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Occupazione record: il 63,1% è di chi non va in pensione

Occupazione record al 63,1% nel secondo trimestre 2026: la ministra Calderone la rivendica per riportare a casa i giovani, ma l'Istat scrive che la spinta arriva dall'innalzamento dell'età pensionabile e dall'invecchiamento della popolazione. I 15-24enni perdono 1,2 punti in cinque anni.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Occupazione record in Italia: sala d'attesa vuota di un centro per l'impiego con sportelli deserti
Immagine generata con IA

Il 19 settembre la ministra del Lavoro Marina Calderone ha rivendicato l'occupazione record dell'Italia in un'intervista al mensile Moneta: oltre ventiquattro milioni di occupati, disoccupazione sotto la media europea, espatri giovanili in calo del 20% nel 2025. «Ho cinque anni di tempo per riportare indietro chi è andato all'estero», ha detto. Nove giorni prima, però, l'Istat aveva pubblicato un documento che quel primato lo spiega con due parole che nell'intervista non compaiono: pensioni e demografia.

Occupazione record: i numeri del secondo trimestre 2026

Il dato dell'occupazione record esiste e va riconosciuto. Secondo il comunicato Istat dell'11 settembre sul mercato del lavoro nel secondo trimestre 2026, gli occupati destagionalizzati salgono a 24 milioni e 363 mila, 155 mila in più rispetto ai tre mesi precedenti. Il tasso di occupazione fra i 15 e i 64 anni tocca il 63,1%, in crescita di 0,4 punti sul trimestre e di 0,7 punti sull'anno. Sui dati grezzi il valore è ancora più alto: 63,4%, con 24 milioni e 447 mila occupati.

Anche la parte più contestata della rivendicazione sull'occupazione record regge. La crescita è davvero trainata dal lavoro stabile: i dipendenti a tempo indeterminato aumentano di 155 mila unità in un anno (+1,0%), mentre quelli a termine calano di 33 mila (-1,2%). L'occupazione a tempo pieno cresce di 345 mila unità (+1,7%) e più che compensa il calo del part-time (-99 mila, -2,6%). E il tasso di disoccupazione italiano, al 5,8% di luglio, è effettivamente inferiore al 6,4% dell'area euro.

C'è però un dettaglio che nessun comunicato ha ripreso. Nel trimestre dell'occupazione record i disoccupati aumentano: 31 mila in più, +2,2% in tre mesi, con il tasso che risale di 0,1 punti al 5,6%. Non è una contraddizione, è aritmetica: gli inattivi sotto i 65 anni calano di 185 mila unità e una parte di loro, rientrando sul mercato, si registra come persona in cerca di lavoro prima ancora di trovarlo.

Officina meccanica artigiana deserta con banco da lavoro e tornio: il lavoro degli over 50 nel record di occupazione
Dentro l'occupazione record, nel quinquennio 2021-2026 il tasso dei 50-64enni è cresciuto di 7,8 punti, quello dei 15-24enni è sceso di 1,2. · Immagine generata con IA

Il +7,8 dei cinquantenni e il -1,2 dei ventenni

È qui che il quadro cambia. Il comunicato Istat scompone il tasso di occupazione per classe d'età, e la scomposizione dell'occupazione record racconta una storia diversa dal titolo. Nell'arco di dodici mesi l'indicatore dei 50-64enni sale di 1,9 punti, fino al 68,3%. Quello dei 35-49enni resta inchiodato: variazione zero, esattamente 0,0 punti. E quello dei 15-24enni scende di 0,3 punti, fermandosi al 17,7%.

Il dato di lungo periodo sull'occupazione record è ancora più netto. Nella Nota sull'andamento dell'economia italiana pubblicata il 10 settembre, un focus curato da Andrea Spizzichino ricostruisce il quinquennio luglio 2021-luglio 2026: il tasso di occupazione complessivo guadagna 4,4 punti, circa un milione e 600 mila occupati in più. Ma la classe 50-64 anni da sola guadagna 7,8 punti, con l'inattività in picchiata di 6,3 punti. I 15-24enni, nello stesso quinquennio, perdono 1,2 punti di occupazione e ne guadagnano 4,1 di inattività.

Tradotto: in cinque anni di occupazione record, l'unica fascia d'età che ha fatto un passo indietro è quella dei più giovani. E il loro tasso di disoccupazione, che a luglio 2026 risale al 18,9% (+0,2 punti sul mese), resta tre volte quello nazionale.

Perché l'Istat scrive «pensioni» e «invecchiamento»

Della spiegazione dell'occupazione record la parte più significativa non sono i numeri, ma il commento che l'istituto di statistica vi allega. Il focus attribuisce la crescita dell'occupazione fra gli over 50 a due fattori espliciti. Il primo sono «le politiche previdenziali, caratterizzate dal progressivo innalzamento dell'età pensionabile che ha determinato un prolungamento della permanenza degli individui nel mercato del lavoro». Il secondo è «il processo di invecchiamento della popolazione italiana».

Sono due meccanismi che nulla hanno a che vedere con la creazione di posti: l'occupazione record sale senza che un datore di lavoro assuma nessuno. Il primo trattiene al lavoro chi avrebbe smesso; il secondo gonfia il peso statistico di una coorte semplicemente perché è più numerosa di quelle che la seguono. In entrambi i casi l'occupazione record cresce per sottrazione altrui, non per addizione. L'Istat lo dice in modo quasi tecnico: «la progressiva diminuzione della popolazione nelle classi di età inferiori ai 50 anni si è accompagnata a un aumento della numerosità delle persone ultracinquantenni». È lo stesso meccanismo che avevamo raccontato analizzando le previsioni demografiche dell'Istat e la traiettoria dell'Italia verso i 45,8 milioni di abitanti.

L'istituto arriva persino a indicare, in nota, la tecnica statistica che permetterebbe di separare le due componenti: la standardizzazione della struttura per età consente di scomporre la variazione in «effetto popolazione» ed effetto netto. Quella scomposizione, nel dibattito pubblico sull'occupazione record, non è mai stata citata da nessuno.

L'occupazione record non è un record di stipendi

Il trimestre dell'occupazione record ha un'altra caratteristica che le rivendicazioni tendono a saltare. Nello stesso prospetto in cui compare il 63,1%, l'Istat registra le retribuzioni lorde di fatto in crescita del 2,7% su base annua e quelle contrattuali dell'intera economia all'1,5%, per una media mensile di 2.487 euro.

Il confronto dell'occupazione record con i prezzi è impietoso. L'inflazione italiana in quei mesi viaggiava al 3,2% di maggio e al 3,0% di giugno, e ad agosto è accelerata al 3,3%, spinta dagli energetici non regolamentati (+17,0%) e da quelli regolamentati (+18,6%). Quindi nel trimestre dell'occupazione record le buste paga contrattuali hanno perso circa un punto e mezzo di potere d'acquisto, e perfino le retribuzioni effettive sono rimaste sotto l'inflazione.

C'è di più. Nell'anno dell'occupazione record il costo del lavoro per unità equivalente a tempo pieno cresce del 2,8%, ma la spinta arriva soprattutto dai contributi sociali (+3,4%), non dalle retribuzioni (+2,7%). Le imprese spendono di più di quanto arrivi in tasca ai lavoratori. È la stessa distanza fra dato aggregato e realtà percepita che avevamo trovato nella crescita acquisita rivendicata da Giorgetti.

Area partenze di un aeroporto vuota all'alba: l'emigrazione giovanile italiana dietro i dati sull'occupazione
La ministra lega l'occupazione record al rientro dei giovani: espatri in calo del 20% nel 2025 e cinque anni di tempo. · Immagine generata con IA

Intermittenti e posti vacanti: la trama sotto il primato

Il lato delle imprese aggiunge all'occupazione record sfumature che il numero tondo nasconde. Le posizioni lavorative dipendenti crescono dell'1,3% annuo, ma quelle in somministrazione salgono del 3,0% e soprattutto il lavoro intermittente — quello a chiamata — cresce del 6,7% in un anno. L'indice delle posizioni intermittenti tocca quota 172,2 sulla base 2021=100: in cinque anni è aumentato di oltre settanta punti, mentre il totale delle posizioni dipendenti si è fermato a 113,4.

Nel frattempo, mentre l'occupazione record sale, il tasso dei posti vacanti scende all'1,5%, in calo sia sul trimestre (-0,2 punti) sia sull'anno (-0,3). Infatti la domanda di lavoro si sta raffreddando proprio mentre l'offerta si allarga. Tuttavia va registrato anche il segnale opposto: il ricorso alla cassa integrazione cala a 6,2 ore ogni mille lavorate, 0,6 in meno di un anno fa.

Un'ultima riga del prospetto sull'occupazione record merita attenzione. Fra gli inattivi, la voce «aspetta esiti di passate azioni di ricerca» cresce del 33,6% in un anno, fino a 690 mila persone. Sono uomini e donne che hanno cercato, hanno smesso di cercare attivamente e stanno aspettando una risposta: statisticamente non sono disoccupati, ma nemmeno occupati. Quindi non entrano in nessuno dei due titoli.

Occupazione record e giovani che tornano: cosa regge

Resta la promessa che l'intervista appende all'occupazione record: riportare a casa i giovani emigrati. Su quel fronte alcune affermazioni della ministra trovano riscontro — il tasso di Neet italiano è effettivamente sceso intorno al 13%, il lavoro stabile cresce davvero, la disoccupazione giovanile è calata di 8,6 punti nel quinquennio. Non sono risultati da liquidare.

Il punto è un altro, ed è di composizione. L'occupazione record del 63,1% non è costruita sui giovani che restano o che tornano: è costruita, per ammissione dell'Istat, su chi resta al lavoro più a lungo perché la pensione si è allontanata, e su una struttura demografica in cui gli ultracinquantenni pesano sempre di più. Nello stesso quinquennio in cui il tasso complessivo guadagnava 4,4 punti, l'inattività dei 15-24enni ne guadagnava 4,1: l'occupazione record e l'uscita di scena dei ventenni sono cresciute insieme.

L'Istat, del resto, un pezzo della spiegazione la offre anche a favore del governo: fra i più giovani l'aumento dell'inattività è «in parte dovuto all'innalzamento dei livelli di istruzione che ritarda l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro». Studiare più a lungo non è un fallimento. Ma allora l'occupazione record misura due fenomeni sovrapposti — chi esce più tardi e chi entra più tardi — e nessuno dei due è una politica del lavoro. Il prossimo aggiornamento arriva l'11 dicembre: sarà quello a dire se il record continua a essere una questione anagrafica.

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