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Previsioni demografiche Istat: l'Italia a 45,8 milioni

Le nuove previsioni demografiche Istat fissano il calo dell'Italia a 45,8 milioni di residenti nel 2080. Ma il report che unisce popolazione, famiglie e forze di lavoro dice anche altro: la forza lavoro si riduce molto meno della popolazione in età attiva.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Previsioni demografiche Istat: borgo appenninico al crepuscolo con poche finestre illuminate
Immagine generata con IA

Le nuove previsioni demografiche Istat diffuse il 31 agosto 2026 dicono una cosa che sembra semplice e non lo è: l'Italia passerà da 58,9 milioni di residenti a 45,8 milioni nel 2080. Oltre tredici milioni di persone in meno in cinquantacinque anni, quattro delle quali già entro il 2050. Il titolo di giornata è stato quello. Ma dentro il report c'è una seconda storia, e riguarda il lavoro.

Perché questa edizione è la prima che mette insieme, in un unico documento, tre previsioni che finora viaggiavano separate: popolazione residente, famiglie e forze di lavoro. E quando si accostano le tre serie, il quadro cambia di segno. Il calo resta certo, l'invecchiamento pure. Il collasso del mercato del lavoro, invece, no.

Previsioni demografiche Istat: la traiettoria fino al 2080

Lo scenario mediano è netto. Dai 58,9 milioni di residenti al 1° gennaio 2025 si scende a 58,7 milioni nel 2030, a 55,0 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080. Il ritmo accelera con gli anni: -0,1% medio annuo nel breve periodo, -0,3% fra il 2030 e il 2050, -0,6% negli ultimi trent'anni dell'orizzonte.

L'istituto è insolitamente esplicito sul grado di certezza. Gli intervalli di confidenza al 90% indicano che «la diminuzione della popolazione rappresenta un risultato praticamente certo»: nessuno degli scenari considerati, nemmeno il più favorevole, riporta l'Italia agli attuali livelli. Le previsioni demografiche Istat restano comunque un esercizio what-if, cioè il risultato di ipotesi dichiarate su fecondità, sopravvivenza e migrazioni — non una profezia.

Previsioni demografiche Istat: borgo appenninico al crepuscolo con poche finestre illuminate
Le previsioni demografiche Istat assegnano alle aree interne il calo più rapido: entro il 2050 perderanno oltre 1,3 milioni di residenti. · Immagine generata con IA

Nelle previsioni demografiche Istat il motore del calo è aritmetico. Le nascite restano stabili sui 355mila l'anno fino al 2030, poi scendono a 335mila nel 2050 e a 281mila nel 2080. I decessi salgono invece da 652mila nel 2025 a 708mila nel 2030, fino al picco di 869mila nel 2058. Il saldo naturale tocca il minimo di -570mila nel 2059. Il saldo migratorio con l'estero resta positivo per tutto il periodo — 296mila nel 2025, 204mila nel 2050, 221mila nel 2080 — ma in nessun anno arriva a compensare il deficit fra nati e morti.

Il dato che nessuno ha messo in prima pagina: la forza lavoro

Qui sta la parte nuova. La popolazione fra 15 e 64 anni scende dal 63,4% del totale al 55,3% nel 2050: in valori assoluti, quasi sette milioni di persone in meno. Se il tasso di partecipazione restasse fermo, la forza lavoro crollerebbe della stessa misura. Invece le previsioni demografiche Istat ipotizzano un tasso di attività in crescita dal 66,7% al 71,0%, e il conto finale è diverso: gli attivi fra 15 e 64 anni passano da 24,8 a 21,4 milioni. Tre milioni e quattrocentomila in meno, non sette.

La differenza la fanno soprattutto le donne. Il tasso di attività femminile sale dal 57,8% al 64,2%, cioè 6,4 punti, contro 1,6 punti degli uomini: il divario di genere si riduce da 17,9 a 13,0 punti percentuali senza però chiudersi. E c'è un secondo margine, quello dell'età: allargando lo sguardo ai 65-74enni, con un tasso di attività che salirebbe dall'11,8% al 16,5%, si recuperano altri 419mila potenziali lavoratori.

La traiettoria non nasce oggi. Nel 2004 partecipava al mercato del lavoro il 62,5% della popolazione in età lavorativa: la crescita prevista è la prosecuzione di un movimento ventennale, non una svolta. Quindi il messaggio implicito del report è meno consolatorio di come suona: l'unica leva che nei prossimi venticinque anni attenua davvero il buco demografico non è la natalità e non è l'immigrazione, ma l'attivazione di chi in Italia già c'è e oggi non lavora. Gli inattivi fra 15 e 64 anni scendono da 12,4 a 8,8 milioni, con un calo del 34,2% fra le donne.

Il divario territoriale che le previsioni demografiche Istat fotografano, tuttavia, resiste a tutto. Nel 2050 il Nord-est arriva a un tasso di attività prossimo al 76%, il Mezzogiorno al 61,4%: quattordici punti di distanza, dopo venticinque anni di convergenza. E le donne meridionali si fermano al 49,6% contro il 64,2% nazionale. Non a caso gli attivi calano dell'8,7% nel Nord-ovest e del 21,5% nel Mezzogiorno — un Paese che perde forza lavoro a due velocità, come già raccontano i dati sulla crescita del PIL italiano.

Il sorpasso del 2047: più coppie senza figli che con figli

Sul fronte delle famiglie le previsioni demografiche Istat fissano una data precisa. Nel 2047 le coppie senza figli superano quelle con figli. Al Nord accade prima, nel 2038; al Centro nel 2044; nel Mezzogiorno non succede affatto entro l'orizzonte di previsione, che per famiglie e forze di lavoro si ferma al 2050.

I numeri delle previsioni demografiche Istat: le coppie con figli scendono da 7,5 a 5,8 milioni (-22,3%), passando dal 28,1% al 21,1% delle famiglie; quelle senza figli salgono da 5,4 a 5,9 milioni (+8,8%), fino al 21,4%. Infatti il totale delle famiglie aumenta — da 26,7 milioni a un massimo di 27,9 nel 2043, poi 27,6 nel 2050 — mentre la dimensione media scende da 2,20 a 1,98 componenti. Più famiglie, più piccole: le famiglie senza nucleo arrivano al 44,7% del totale.

Aula scolastica italiana vuota con banchi in fila e lavagna pulita
Con 281mila nati previsti nel 2080 contro i 355mila di oggi, le previsioni demografiche Istat ridisegnano anche la rete scolastica. · Immagine generata con IA

C'è un meccanismo cumulativo dietro questa curva, e il report lo spiega senza giri di parole: generazioni meno numerose generano a loro volta meno famiglie con figli, «anche nell'ipotesi in cui la fecondità non dovesse diminuire». Cioè il calo prosegue per inerzia strutturale perfino se i comportamenti riproduttivi migliorassero domani mattina. È la ragione per cui gli incentivi alla natalità, qualunque sia il loro merito, non possono spostare le curve del 2050: la gran parte delle donne che potranno avere figli a quella data è già nata.

Aree interne: il divario che le previsioni demografiche Istat allargano

La geografia del calo che disegnano le previsioni demografiche Istat non è uniforme. Il Nord è l'unica ripartizione che cresce nel breve periodo, da 27,5 a 27,7 milioni entro il 2030, per poi scendere a 24,2 milioni nel 2080. Il Centro arriva a 9,3 milioni. Il Mezzogiorno passa da 19,7 a 12,3 milioni: oltre un terzo in meno.

Dentro questa cornice, le previsioni demografiche Istat separano i centri dalle aree interne secondo la classificazione SNAI. I centri contano oggi 45,6 milioni di residenti e reggono nel breve periodo; le aree interne scendono da 13,3 a 11,8 milioni entro il 2050, perdendo oltre 1,3 milioni di persone. I comuni ultraperiferici passano da 703mila a 578mila abitanti.

Il confronto più duro è fra Sud e Nord. Le aree interne meridionali perdono 1,1 milioni di residenti entro il 2050, quelle settentrionali circa 122mila: una velocità di riduzione quadrupla. È lo stesso territorio in cui si stanno ritirando i servizi privati, come mostra il fenomeno della desertificazione bancaria, e dove il report avverte che verrà meno «la base demografica necessaria a sostenere scuole, sanità, trasporti e attività economiche locali».

Un paese che invecchia da solo

Nelle previsioni demografiche Istat l'invecchiamento è, testualmente, «la prospettiva più certa». L'età media sale da 46,9 anni a oltre 51 nel 2050 e a 52,1 nel 2080; gli over 65 arrivano al 34,5% nel 2050 e al 36,8% nel 2080. Gli ultraottantacinquenni, la fascia che genera più domanda assistenziale, passano dal 4,1% all'8,4%.

Il ribaltamento più interessante riguarda però il Mezzogiorno, che oggi è la ripartizione più giovane d'Italia — 46,1 anni di età media contro i 47,1 del Nord — e nel 2050 diventa la più vecchia, con 52,1 anni. Il vantaggio anagrafico del Sud si consuma in una generazione.

Tavolo da cucina apparecchiato per una sola persona in una casa italiana
Nel 2050 le previsioni demografiche Istat contano 4,7 milioni di ultrasettantacinquenni che vivono soli, 1,7 milioni in più di oggi. · Immagine generata con IA

A questo le previsioni demografiche Istat sommano la solitudine. Le persone che vivono sole salgono da 10,0 a 11,6 milioni, il 42% delle famiglie italiane. La crescita riguarda soprattutto le donne, da 5,3 a 6,3 milioni, e ancor più gli anziani: nel 2050 il 57% di chi vive solo avrà almeno 65 anni, e gli ultrasettantacinquenni soli saranno 4,7 milioni. Sono i numeri che pesano su un sistema sanitario territoriale già in affanno.

Che cosa cambia rispetto alle edizioni precedenti

Vale la pena affiancare a questo report quelli degli anni scorsi, perché il confronto racconta più del singolo numero. Nell'edizione con base 1° gennaio 2023 l'istituto prevedeva 54,8 milioni di residenti nel 2050 e 46,1 milioni nel 2080, partendo da circa 59 milioni. Oggi, con base 1° gennaio 2025 e una popolazione di partenza di 58,9 milioni, le previsioni demografiche Istat indicano 55,0 milioni nel 2050 e 45,8 nel 2080.

Due revisioni annuali dopo, insomma, la traiettoria è la stessa. Non è un peggioramento improvviso: è una conferma. E una conferma ripetuta è, in statistica, un'informazione più forte di un allarme nuovo.

La reazione politica è arrivata in giornata da Paolo Inselvini, eurodeputato di Fratelli d'Italia-ECR e copresidente dell'Intergruppo sulla Demografia del Parlamento europeo, secondo cui «l'inverno demografico affligge tutta l'Europa» e la questione va trattata a Bruxelles come priorità strategica, contabilizzando le spese per la demografia come investimenti ai fini del Patto di stabilità. Nella sua lettura, in poco più di cinquant'anni sparirebbe l'equivalente dei residenti di Lombardia e Liguria messe insieme.

Resta però il punto che il dibattito politico tende a saltare. Le previsioni demografiche Istat non descrivono un destino da invertire entro il 2050, perché entro il 2050 è già tutto scritto nella struttura per età. Descrivono invece un margine di manovra molto concreto e molto misurabile: 4,3 punti di tasso di attività, 6,4 punti di partecipazione femminile, 419mila lavoratori in più fra i 65 e i 74 anni. È lì, non nelle curve delle nascite, che si gioca la sostenibilità del welfare italiano nei prossimi venticinque anni. I dati regionali completi sono consultabili sulla banca dati IstatData dal 2 settembre 2026, e la sintesi del report è stata ripresa il 31 agosto da Il Sole 24 Ore.

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