Visitatori italiani: alla Fashion Week sono scesi al 40%
Confcommercio prevede 140.900 presenze alla Milano Fashion Week e 219,5 milioni di indotto, l'8% in meno del 2025. Ma il dato che nessuno ha calcolato è un altro: i visitatori italiani scendono dal 54% al 40,6% del pubblico, superati dagli stranieri in una sola edizione.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

I visitatori italiani della Milano Fashion Week caleranno del 29%. È un numero pubblicato, non stimato da noi: sta nella tabella che il Centro Studi di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza ha diffuso il 21 settembre, alla vigilia della settimana dedicata alle collezioni primavera-estate 2027. Quasi tutte le cronache hanno però ripreso l'altra cifra della stessa riga, gli stranieri a +22%, raccontando una manifestazione sempre più internazionale. Le due percentuali vanno lette insieme. Messe in fila, dicono che il pubblico della moda milanese ha cambiato maggioranza in una sola edizione.
Visitatori italiani: il conto che i comunicati non hanno fatto
Confcommercio prevede 140.900 presenze — visitatori italiani e stranieri insieme — e un indotto turistico di 219,5 milioni di euro, in calo dell'8% rispetto al settembre 2025. Nessuno dei due comunicati, però, traduce in teste le variazioni percentuali dei visitatori italiani e di quelli esteri. Per farlo serve l'edizione precedente — ed è lì che il conto si chiude.
Il comunicato Confcommercio del settembre 2025 certifica 149.300 visitatori, «di cui il 46% dall'estero». Da quella quota si ricava la composizione di partenza: 68.678 stranieri e 80.622 visitatori italiani. Applicando le variazioni annunciate per il 2026 — più 22% e meno 29% — si ottengono 83.787 stranieri e 57.242 visitatori italiani, per un totale di 141.029 presenze. Confcommercio ne prevede 140.900: lo scarto è dello 0,09%. La scomposizione regge.
Il risultato è netto. Gli stranieri passano dal 46% al 59,4% del pubblico; i visitatori italiani scendono dal 54% al 40,6%. Sono 13,4 punti in dodici mesi. La settimana che esiste per vendere il Made in Italy al mondo ha perso, nel frattempo, la maggioranza del proprio pubblico interno. Il sorpasso è recente: non avendo il dettaglio per nazionalità delle edizioni anteriori al 2025, quantifichiamo il ribaltamento su un anno, non su un decennio.
Il calcolo è inoltre robusto rispetto all'arrotondamento. Se la quota estera del 2025 fosse stata del 45% o del 47% anziché del 46%, i visitatori italiani del 2026 si collocherebbero comunque fra il 39,6% e il 41,6%. Il sorpasso non dipende da un decimale.
Quanto valgono i visitatori italiani che non verranno
Tradotto in persone, il saldo è questo: 23.380 visitatori italiani in meno e 15.109 stranieri in più. La manifestazione ne perde 8.271 netti, in linea con gli 8.400 che separano le due previsioni ufficiali: l'intero saldo negativo, e più ancora, lo firmano i visitatori italiani.
Tradotto in euro, pesa di più. Confcommercio indica una spesa pro capite di 1.522 euro per l'italiano e 1.594 per lo straniero. I visitatori italiani mancanti valgono quindi 35,6 milioni; gli stranieri aggiuntivi ne portano 24,1. Il saldo è negativo per 11,5 milioni, cioè circa il 59% dell'intero calo di 19,4 milioni registrato fra le due edizioni di settembre.
Infatti la sostituzione non è alla pari, e non perché lo straniero spenda poco: spende di più, ma non abbastanza da compensare. Servirebbero 23.380 stranieri per rimpiazzare altrettanti visitatori italiani, e ne arrivano 15.109. Il resto del calo lo spiega la spesa individuale, che scende sia per gli stranieri sia per i visitatori italiani.

Anche gli stranieri spendono meno a testa
Qui la lettura «Milano è sempre più attrattiva» incontra il suo limite. La spesa pro capite degli stranieri scende da 1.664 a 1.594 euro: settanta euro in meno, il 4,2%. Quella dei visitatori italiani passa da 1.535 a 1.522, appena lo 0,8% in meno. Il visitatore estero, quindi, arretra sul portafoglio cinque volte più dei visitatori italiani.
Tuttavia la crescita estera è tutta di teste, non di spesa. È una distinzione che cambia il senso del dato celebrato nei comunicati: più persone che spendono meno ciascuna. La media complessiva di stranieri e visitatori italiani si ferma a 1.555 euro, il 2,8% in meno sul 2025, e i conti tornano da entrambi i lati — 149.300 visitatori per 1.600 euro fanno i 238,9 milioni del 2025, 140.900 per 1.555 fanno i 219 milioni di quest'anno.
La ripartizione della spesa resta stabile: 100,8 milioni allo shopping, 85,4 a ricettività e ristorazione, 32,9 ai trasporti. Le stime sono elaborate su dati Istat, Questura di Milano, Banca d'Italia, Global Blue e Banca Ifis, e sono previsioni diffuse alla vigilia: il confronto qui proposto è quindi fra due previsioni omogenee, non fra due consuntivi.
Il confronto scelto: febbraio anziché settembre
Il comunicato non nasconde il meno 8%, ma affianca subito un più 1,4% sull'edizione di febbraio 2026 — da cui si ricava, per differenza, un indotto di 216,5 milioni per quella settimana. Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano, riconosce che «il difficile contesto generale di questo periodo influisce sull'indotto stimato», per poi indicare come «dato fortemente positivo la crescita dei visitatori stranieri, a conferma dell'internazionalità e della capacità attrattiva di Milano».
Vale la pena notare quale confronto diventa titolo. Nel settembre 2025 Confcommercio intitolava il proprio comunicato «Milano Fashion Week, cresce l'indotto turistico», su un più 12,3% anno su anno. Nel 2026 l'anno su anno è negativo e il paragone si sposta sull'edizione di febbraio, e il crollo dei visitatori italiani non entra nel titolo. Va dato atto che Financialounge ha isolato la coppia +22%/−29% definendola «il dato più interessante»: la ricomposizione in valori assoluti e in quote di mercato, invece, non risulta pubblicata altrove.

Dietro la vetrina: insolvenze a +19% e filiera in contrazione
Il calendario, intanto, non si è ristretto: 203 appuntamenti fra 54 sfilate fisiche, 7 digitali, 88 presentazioni e 54 eventi, con Prada in apertura e Giorgio Armani in chiusura. Più vetrina, meno indotto — e meno visitatori italiani a guardarla.
La parte produttiva racconta la stessa curva. Camera Nazionale della Moda Italiana stima il 2026 in calo fra l'1,5% e il 2%, attorno a 91,4 miliardi, contro gli oltre 101 del 2023: dieci miliardi di ricavi in tre anni, e a febbraio si prevedeva invece un più 1%, come abbiamo ricostruito analizzando lo scarto fra la stima di febbraio e il consuntivo. L'export dei settori core è sceso del 2,3% a 24,5 miliardi fino a maggio, con la gioielleria verso gli Emirati a meno 27,4%. «Speriamo che il dato migliori ma dipende dalla situazione geopolitica», ha detto il presidente Carlo Capasa.
A Milano il conto è più duro. Secondo un'elaborazione della Cgil su dati Camera di Commercio e Inps, l'export cittadino di tessile, abbigliamento e pelletteria è passato da oltre 3 miliardi nel primo trimestre 2023 a meno di 2,3 nello stesso periodo del 2026: meno 23,3%. Le imprese calano in tutti i comparti — meno 23,3% nel tessile, meno 19,7% nell'abbigliamento, meno 17% nella pelletteria — e il tessile perde il 22,5% degli addetti. Nel secondo trimestre 2026 crescono le ore di cassa integrazione, con il 60% dell'intervento straordinario del semestre concentrato a giugno.
Perciò il dato di Confcommercio non è isolato. Allianz Trade ha certificato per il 2025 un aumento del 19% delle insolvenze nel tessile-abbigliamento italiano, su un settore da 58,39 miliardi, oltre 37.000 imprese e circa 372.000 addetti. «Nella fase attuale non è sufficiente crescere in termini di fatturato», avverte Andrea Resteghini, credit underwriter della compagnia. Sul fronte pubblico, i 100 milioni annunciati dal Mimit per la filiera restano senza una data di apertura dello sportello.
Cosa segnala davvero la fuga dei visitatori italiani
Un pubblico che diventa per il 59% straniero non è di per sé una cattiva notizia: è la prova che Milano continua a esportare desiderabilità. Il problema è l'altra metà del movimento. I visitatori italiani non sono stati sostituiti da una domanda interna più ricca e selettiva: sono semplicemente venuti in 23mila di meno, e quelli rimasti hanno speso quanto prima.
Quindi la fragilità è duplice. L'indotto della settimana dipende ora, per quasi sei decimi, da flussi esposti alle stesse variabili geopolitiche che Capasa indica come decisive per l'export: Medio Oriente, domanda americana, ritorno dei consumatori cinesi. E i visitatori italiani, che nel 2025 garantivano la base stabile dell'evento, sono oggi la componente che si è contratta più in fretta.
Infine, il numero da tenere d'occhio a febbraio non è l'indotto complessivo, che oscilla con il calendario e con il cambio. È la quota: se i visitatori italiani scenderanno ancora sotto il 40%, la Milano Fashion Week avrà smesso di essere, prima di tutto, un appuntamento italiano.


