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Operazione di Leone XIV: il Perù resta a tre settimane
L'operazione di Leone XIV per un nodulo al polmone è stata annunciata dal Papa stesso all'Angelus. Ma il programma ufficiale del viaggio in Uruguay, Argentina e Perù lo porta a Cusco, a 3.400 metri, appena tre settimane dopo: un documento che quasi nessuno ha letto accanto alla diagnosi.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

L'operazione di Leone XIV per rimuovere un nodulo al polmone è stata annunciata dal Papa stesso, in prima persona, al termine dell'Angelus di domenica 11 ottobre in piazza San Pietro. Non un bollettino della Sala Stampa, non una nota diffusa a cose fatte: il Pontefice ha detto ai fedeli che cosa i medici gli hanno trovato e che cosa ha deciso di fare.
Da quel momento la stampa italiana si è divisa fra la cronaca delle reazioni e la spiegazione medica di che cosa sia un nodulo polmonare. Quasi nessuno, tuttavia, ha messo l'annuncio accanto all'unico documento che ne misura davvero la portata: il programma ufficiale, già pubblicato dalla Santa Sede, del viaggio apostolico in Uruguay, Argentina e Perù. Dodici giorni, tre Paesi, quattordici località. Partenza il 6 novembre.
L'annuncio all'Angelus e quello che ha aggiunto la Sala Stampa
Le parole del Papa, riportate da Vatican News, sono state asciutte: «Di recente, durante alcuni controlli, i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone. È stato individuato in una fase molto iniziale e ben localizzato». Quindi la decisione: «I medici ritengono opportuno intervenire, e allora, seguendo i loro consigli, ho deciso di operarmi per toglierlo». Infine la richiesta alla piazza: «Mi affido alla vostra preghiera».
Soltanto dopo, e soltanto rispondendo alle domande dei giornalisti, il direttore della Sala Stampa della Santa Sede Matteo Bruni ha precisato che l'intervento «è previsto per i primi giorni della prossima settimana» — cioè di questa — e che «il tempo previsto per il ricovero post operatorio è di circa una settimana». L'operazione di Leone XIV si svolgerà al Policlinico Gemelli di Roma. Il Papa, nato a Chicago il 14 settembre 1955, ha compiuto 71 anni meno di un mese fa.
Va detto con chiarezza: la natura del nodulo non è stata resa nota. Il Vaticano non ha diffuso alcun referto, né ha parlato di tumore. Chi scrive il contrario sta inferendo, non riportando.

Operazione di Leone XIV: che cosa dicono davvero gli specialisti
Nessuno dei medici intervenuti conosce la cartella clinica del Pontefice, e tutti lo hanno premesso. Detto questo, due indicazioni convergono. Massimo Di Maio, presidente dell'Associazione italiana di oncologia medica, ha spiegato ad Adnkronos Salute che un nodulo «non significa necessariamente avere un tumore maligno»: sotto il centimetro, di regola, si monitora e basta; quando si avvicina o supera il centimetro si procede ad accertamenti, «di regola attraverso l'esecuzione di una biopsia». E aggiunge l'osservazione più utile di tutte: «Il fatto che l'intervento sia già stato programmato potrebbe indicare che siano disponibili risultati degli accertamenti effettuati, ma non è possibile trarre conclusioni senza informazioni cliniche più precise».
Claudio Micheletto, direttore della Pneumologia dell'azienda ospedaliera universitaria di Verona e membro del direttivo dell'Aipo, legge la decisione chirurgica come un segnale incoraggiante: «Se il Pontefice ha annunciato che sarà sottoposto a un intervento è comunque una notizia positiva», perché «purtroppo, solo una piccola percentuale dei tumori polmonari può essere operata, dato che spesso la diagnosi arriva quando la malattia è già in fase avanzata». Con le tecniche mininvasive, precisa, la degenza arriva in genere a una decina di giorni.
Qui sta però il dettaglio che cambia il calendario, e che nei resoconti è passato quasi inosservato. Durante l'intervento, spiega Micheletto, non si asporta soltanto la porzione di polmone interessata: si prelevano anche alcuni linfonodi, sottoposti poi a esame istologico. Se risultano negativi, in alcuni casi l'operazione è sufficiente. Se invece emergono cellule tumorali, «può essere indicata una chemioterapia aggiuntiva». In altre parole: l'esito dell'operazione di Leone XIV non si conoscerà in sala operatoria, ma qualche giorno dopo, in laboratorio. E quei giorni cadono esattamente nella finestra che precede il viaggio.
Il documento che nessuno ha messo accanto alla diagnosi
Il programma ufficiale pubblicato dalla Santa Sede non è una bozza né un'indiscrezione: è il calendario definitivo, ora per ora, diffuso con i bollettini del 5 agosto e del 21 settembre. Conviene leggerne i numeri, perché raccontano da soli il problema che l'operazione di Leone XIV apre.
Dal 6 al 17 novembre il Papa dovrebbe affrontare dodici giorni di viaggio, tre Paesi e quattordici località, con nove messe all'aperto, tre veglie, quindici incontri ufficiali, dodici tratte aeree e due trasferimenti in elicottero. Il fuso scivola progressivamente: Roma è a +1 rispetto a UTC, Montevideo e Buenos Aires a −3, Lima a −5. Sei ore di scarto, accumulate e poi recuperate in due settimane.
Fra l'intervento, atteso nei primi giorni di questa settimana, e il decollo da Fiumicino del 6 novembre corrono poco più di tre settimane. Fra la dimissione prevista — «circa una settimana» di ricovero, ha detto Bruni — e lo stesso decollo ne corrono poco più di due. Dall'Uruguay, prima tappa, la Conferenza episcopale ha fatto sapere che «al momento non sono previste modifiche all'agenda del viaggio apostolico»: una formula che conferma il programma e, insieme, lascia aperta ogni revisione.

Cusco, 3.400 metri: il punto esatto del programma
Dentro quel calendario c'è una giornata che merita di essere letta riga per riga, ed è domenica 15 novembre. Alle 07:50 il Papa parte in aereo da Chiclayo. Alle 10:00 atterra a Cusco, che sta a circa 3.400 metri sul livello del mare. Alle 10:30 è atteso nel parco archeologico di Saqsaywaman, che domina la città da quota ancora superiore. Alle 11:45 recita l'Angelus davanti alla cattedrale. Alle 13:05 riparte per Pucallpa, in Amazzonia, dove alle 15:00 incontra i rappresentanti dei popoli amazzonici e alle 16:45 celebra messa. Alle 20:20 atterra a Lima.
Quattro città, dall'altopiano andino alla foresta pluviale, in dodici ore e mezza. Per chiunque sarebbe una giornata dura; per un paziente operato tre settimane prima a un polmone, l'alta quota introduce una variabile che il resto dell'itinerario — tutto sostanzialmente a livello del mare — non presenta. È bene precisare che nessun medico si è pronunciato su questo punto, che la Santa Sede non lo ha sollevato e che l'operazione di Leone XIV, allo stato, non è stata collegata pubblicamente ad alcuna modifica del viaggio. Resta il fatto che la domanda, finora, non l'ha posta nessuno.
Che il Papa voglia andare, del resto, è comprensibile. In Perù Robert Francis Prevost è stato missionario agostiniano a Chulucanas e a Trujillo, poi amministratore apostolico e dal 2015 vescovo di Chiclayo; il 24 agosto di quell'anno ottenne la cittadinanza peruviana per naturalizzazione. E il 14 novembre il programma lo riporta nella cattedrale di Santa Maria di Chiclayo: la stessa in cui fu ordinato vescovo il 12 dicembre 2014. Non è una tappa qualsiasi. È il ritorno a casa.
Che cosa prevede il diritto della Chiesa, e che cosa invece non prevede
C'è poi un ordine di problemi che l'operazione di Leone XIV rende concreto e di cui quasi non si è parlato: chi governa la Chiesa nelle ore in cui il Papa è in anestesia generale. La risposta, sorprendentemente, non sta scritta da nessuna parte.
Il canone 335 del Codice di diritto canonico dedica alla questione una sola frase: «Mentre la Sede romana è vacante o totalmente impedita, non si modifichi nulla nel governo della Chiesa universale; si osservino invece le leggi speciali emanate per tali circostanze». Il rinvio è preciso, ma funziona a metà. Per la sede vacante quelle leggi speciali esistono davvero: è la costituzione apostolica Universi Dominici gregis del 1996, che disciplina nel dettaglio il periodo fra la morte di un Papa e l'elezione del successore. Per la sede romana «totalmente impedita», invece, nessuna legge speciale è mai stata emanata. Il rinvio punta al vuoto.
Il contrasto con le diocesi è netto. Per un vescovo diocesano il Codice spende quattro canoni. Il canone 412 definisce la sede impedita come l'impossibilità totale di esercitare l'ufficio «a motivo di prigionia, confino, esilio o inabilità». Il canone 413 impone a ogni vescovo, «dopo avere preso possesso della diocesi», di compilare «quanto prima» un elenco nominativo di chi dovrà governare al suo posto: elenco da comunicare al metropolita, da rinnovare «almeno ogni tre anni» e da conservare «sotto segreto» dal cancelliere. Ogni vescovo del mondo, insomma, è tenuto per legge a lasciare una busta sigillata con dentro una catena di successione temporanea. Per il vescovo di Roma quella busta non esiste, e nessuna norma la prescrive.
Attenzione, però, a non forzare la conclusione: un ricovero programmato di una settimana non è giuridicamente una «sede totalmente impedita», che il canone 412 àncora a un'impossibilità assoluta e prolungata. Nessuna crisi di governo è all'orizzonte, e la prassi — deleghe ordinarie, Segreteria di Stato, dicasteri che proseguono il lavoro corrente — ha sempre retto, anche durante i lunghi ricoveri di Giovanni Paolo II. Il punto non è la previsione di un collasso istituzionale: è l'asimmetria di un ordinamento che regola minuziosamente l'incapacità del vescovo di Pistoia e liquida in dodici parole quella del Papa. Una stranezza che oggi ha un sapore particolare, perché Leone XIV è lui stesso canonista: licenza all'Angelicum nel 1984, dottorato l'anno dopo.
Dal 1899 a oggi: cinque Papi in sala operatoria, sei con Leone
La ricostruzione dell'agenzia SIR colloca l'operazione di Leone XIV in una serie documentata. Dalla fine dell'Ottocento i Pontefici operati durante il pontificato sono cinque. Il primo fu anch'egli un Leone: nel marzo 1899 Leone XIII si fece asportare una cisti infiammata. Nel novembre 1967 Paolo VI fu operato alla prostata in una sala allestita dentro il Palazzo apostolico. Con Giovanni Paolo II il decimo piano del Gemelli divenne un luogo noto al mondo: l'urgenza dopo l'attentato del 1981, il femore nel 1994, l'appendicectomia nel 1996, la tracheotomia del febbraio 2005. Benedetto XVI fu operato al polso ad Aosta nel 2009. Francesco al colon nel 2021 e per un laparocele nel 2023 — e aveva già subito in gioventù l'asportazione di una porzione di polmone.
Ma è sul come si è saputo che il confronto diventa interessante. Nel luglio 2021 e nel giugno 2023 le notizie sugli interventi di Francesco passarono dalla Sala Stampa. Nel febbraio 2013 si scoprì che a Benedetto XVI era stata sostituita la batteria del pacemaker tre mesi prima soltanto dopo l'annuncio della rinuncia, e solo perché un quotidiano lo aveva anticipato. L'unico vero precedente di un Papa che parla di sé alla piazza è il 12 luglio 1992, quando Giovanni Paolo II disse: «Questa sera mi recherò al Policlinico Gemelli per sottopormi ad alcuni accertamenti diagnostici». Tre giorni dopo gli asportarono un tumore intestinale, risultato benigno.
Leone XIV è andato oltre quel precedente: non ha annunciato degli esami, ha detto che cosa è stato trovato e quale decisione ha preso. Nel suo primo anno di pontificato aveva già scelto la parola diretta con l'enciclica sull'intelligenza artificiale e il gesto esposto con il viaggio a Lampedusa. La trasparenza di domenica appartiene allo stesso registro, e il cardinale Américo Aguiar, vescovo di Setúbal, ha scritto che il Papa l'ha fatto «con una trasparenza straordinaria, con semplicità, con verità e con un'umanità che ci avvicina ancora di più a lui».
Attorno all'operazione di Leone XIV restano aperte, infine, tre domande che nessun comunicato ha ancora toccato: quale sarà l'esito dell'istologico sui linfonodi, se il programma del 15 novembre a Cusco verrà confermato così com'è, e se la Santa Sede diffonderà bollettini medici durante il ricovero oppure manterrà il silenzio scelto finora. Le prime risposte arriveranno entro questa settimana.


