volta che un'inchiesta come quella di Amendolara fa esplodere il problema, si torna a parlare di «emergenza» quando invece si tratta di un'infrastruttura criminale stabile.
Il superstite, il dolore e la giustizia che servirà
Mohammad Taj Alamyar oggi è sotto protezione. Le sue parole, registrate dal TG1 e dalle emittenti regionali, sono il documento più crudo della vicenda: «I soldi non ce li davano. Da mangiare sì, la casa sì, ma i soldi no». E ancora: «Ho visto l'orrore, sono vivo per miracolo. Ho pensato di morire». Ha rotto il finestrino a testate mentre dietro di lui le fiamme prendevano i compagni. Si è salvato perché era seduto vicino al vetro posteriore. Gli altri quattro non hanno avuto tempo.
Infine, una considerazione sull'ecosistema della vergogna. Per anni le fragole della Sibaritide e del Metapontino sono finite in supermercati italiani ed europei senza che nessuno chiedesse chi le avesse raccolte e a quale prezzo umano. La strage del 1 giugno costringe ora la grande distribuzione, le cooperative agricole e i consumatori a guardare in faccia una filiera che si regge sul sangue invisibile dei più deboli. Quattro nomi — Ullah, Amin, Safi, Waseem — sono entrati nella cronaca italiana del 2026 con la forza di un memento che non si può girare. Il prossimo passo spetterà ai magistrati di Castrovillari e Catanzaro, ma anche a chi, ogni mattina, sceglie cosa mettere nel carrello.




