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Tregua umanitaria a Oleshky: il Papa telefona a Putin
Tregua umanitaria a Oleshky: dal letto del Gemelli, tre giorni dopo l'operazione al polmone, Leone XIV ha chiesto a Vladimir Putin di fermare le armi per far entrare cibo e medicine nella città assediata. Il Cremlino ringrazia, promette collaborazione e non usa mai la parola tregua.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Una tregua umanitaria a Oleshky: è la richiesta che Leone XIV ha rivolto a Vladimir Putin nel pomeriggio di venerdì 16 ottobre, al telefono, da una stanza del Policlinico Gemelli, tre giorni dopo l'operazione. Il Papa era stato operato martedì 13 per l'asportazione di un adenocarcinoma al polmone destro. Non ha aspettato le dimissioni, arrivate il giorno dopo. Ha chiesto che le armi si fermassero in una città di cui, fino a venerdì, in Italia non parlava quasi nessuno.
Il colloquio è il secondo fra i due, dopo quello del 4 giugno 2025, a meno di un mese dall'elezione. Stavolta, però, non si trattava di un appello generico al dialogo. L'oggetto era circoscritto, verificabile, con un indirizzo preciso: un capoluogo di distretto sulla riva sinistra del Dnepr, nella regione di Kherson, occupato dai russi dal primo giorno dell'invasione. Dentro ci sono meno di duemila persone.
Il comunicato della Santa Sede: una richiesta in tre righe
Il testo diffuso dalla Sala Stampa vaticana nel bollettino del 16 ottobre è asciutto. Il Santo Padre, si legge, «ha espresso viva preoccupazione per la grave situazione umanitaria nella città di Oleshky, nella regione di Kherson, chiedendo una tregua per consentire l'arrivo di aiuti alimentari e sanitari e l'evacuazione volontaria e sicura della popolazione civile». In chiusura, «ha ribadito l'impegno della Santa Sede a favore del dialogo e della pace».
Tre righe, nessun aggettivo di troppo. Vale però notare un dettaglio di traduzione: dove l'italiano scrive «una tregua», la versione inglese ufficiale dello stesso comunicato usa ceasefire, cioè cessate il fuoco. Non è una sfumatura da linguisti: indica che la Segreteria di Stato chiedeva il silenzio delle armi, non un corridoio concordato fra belligeranti.
Il cardinale Pietro Parolin lo ha confermato a margine di un convegno all'Università Cattolica. «È stato il Santo Padre che ha preso l'iniziativa per perorare la causa di questa città assediata, nella quale si trovano circa 2 mila civili che hanno bisogno di avere dei canali di uscita, dei canali umanitari di uscita», ha spiegato il segretario di Stato. E ha aggiunto una frase che somiglia a una speranza più che a una previsione: «Spero che di fronte a una richiesta del Santo Padre, il presidente Putin accetti di mettere in atto quello che il Papa gli ha chiesto».

La tregua umanitaria a Oleshky non compare nel testo del Cremlino
Poco dopo, alle 18.35 di Mosca — le 17.35 a Roma —, il sito della presidenza russa ha pubblicato il proprio resoconto. Ed è qui che la notizia cambia forma. Putin ha augurato al Pontefice una pronta guarigione, ha rivendicato «l'importanza della cooperazione russo-vaticana» sui valori spirituali e morali e sulla difesa dei cristiani, e ha ringraziato il Papa per la disponibilità a contribuire alla soluzione del conflitto e per gli sforzi sul fronte umanitario.
Poi il passaggio decisivo. Poiché «il Pontefice ha manifestato preoccupazione per la sorte dei civili nella città russa di Alëški, regione di Kherson» — la resa russa del toponimo, e soprattutto quell'aggettivo «russa» al posto di qualunque riferimento all'Ucraina —, a Leone XIV «sono state fornite esaurienti spiegazioni sulla responsabilità del regime di Kiev» per la situazione umanitaria. Soltanto dopo arriva l'apertura: Mosca «ha sostenuto l'intenzione del Vaticano di contribuire a creare le condizioni» per la sicurezza della popolazione e per «l'organizzazione di forniture vitali», e «si è convenuto di interagire a tal fine».
Il resoconto russo è lungo cinque paragrafi. La parola «tregua» — in russo peremirie — non vi compare mai, nemmeno una volta. Il Papa ha chiesto una tregua umanitaria a Oleshky; il Cremlino ha risposto accettando di parlare di forniture e sicurezza, cioè esattamente ciò che aveva già concesso per mesi all'Onu e alla Croce Rossa senza che ne seguisse nulla. La differenza fra i due documenti non sta nel tono, che è cordiale in entrambi: sta in ciò che l'uno chiede e l'altro non nomina.
Oleshky, 1.700 persone e l'ultima consegna di cibo il 26 maggio
Perché una tregua umanitaria a Oleshky valga la telefonata di un Papa convalescente, bisogna sapere che cosa c'è dentro quella città. Prima del 2022 Oleshky aveva circa 24 mila abitanti. È stata presa dalle forze russe il primo giorno dell'invasione su larga scala. Nel giugno 2023 il crollo della diga di Kakhovka l'ha sommersa, uccidendo centinaia di residenti: un'inchiesta dell'Associated Press ha concluso che l'esplosione fu con ogni probabilità opera dei militari russi.
Oggi l'ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani stima che siano rimaste 1.700 persone, Parolin parla di circa duemila, l'amministrazione ucraina in esilio di almeno 35 bambini. Non c'è elettricità, non c'è riscaldamento, non c'è acqua corrente. L'acqua si prende dai pozzi, si cucina con la legna, i corpi al deposito dell'ospedale si decompongono senza celle frigorifere. Nel seminterrato dello stesso ospedale, racconta Tetiana Hasanenko, capo dell'amministrazione militare ucraina della città, ci sono un centinaio di cadaveri.
Il dato che misura l'assedio è uno, e viene dall'Onu: l'ultima consegna regolare di cibo per via stradale risale al 26 maggio. Da allora, quasi cinque mesi. L'ospedale è senza farmaci, i droni impediscono alle ambulanze di raggiungere i malati e trasferirli altrove è ritenuto impraticabile. Chi tenta la fuga percorre venti chilometri a piedi o in bicicletta lungo una strada parzialmente minata, sei-otto ore, solo con il tempo asciutto. La chiamano la strada della morte perché, dice Hasanenko, «i cadaveri restano lì e nessuno li porta via».
Due tonnellate contro sette: chi porta davvero gli aiuti
C'è un confronto che nessuno ha fatto, e che dice più di molte dichiarazioni. Le autorità installate da Mosca a Oleshky hanno comunicato questo mese di avere consegnato due tonnellate di aiuti, ammettendo che non bastavano. Dall'inizio di settembre, dall'altra sponda del Dnepr, la 34ª brigata separata di marina ucraina ha fatto volare droni da almeno venti chilogrammi di carico utile: più di sette tonnellate dall'inizio di settembre, secondo il tenente Yevhen Voronetskyi. Dentro i pacchi: scatolette, farina per il pane, grano saraceno, riso, zucchero, caramelle per i bambini, kit igienici, medicine, insulina.
Due tonnellate in un mese da chi ha l'obbligo giuridico di nutrire quella popolazione; più di sette in sei settimane da chi non ne ha alcuno. La proporzione va letta al contrario di come sembra. Il diritto internazionale assegna alla potenza occupante — la Russia — l'obbligo di garantire la sussistenza dei civili sotto il suo controllo. Quell'obbligo è stato assolto, per ammissione degli stessi occupanti, con due tonnellate. Il resto è arrivato per via aerea da chi non ha alcun obbligo di farlo, e con un fine dichiarato che è l'opposto della sopravvivenza a lungo termine: servono, spiega Voronetskyi, perché la gente «raccolga le forze, faccia i bagagli e provi comunque a uscire da Oleshky».
Una tregua umanitaria a Oleshky serve dunque a una cosa precisa: riaprire i venti chilometri di strada che separano la città da Radensk, perché nessun drone può portare dentro un camion né portare fuori un anziano immobilizzato. Lo ha ricostruito la cronaca dell'Associated Press, raccogliendo le voci di chi è uscito a piedi: una ex parrucchiera di quarant'anni ha camminato temendo che «ogni passo potesse essere l'ultimo», e un suo conoscente che tentava di portare cibo in città è stato ucciso in auto sulla strada.
Sull'evacuazione, il quadro è bloccato da mesi. Il Comitato internazionale della Croce Rossa si è detto pronto ad assistere l'operazione, ma soltanto con l'accordo dei due Paesi e garanzie di sicurezza per i civili. L'ufficio del commissario ucraino per i diritti umani Dmytro Lubinets sostiene che «la Russia non ha fornito garanzie chiare e verificabili» per condurla. Vladimir Saldo, governatore della parte occupata di Kherson nominato da Mosca, ha promesso a inizio mese di aiutare chi voglia partire; i residenti dicono di avere consegnato elenchi di nomi, e che non ne è seguito nulla. Il 12 ottobre, a un forum in Polonia, Volodymyr Zelensky ha definito la città «rasa al suolo» e ha chiesto di «sbloccare Oleshky».

Cinque minuti prima, la riunione sulla guerra
Il resoconto della telefonata non è l'unico documento pubblicato dal Cremlino venerdì sera. Alle 18.30, cinque minuti prima, era uscita la trascrizione della visita di Putin a un punto di comando avanzato del Raggruppamento unificato delle forze. Lì il presidente russo ha annunciato circa 6.500 chilometri quadrati e 310 centri abitati conquistati dall'inizio dell'anno, ha dichiarato che la «zona di sicurezza» creata in territorio ucraino non sarà oggetto di eventuali negoziati di pace e ha confermato che proseguono i raid «contro le imprese del complesso militare-industriale e gli obiettivi infrastrutturali dell'Ucraina».
Il capo di Stato maggiore Valerij Gerasimov ha quantificato: dodici attacchi massicci nel periodo, trenta impianti colpiti, oltre 1.800 chilometri quadrati presi dal primo settembre. Infatti il contesto conta: la stessa autorità che accettava di «interagire» sulle forniture vitali a Oleshky stava presiedendo, nel medesimo pomeriggio, una riunione sulla prosecuzione degli attacchi all'energia e ai trasporti ucraini. Non è un'incoerenza nascosta: sono due comunicati consecutivi sulla stessa pagina dello stesso sito, e chi deve concedere la tregua umanitaria a Oleshky è la medesima persona che quel pomeriggio ha escluso dai futuri negoziati il territorio conquistato.
Il pane come arma di guerra: la dottrina pubblicata lo stesso giorno
Nello stesso bollettino vaticano del 16 ottobre, due documenti prima del comunicato sulla telefonata, c'è il messaggio di Leone XIV per la Giornata mondiale dell'alimentazione, firmato il 12 ottobre — il giorno prima dell'operazione. Vi si legge: «Il pane non dovrebbe essere né uno strumento di pressione geopolitica né un bene finanziario volatile. Né deve mai essere usato come arma di guerra». E ancora: «Impedire che il pane raggiunga una persona o distruggere i mezzi con cui viene prodotto costituisce una terribile offesa alla dignità umana».
La coincidenza non è casuale ed è la chiave del gesto. Nell'ultimo Angelus prima di annunciare l'intervento, il Papa aveva già detto che «il pane quotidiano di milioni di persone non può essere ostaggio della guerra», riferendosi al blocco dei cereali nel Mar Nero. Quindi la telefonata non è un'iniziativa improvvisata da un letto d'ospedale: è l'applicazione puntuale, su 1.700 persone con un nome e un indirizzo, di una frase scritta quattro giorni prima. È la stessa linea che aveva portato il Pontefice statunitense a Lampedusa il 4 luglio 2026 e che percorre l'enciclica Magnifica Humanitas: la dignità della persona come criterio, prima delle ragioni degli Stati.
Che cosa può valere la tregua umanitaria a Oleshky
La diplomazia vaticana sul fronte russo-ucraino non parte da zero. Il cardinale Matteo Zuppi è stato due volte a Mosca, la seconda a fine settembre; monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, vi ha passato tre giorni in agosto. La Santa Sede ha offerto più volte la Città del Vaticano come sede negoziale e lavora da anni sugli scambi di prigionieri. Tuttavia il bilancio di questa trattativa, per ora, è un verbale: l'Onu conferma che Russia e Ucraina hanno discusso un cessate il fuoco temporaneo e un corridoio umanitario senza arrivare ad alcun accordo.
Il calendario, poi, si muove nella direzione sbagliata. In questi giorni Donald Trump ha congelato l'applicazione delle nuove sanzioni contro Mosca che aveva firmato a settembre, pochi giorni dopo l'intesa per riprendere le esportazioni di diesel russo; a Mosca il rappresentante per gli investimenti Kirill Dmitriev ha parlato di decisione «storica». La tregua energetica promossa da Washington era già saltata. In uno scenario in cui la pressione occidentale si allenta, una richiesta che non porta con sé alcuna leva — se non quella morale — vale precisamente quanto chi la riceve decide di farla valere.
Resta un criterio semplice per capire, nelle prossime settimane, se la tregua umanitaria a Oleshky è stata qualcosa di più di una cortesia telefonica. Non servono comunicati: basta una data. Se arriverà una consegna di cibo per via stradale, la prima dal 26 maggio, allora Parolin aveva ragione a sperare. Se invece l'inverno comincerà con i droni ucraini a portare la farina e le due tonnellate al mese degli occupanti, la risposta sarà già scritta nel documento che non diceva «tregua». E Leone XIV, dimesso dal Gemelli con un viaggio in America Latina in programma dal 6 novembre, avrà ottenuto l'unico risultato che una telefonata può garantire da sola: avere costretto tutti a sapere il nome della città.


