Circolare Mattarella: quel tetto valeva solo per la Ue
La circolare Mattarella del 1990, citata dal governo a sostegno del tetto agli studenti stranieri, rinvia a un dpr del 1982 che applicava il limite di cinque alunni per classe ai soli figli di lavoratori comunitari, per gruppo linguistico e in nome dell'integrazione.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

La circolare Mattarella del 1990 è diventata in ventiquattr'ore l'argomento principale del governo a sostegno del tetto agli alunni stranieri per classe. Lunedì sera, ospite di Porta a Porta, Giorgia Meloni ha ricordato che «quando il presidente era ministro dell'istruzione redigeva circolari invitando a distribuire gli alunni stranieri», per poi chiosare: «Mi pare giusto andare avanti con questa misura». Il riferimento è a due documenti firmati da Sergio Mattarella fra il 1989 e il 1990, quando guidava la Pubblica istruzione. Li abbiamo letti per intero, insieme alla norma che il secondo richiama. Dicono qualcosa di più preciso, e in parte di diverso, da quello che se ne sta citando.
Che cosa dice davvero la circolare Mattarella del 1990
Partiamo da ciò che nella tesi del governo regge, perché regge davvero. La circolare Mattarella n. 205 del 26 luglio 1990 contiene una raccomandazione di distribuzione esplicita: «sembra opportuno ripartire gli alunni stranieri in ragione di qualche unità soltanto per classe». Chi in queste ore sostiene, senza aver letto la circolare Mattarella, che nessun ministro dell'istruzione abbia mai pensato a un criterio di composizione delle classi sta dicendo una cosa inesatta. Quel criterio c'è, è scritto, ed è del 1990.
C'è di più. L'anno prima, la prima circolare Mattarella — la n. 301 dell'8 settembre 1989 — aveva già affrontato il tema con una formula speculare: «ove si presentino più alunni immigrati da uno stesso Paese e con analogo livello culturale, potrebbe essere didatticamente proficuo inserirli in una medesima classe, tenendo conto che sarà bene non superare le quattro-cinque unità». Inoltre, nel 1999, il ministro Luigi Berlinguer inserì nel dpr 394 l'articolo 45, che impone di evitare «la costituzione di classi in cui risulti predominante la presenza di alunni stranieri». Tre ministri, tre orientamenti politici diversi, lo stesso problema.
Tuttavia la circolare Mattarella dice anche a quale scopo quella ripartizione serva, e lo dice nella stessa riga: «al fine di agevolarne la naturale integrazione linguistica con gli alunni italiani». Il titolo del documento, del resto, non lascia margini interpretativi: «La scuola dell'obbligo e gli alunni stranieri. L'educazione interculturale».

Il numero cinque della circolare Mattarella non lo ha scritto lui
Qui comincia la parte che nessuna delle riprese di questi due giorni ha verificato. La frase più citata della circolare Mattarella — «l'assegnazione alle classi è effettuata, ove possibile, raggruppando alunni dello stesso gruppo linguistico che, comunque, non devono superare il numero di cinque per ogni classe» — non è farina del sacco del ministro. È una citazione. Il testo la introduce con nove parole che quasi nessuno ha ripreso: «Ai sensi dell'ultimo comma dell'art. 1 del dpr 722/1982».
Quel decreto, richiamato dalla circolare Mattarella, è consultabile su Normattiva. Si intitola «Attuazione della direttiva (CEE) n. 77/486 relativa alla formazione scolastica dei figli dei lavoratori migranti», e il suo articolo 1 si apre così: «gli alunni figli di lavoratori stranieri residenti in Italia che abbiano la cittadinanza di uno dei Paesi membri della Comunità europea sono iscritti alla classe della scuola d'obbligo successiva». L'ultimo comma, quello del tetto di cinque, non parla genericamente di stranieri: «L'assegnazione alle classi degli alunni iscritti ai sensi del presente articolo».
Iscritti ai sensi del presente articolo significa: figli di lavoratori comunitari. Il tetto di cinque alunni per classe che la circolare Mattarella riprende, e che oggi viene evocato come precedente per limitare la presenza extracomunitaria, nasce infatti nel 1982 come misura a tutela dei figli dei lavoratori della Comunità europea — tedeschi, francesi, britannici — in attuazione di una direttiva europea sul diritto allo studio dei migranti. E si applica al gruppo linguistico, non alla cittadinanza in quanto tale.
La circolare Mattarella lo mette nero su bianco già in premessa: «mentre per gli alunni provenienti dai paesi della Comunità europea il dpr 722/1982 contiene apposite norme in materia, per gli alunni provenienti da paesi extracomunitari sono disponibili solo alcune indicazioni normative». Il ministro, quindi, sapeva perfettamente di stare estendendo per analogia — e in forma di raccomandazione, non di obbligo — una norma nata per altri destinatari. Il testo integrale della circolare è pubblico da anni.
La circolare Mattarella conteneva già la prova che quel limite non mordeva
C'è un dettaglio che rende la vicenda quasi ironica. Il paragrafo II della circolare Mattarella è dedicato ai dati, e riporta una ricerca del Centro studi emigrazione di Roma sull'anno scolastico 1988-89. Dice che «delle scuole che hanno segnalato la presenza di alunni stranieri, la stragrande maggioranza ne accoglie uno o due», che quelle con più di venti erano «relativamente poche» e concentrate in alcune grandi città, e che «raramente accolgono una sola etnia». Gli alunni stranieri censiti dalla circolare Mattarella venivano da 114 Paesi diversi: i cinesi erano il 6,6%, gli jugoslavi il 5,8%, i polacchi il 5,1%, gli statunitensi il 4,9%, i marocchini il 4,7%.
In altre parole: nel documento stesso che indicava un limite di cinque alunni dello stesso gruppo linguistico per classe c'era la dimostrazione che quel limite, nella scuola italiana di allora, non poteva quasi mai essere raggiunto. Il paragrafo V della circolare Mattarella poneva una soglia; il paragrafo II certificava che la realtà ne stava a due ordini di grandezza di distanza. Nessuna delle testate che in questi giorni hanno citato la circolare Mattarella ha messo in fila i due paragrafi.
Dallo 0,2% all'11,6%: che cosa separa la circolare Mattarella dal 2026
Il conto si può fare. Nell'anno scolastico in cui fu scritta la circolare Mattarella, il 1989-90, gli alunni stranieri in Italia erano circa 18.500, pari a circa lo 0,2% degli iscritti. Oggi sono 931.323, l'11,6% della popolazione scolastica. Non è un aumento: è un cambio di scala di cinquanta volte, in un Paese la cui struttura demografica si è nel frattempo rovesciata.
Proviamo perciò a misurare quanto ciascuna soglia fosse distante dalla realtà che doveva regolare. Nel 2026 il calcolo è immediato e non dipende da alcuna ipotesi: il tetto è il 30% della classe, la presenza media è l'11,6%, dunque il limite sta 2,6 volte sopra la media nazionale. Nella circolare Mattarella il limite era invece un numero assoluto, cinque, e per confrontarlo serve sapere quanti alunni contasse una classe del 1990. Assumendo classi da venti il rapporto è di 125 a uno; assumendo classi da venticinque, di cento a uno. In entrambi i casi l'ordine di grandezza non cambia.
Il tetto della circolare Mattarella stava dunque circa cento volte sopra la presenza reale: era una soglia che nessuna scuola italiana poteva materialmente toccare. Quello del 2026 ci sta due volte e mezza sopra, e infatti morde. Stessa parola, funzione opposta.

Chi conta davvero sotto il tetto del 30%
Quanto morda dipende però da una scelta di perimetro che il governo ha già annunciato: la soglia riguarderà chi non parla italiano, non chi ha cittadinanza non italiana. È una distinzione che pesa moltissimo, perché la maggioranza degli alunni stranieri in Italia è nata qui: 598.745 su 914.860 nel 2022/23, cioè il 65,4%, secondo l'elaborazione di Skuola.net ripresa dalla Tecnica della Scuola.
Con quel perimetro, che è poi lo stesso della circolare Mattarella, i numeri cambiano radicalmente. Le classi che superano il 30% di alunni stranieri complessivi sono il 7,6% del totale nazionale, con un picco del 12,4% nella primaria, e gli istituti sopra soglia erano 4.223, il 7,9%. Se però dal conteggio si escludono le seconde generazioni e si contano solo gli alunni nati all'estero, la quota di classi oltre il 30% scende allo 0,6%. Il provvedimento, così disegnato, interverrebbe su sei classi su mille: una platea che nemmeno la circolare Mattarella avrebbe avuto difficoltà a governare per via amministrativa.
È esattamente la distinzione fra lingua e cittadinanza su cui poggia la circolare Mattarella, e su cui poggia, vent'anni dopo, anche la circolare Gelmini del 2010: una continuità di impostazione che il passaggio a norma primaria rischia proprio di spezzare, perché una legge non conosce le deroghe che una circolare affida ai dirigenti scolastici.
Mattarella ad Amatrice, la replica di Palazzo Chigi
La cronologia aiuta a capire perché la circolare Mattarella sia finita in prima serata. Lunedì il presidente della Repubblica ha inaugurato l'anno scolastico ad Amatrice, all'Istituto omnicomprensivo «Sergio Marchionne», nel decimo anniversario del terremoto. Davanti al ministro Giuseppe Valditara ha detto che «la scuola deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare», e ha richiamato l'articolo 34 della Costituzione: «la scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di emigrati».
Di alunni stranieri e di soglie, ad Amatrice, il presidente non ha parlato: la circolare Mattarella è entrata nel dibattito solo il giorno dopo, per iniziativa di Palazzo Chigi. Nello stesso intervento il capo dello Stato aveva toccato il tema delle aggressioni ai docenti, citando «l'ultimo grave episodio di pochi giorni addietro» — la professoressa accoltellata in classe — e indicando i genitori come «ben più colpevoli» dei ragazzi in questo «tradimento del loro compito educativo».
Il giorno dopo Meloni ha respinto la lettura di uno scontro istituzionale: «non leggo le sue parole come una contestazione». Ed è a quel punto che ha evocato la circolare Mattarella e quella del 1989. Per Elly Schlein, invece, «tirare il presidente della Repubblica per la giacchetta sulla polemica del giorno» dimostra «evidente e totale mancanza di senso dello Stato»; per Angelo Bonelli di Avs il governo usa gli studenti stranieri per non parlare «degli oltre 320 mila precari» e dell'edilizia scolastica fatiscente.
Dal decreto al disegno di legge
Intanto lo strumento è cambiato, e la distanza dalla circolare Mattarella si allarga ancora. L'annuncio di sabato parlava di un provvedimento in arrivo in Consiglio dei ministri; adesso la strada indicata è quella, assai più lunga, del disegno di legge. «Non so se sarà un decreto o un disegno di legge», ha ammesso Francesco Filini di Fratelli d'Italia, ipotizzando l'accorpamento con la proposta del suo partito sul divieto di burqa e niqab nei luoghi pubblici, che dovrebbe essere incardinata alla Camera dopo la legge elettorale. Anche Valentina Aprea, di Forza Italia, parla di disegno di legge e non di decreto.
La differenza non è soltanto procedurale. Un decreto legge entra in vigore subito; un disegno di legge attraversa due Camere nell'ultimo anno di legislatura, con un calendario già congestionato. Se davvero il perimetro sarà quello linguistico, il governo si troverà quindi a chiedere al Parlamento mesi di lavoro per irrigidire in norma primaria un criterio che nella sostanza esiste già dal 2010, e che la circolare Mattarella aveva formulato come raccomandazione trentasei anni fa.
Resta infine la domanda che la lettura integrale dei testi rende inevitabile. Se il precedente invocato è un tetto pensato per i figli dei lavoratori comunitari, costruito attorno al gruppo linguistico e dichiaratamente finalizzato all'integrazione con i compagni italiani, allora la circolare Mattarella non è l'antenato del provvedimento in preparazione. La circolare Mattarella, letta per intero, ne è semmai il controesempio.


