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No Meloni Day: 400mila in piazza, l'1,08% in sciopero

Il No Meloni Day del 16 ottobre ha portato in piazza i quattrocentomila studenti dichiarati da Osa, ma lo sciopero che copriva quella giornata era del Sisa e l'adesione del personale si è fermata all'1,08%: due numeri che non misurano la stessa cosa.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Aula di scuola superiore vuota nel giorno del No Meloni Day, banchi fuori posto e lavagna completamente bianca
Immagine generata con IA

Il No Meloni Day del 16 ottobre ha riempito le piazze di decine di città italiane e ha lasciato dietro di sé due numeri che tutti i giornali hanno stampato nella stessa riga: quattrocentomila studenti in corteo e lo sciopero nazionale della scuola. I due numeri però non misurano la stessa cosa, e uno dei due non è un numero della scuola. Il primo l'ha dato il collettivo che ha organizzato la giornata; il secondo è una rilevazione del ministero dell'Istruzione e del Merito, e dice 1,08%.

La differenza fra i due numeri del No Meloni Day non è una pedanteria contabile. Riguarda chi ha proclamato quella giornata, su quale piattaforma, e con quali strumenti il movimento studentesco italiano può davvero fermare una scuola. Gli atti pubblicati dal ministero e dai sindacati raccontano una vicenda più ordinata — e più interessante — della cronaca degli scontri.

No Meloni Day: i due numeri non stanno sullo stesso piano

I quattrocentomila sono una stima degli organizzatori. L'ha rivendicata Osa, Opposizione studentesca di alternativa, il collettivo che insieme a Cambiare Rotta ha promosso i cortei dalla Sicilia al Piemonte: «Siamo in 400mila in tutta Italia». È una cifra di piazza, della stessa famiglia di quelle che ogni manifestazione produce, e nessuna istituzione l'ha verificata.

L'1,08% invece è un dato rilevato. Nel pomeriggio del 16 ottobre il ministero ha diffuso i dati provvisori di adesione aggiornati alle ore 16, raccolti attraverso il portale Sidi su cui ogni istituto digita i propri numeri: poco più di un dipendente su cento si è astenuto dal lavoro. A usarlo subito come argomento politico è stata la deputata leghista Giorgia Latini, vicepresidente della commissione Cultura: «La quasi totalità del mondo scolastico apprezza ciò che il ministro Valditara e la Lega hanno fatto in questi quattro anni». Nessuno però ha spiegato la cosa più semplice: quel dato e i quattrocentomila contano due popolazioni diverse. Il primo misura il personale, il secondo pretende di misurare gli studenti.

Infatti gli studenti italiani non scioperano. Non possono: lo sciopero è un diritto che l'articolo 40 della Costituzione colloca dentro il rapporto di lavoro. Quando uno studente non entra in classe, giuridicamente è un assente — niente di più e niente di meno.

Facciata di un ministero italiano al crepuscolo con transenne metalliche allineate sul marciapiede deserto
Davanti al ministero dell'Istruzione le transenne restano a corteo finito: secondo il Siulp la giornata si è chiusa con almeno diciotto agenti feriti. · Immagine generata con IA

Chi ha proclamato davvero lo sciopero del 16 ottobre

L'avviso di sciopero firmato dall'Ufficio di Gabinetto del ministero e pubblicato venerdì 9 ottobre è lungo sei righe ed elenca due proclamazioni. La prima: il Sisa, Sindacato indipendente scuola e ambiente, ha indetto uno sciopero nazionale per l'intera giornata del 16 ottobre. La seconda: l'Usb P.I. Scuola ha proclamato l'astensione di docenti, Ata, personale educativo e dirigenti — ma soltanto nelle scuole della provincia di Livorno.

Questo è tutto. Lo «sciopero nazionale della scuola» che la cronaca ha raccontato come lo sfondo del No Meloni Day era la proclamazione di una sigla minore più una vertenza provinciale. E c'è un dettaglio di calendario che nessuno ha ripreso: il Sisa aveva indetto quella giornata già ad agosto, aveva dovuto revocare la proclamazione per ragioni tecniche legate ai termini di preavviso, e l'aveva riproposta il 5 ottobre, tenendo ferma la data.

La piattaforma della proclamazione non è quella della piazza

Quello che il Sisa chiedeva sta scritto nella proclamazione: aumenti stipendiali, superamento del precariato, assunzioni sui posti vacanti, più tutela per la scuola e per l'ambiente. È una piattaforma contrattuale classica, rivolta al personale.

Quello che la piazza chiedeva era un'altra cosa. A Milano i cortei puntavano sul tetto agli studenti stranieri nelle classi; a Genova e a Roma lo slogan era «soldi alla scuola, non alla guerra», cioè la spesa per il riarmo; a Bari lo striscione d'apertura diceva «facciamo come in Francia, rompiamo la scuola-caserma»; a Torino lo striscione di testa univa «guerra, razzismo e scuola-caserma»; a Padova la richiesta era «più soldi e risorse per le scuole». In mezzo, il costo dei libri, l'educazione sessuo-affettiva e il carovita. Tuttavia nessuno di questi punti compare nell'atto che ha reso legittima l'astensione dei lavoratori quel giorno.

Non è una contraddizione del movimento: è la sua condizione strutturale. Per avere una giornata nazionale come il No Meloni Day, gli studenti hanno bisogno che qualcun altro la proclami.

L'unico strumento che la legge dà agli studenti

La norma è vecchia di trent'anni e non è mai stata modificata. L'articolo 13 del Testo Unico della scuola, il decreto legislativo 297 del 1994, stabilisce che le assemblee studentesche «costituiscono occasione di partecipazione democratica per l'approfondimento dei problemi della scuola e della società» e fissa il perimetro al comma 6: «È consentito lo svolgimento di una assemblea di istituto ed una di classe al mese nel limite, la prima, delle ore di lezione di una giornata e, la seconda, di due ore».

Una giornata al mese, dunque, dentro l'orario scolastico e con l'attività didattica sospesa. Non uno sciopero: un diritto di riunione, contingentato e calendarizzato. Il comma 8 aggiunge che nel mese conclusivo delle lezioni le assemblee non possono aver luogo e che i docenti vi assistono solo se lo desiderano. Tutto il resto — occupazioni, autogestioni, cortei in orario di lezione — vive fuori da quel perimetro.

Aula magna scolastica deserta con file di sedie pieghevoli, palco, leggio e asta del microfono
L'assemblea d'istituto è l'unico strumento che il Testo Unico riconosce agli studenti: una al mese, nel limite delle ore di lezione di una giornata. · Immagine generata con IA

Il calendario del No Meloni Day è il calendario dei sindacati

La prova sta nelle date annunciate dal palco. A Torino, al termine di quattro ore di corteo davanti a Palazzo Nuovo, gli organizzatori hanno lanciato l'appuntamento del 30 ottobre: «Continueremo a portare avanti l'alleanza tra studenti e lavoratori in un grande sciopero generale contro il governo e contro un carovita che è diventato insostenibile». Quello sciopero generale, però, non nasce il 16 ottobre in piazza Castello: l'Usb l'aveva proclamato il 9 ottobre, sette giorni prima dei cortei, su una piattaforma che tiene insieme prezzi dei carburanti, salari fermi e spesa per il riarmo, e che si salda alla giornata internazionale di mobilitazione dei portuali contro il traffico di armi. Alla stessa data si è affiancata una seconda proclamazione, quella di Usi-Cit, che però esclude i trasporti; nel caso Usb il comparto ferroviario si ferma dalle 21 del 29 alle 20.59 del 30. Dinamiche già viste nello sciopero generale del 18 maggio, sempre a guida Usb.

Prima del 30 ci sono altre due tappe. Il 23 ottobre le realtà studentesche si ritrovano a Roma in assemblea per coordinarsi — cioè nello strumento, l'assemblea, che è l'unico davvero loro. Il 24 ottobre, sempre a Roma, sfila invece la destra studentesca e universitaria con il corteo «Sblocchiamo tutto», promosso da Azione Universitaria e Azione Studentesca e presentato dai presidenti nazionali Nicola D'Ambrosio e Riccardo Ponzio: partenza alle 10.30 da piazza della Libertà verso piazza Risorgimento, piattaforma su caro libri, borse di studio, orientamento e tirocini.

Poi il 20 novembre, data dello sciopero studentesco europeo, che in Italia coinciderà con lo sciopero generale annunciato da Maurizio Landini per la Cgil: qui il rapporto si inverte, perché è il sindacato confederale a scegliere la data «in concomitanza con la manifestazione nazionale già annunciata dagli studenti», affiancato da una proclamazione Usb su scuola e pubblico impiego. Aderirà anche «Generazione Fuoriclasse», l'iniziativa della Rete degli Studenti Medi. Infine il 4 dicembre, con Cub, Sgb, Adl Varese, Si Cobas, Sbm, Sgc e Unicobas. Quattro giornate nazionali, quattro piattaforme che non coincidono, nessuna proclamata dagli studenti.

Il precedente del 2 ottobre: stesso ordine di grandezza

Che l'1,08% del No Meloni Day sia poco lo si capisce solo confrontandolo. Lo stesso 16 ottobre il ministero ha pubblicato i dati definitivi dello sciopero plurisettoriale del 2 ottobre, quello proclamato da Csle con adesione di Fi-Si: gli aderenti sono stati 10.623, pari all'1,13% delle 943.115 unità di personale tenuto al servizio, su 6.064 scuole rispondenti sulle 7.586 totali, il 79,94%.

I due dati vanno maneggiati con cautela, perché l'1,08% del 16 ottobre è provvisorio e fotografato alle 16, mentre l'1,13% del 2 ottobre è definitivo e consolidato due settimane dopo. Ma l'ordine di grandezza è identico: in entrambi i casi si parla di circa diecimila persone su quasi un milione. Il personale della scuola italiana, nell'autunno delle proteste, non si è mosso.

Che cosa misura davvero il No Meloni Day

Resta poi la giornata com'è stata davvero. Diciotto agenti feriti davanti al ministero in viale Trastevere secondo il Siulp — il dato è del sindacato di polizia, non di una fonte istituzionale; tre minorenni arrestati a Torino, dove il giorno prima un diciassettenne che non frequentava quella scuola era stato fermato mentre rompeva una finestra con un estintore e dove un docente e un collaboratore scolastico sono rimasti feriti al professionale Colombatto; una ventina di istituti torinesi tra occupazioni, autogestioni e assemblee straordinarie, partiti il 5 ottobre dal Regina Margherita. Valditara ha parlato su X di «aggressione alle istituzioni», Matteo Salvini di «criminali e delinquenti», la sottosegretaria Paola Frassinetti di solidarietà alle forze dell'ordine.

Infine c'è la voce del No Meloni Day che quasi nessuno ha ripreso, quella dell'organismo di rappresentanza che gli studenti eleggono per legge. Il portavoce nazionale delle Consulte studentesche, Alessandro Di Micco, ha scritto che i gruppi in piazza «rappresentano una minoranza di studenti» e che «le piazze non sono fatte per essere deturpate». Si può non essere d'accordo; resta il fatto che a parlare era l'unica articolazione studentesca con un mandato elettivo.

Perciò il No Meloni Day misura una cosa sola, ed è parecchio: la capacità di un collettivo di portare in strada, in un venerdì d'ottobre, un numero di adolescenti che nessun sindacato della scuola riesce più a mobilitare fra i propri iscritti. Non misura l'adesione della scuola, che è all'1%. Non misura una vertenza, perché la vertenza proclamata quel giorno chiedeva altro. E infatti la prossima tappa vera, il 30 ottobre, è una data che gli studenti non hanno scelto: l'hanno trovata già sul calendario di qualcun altro.

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