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Revisione Istat: il deficit resta al 3,08% del Pil

La revisione Istat dei conti nazionali conferma il deficit 2025 al 3,08% del Pil e l'Italia resta nella procedura europea per disavanzo eccessivo. Il governo contesta l'istituto, ma il Pil rivisto al rialzo che invoca è già dentro quel numero: vale nove millesimi di punto.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Facciata del ministero dell'Economia all'alba: la revisione Istat conferma il deficit 2025 al 3,08% del Pil
Immagine generata con IA

La revisione Istat dei conti economici nazionali, diffusa il 22 settembre 2026, ha chiuso la partita: l'indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche del 2025 resta a -3,1% del Pil e l'Italia non esce in anticipo dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. La sera stessa, a Porta a Porta, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha messo in dubbio il lavoro dell'istituto: «non so se l'Istat sottostima italiani o il governo e questo mi dispiace». Il punto è che la correzione che la premier invoca alla revisione Istat era già dentro quel numero.

Cosa dice davvero la revisione Istat del 22 settembre

I numeri della revisione Istat sono pochi e stanno tutti nel Prospetto 4 del comunicato Istat sui conti economici nazionali 2010-2025. Il Pil ai prezzi di mercato del 2025 vale 2.265.003 milioni di euro. L'indebitamento netto vale 69.736 milioni. Il rapporto fra i due è 3,0788%: arrotondato, il 3,1% finito su tutte le prime pagine. Il saldo primario migliora e arriva a +0,8% del Pil (era +0,5% nel 2024), la spesa per interessi rallenta al +2,0% dopo il +9,9% dell'anno prima, la pressione fiscale sale al 42,9%.

La revisione Istat ha toccato due grandezze. Il Pil corrente del 2025 è stato rivisto al rialzo di 6.954 milioni rispetto alla stima di marzo. L'indebitamento netto è stato rivisto al rialzo di 355 milioni rispetto alla notifica di aprile, perché le uscite sono cresciute (+2.346 milioni) più delle entrate (+1.991 milioni). In volume, la crescita del 2025 passa da +0,5% a +0,6% e quella del 2024 da +0,8% a +1,1%.

Ufficio statistico deserto con una risma di carta bianca: la revisione Istat dei conti economici nazionali 2010-2025
La revisione Istat dei conti economici nazionali ha corretto il Pil 2025 al rialzo e l'indebitamento netto di 355 milioni. · Immagine generata con IA

Il numero contestato era già pubblico dal 2 marzo

La revisione Istat del 22 settembre non ha rivelato nulla di nuovo sul deficit. Il 2 marzo 2026, nel comunicato «Pil e indebitamento AP – Anni 2023-2025», l'Istat aveva già scritto che l'indebitamento netto del 2025 era pari a -3,1% del Pil, contro il -3,4% del 2024. Lo stesso documento annunciava in copertina la data della diffusione successiva, cioè della revisione Istat di oggi: 22 settembre 2026. Fra le due pubblicazioni sono passati 204 giorni.

Inoltre, quel -3,1% era stato confermato dalla notifica di aprile, quella che l'Italia trasmette a Bruxelles ai fini della procedura per disavanzi eccessivi. Il governo, quindi, non ha appreso il 22 settembre una notizia: ha appreso che la revisione Istat d'autunno non avrebbe cambiato il verdetto. Era una speranza, non una previsione, e infatti Giancarlo Giorgetti l'ha messa per iscritto in questi termini: «Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall'Istat sul rapporto deficit-pil 2025. Purtroppo l'Italia non uscirà anticipatamente già quest'anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato, ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp, questo potrà accadere nel 2027».

La revisione Istat ha allontanato l'Italia dal 3%, non avvicinata

Qui sta il passaggio sulla revisione Istat che la polemica politica ha saltato. Meloni ha osservato che «nella stessa giornata in cui l'Istat dice che siamo a 3,08 dice anche che rivede le stime della crescita del 2024», come se le due cose si contraddicessero. Non si contraddicono: sono lo stesso conto. Il 3,0788% è già calcolato sul Pil rivisto al rialzo.

Si può scomporre l'effetto della revisione Istat in due pezzi. Con il deficit di settembre e il Pil di marzo il rapporto sarebbe stato 3,0883%. Con il Pil rivisto scende a 3,0788%: il Pil in più vale 0,0095 punti, nove millesimi. I 355 milioni di deficit in più, invece, valgono 0,0157 punti. La somma algebrica è positiva: la revisione Istat ha portato il rapporto da 3,0726% (deficit e Pil pre-revisione) a 3,0788%, cioè lo ha peggiorato di sei millesimi di punto. Chiedere che il Pil rivisto al rialzo salvi i conti significa chiedere di contarlo due volte. Il Fatto Quotidiano è stata l'unica testata ad accorgersi del peggioramento; la scomposizione dei due effetti, invece, non l'ha fatta nessuno.

Quanto vale lo 0,1%: 1.786 milioni di euro

Antonio Tajani ha liquidato lo scarto come «un'inezia». È una lettura che nasce dall'arrotondamento, non dai conti della revisione Istat. La soglia del 3,00% applicata al Pil 2025 vale 67.950 milioni di euro. L'indebitamento effettivo è 69.736. La distanza è di 1.786 milioni: quasi un miliardo e otto, non un decimale.

Il conto si può girare anche dal lato della crescita, che è il terreno scelto dal governo. Per portare 69.736 milioni di deficit esattamente al 3,00% servirebbe un Pil di 2.324.533 milioni, cioè 59,5 miliardi in più di quello certificato. La revisione Istat di settembre ne ha aggiunti 6.954: sarebbe servita otto volte e mezzo più grande. Nessuna revisione statistica ordinaria ha mai questo ordine di grandezza, e infatti non l'ha avuto.

Perché lo stesso Pil in più muove il debito 44 volte di più

C'è una ragione aritmetica per cui il Pil rivisto al rialzo da una revisione Istat delude sempre chi lo invoca sul deficit, e si vede confrontando due rapporti che hanno lo stesso denominatore. Il debito pubblico del 2025 vale 3.095.888 milioni. Sul Pil di marzo faceva 137,1% — esattamente il dato certificato ad aprile. Sul Pil della revisione Istat fa 136,7%, il valore che l'Istat pubblica oggi.

Lo stesso identico aumento di 6.954 milioni del denominatore, quindi, abbassa il rapporto debito/Pil di 0,42 punti e il rapporto deficit/Pil di 0,0095 punti: un effetto 44 volte più grande sul primo che sul secondo. Non è un paradosso, è proporzionalità. Un incremento dello 0,31% del Pil riduce ogni rapporto dello 0,31% del proprio valore, e il debito vale 136,7 mentre il deficit vale 3,08. Infatti la revisione Istat ha prodotto un miglioramento visibile del debito, di cui nessuno ha parlato, e uno invisibile del deficit, di cui hanno parlato tutti.

Aula parlamentare italiana vuota vista dalla tribuna: la manovra dopo la revisione Istat dei conti 2025
Dopo la revisione Istat la procedura resta aperta e la legge di bilancio dovrà confermare il percorso di rientro del deficit. · Immagine generata con IA

Le riserve di Eurostat dietro la revisione Istat

Il sospetto di discrezionalità avanzato dalla maggioranza — Francesco Filini, di Fratelli d'Italia, ha osservato che «da quando siamo al governo, l'Istat non ha fatto che aggiornare le stime del Pil» — si scontra con la prima pagina del comunicato che accompagna la revisione Istat. Le innovazioni di metodo applicate alla serie 2010-2025 servono, testualmente, «per rispondere alle riserve poste da Eurostat ai paesi membri per la determinazione dei dati relativi al reddito nazionale lordo, utilizzati ai fini delle risorse proprie».

Sono riserve trasversali, cioè comuni a tutti i paesi dell'Unione, e riguardano il calcolo su cui si basa il principale canale di entrate del bilancio europeo. La revisione Istat di settembre, insomma, non nasce da una scelta italiana né da un'iniziativa dell'istituto: nasce da una verifica che Eurostat ha aperto su tutti. Su un punto, però, la premier ha ragione, ed è giusto concederlo per intero: l'Istat rivede davvero al rialzo, e lo ha fatto anche stavolta. Il 2024 guadagna 0,3 punti di crescita in volume, il 2025 un decimo. Il problema non è la direzione della correzione, è la sua scala rispetto a ciò che servirebbe.

Cosa costa alla manovra il deficit oltre il 3%

Con la revisione Istat alle spalle, restare dentro la procedura ha conseguenze concrete sulla legge di bilancio che il governo sta scrivendo, e che secondo MilanoFinanza punta a valere 30 miliardi. L'esecutivo dovrà mantenere una correzione strutturale della spesa media dello 0,5% annuo e rinuncia a margini stimati in 8-10 miliardi.

Il nodo più pesante riguarda la clausola di salvaguardia nazionale per difesa ed energia: LaPresse quantifica la flessibilità richiesta in 0,6% di Pil per l'energia e 0,9% per la difesa nel triennio 2026-2028, pari a 14 e 22 miliardi di spesa. Ma la clausola non regala nulla al bilancio, e Giampaolo Galli, dell'Osservatorio sui conti pubblici, avverte che «per come sono scritte le regole europee, non è possibile uscire dalla procedura utilizzando la clausola; a questo fine, il deficit del 2027 dovrebbe scendere sotto il 3% anche includendo le spese in difesa ed energia».

Le reazioni alla revisione Istat fotografano una maggioranza divisa sul da farsi. Matteo Salvini ha chiesto uno scostamento di bilancio — «come ministero solo a me servono 8 miliardi cash a fine anno per pagare i lavori già fatti» — mentre Forza Italia frena. L'Abi si è messa al riparo per tempo: «noi siamo per mantenere i patti e siamo indisponibili a non mantenere i patti», ha detto il presidente Antonio Patuelli. Dalle opposizioni, Giuseppe Conte ha sintetizzato che «l'Istat certifica che il Paese non cresce».

Resta il fatto che il governo che contesta la revisione Istat ha costruito buona parte della propria comunicazione economica sui numeri dello stesso istituto: appena il giorno prima, il 21 settembre, la stessa fonte veniva citata per rivendicare l'occupazione record al 63,1%, ed è la stessa che firma le previsioni demografiche su cui poggia il ragionamento sulle pensioni. Una statistica ufficiale non può essere autorevole il lunedì e sospetta il martedì. Il prossimo appuntamento è la notifica d'autunno a Eurostat, e lì il 2026 sarà giudicato sul 2,9% scritto nel Documento di finanza pubblica: un numero che, a differenza della revisione Istat appena archiviata, dipende ancora dalle scelte di chi lo contesta.

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