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Riforma medici di famiglia: stop al decreto Schillaci

Riforma medici di famiglia: il governo Meloni ritira il decreto Schillaci. Bertolaso si dimette, Case di Comunità a rischio con 2 miliardi PNRR in bilico.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Riforma medici di famiglia: stetoscopio e ricettario su una scrivania chiara, simbolo del medico di base italiano dopo lo stop al decreto Schillaci
Immagine generata con IA

La riforma medici di famiglia voluta dal ministro della Salute Orazio Schillaci si è arenata sul tavolo del governo. Mercoledì 10 giugno 2026 il capo di gabinetto del Ministero, Marco Mattei, ha comunicato agli assessori regionali alla Sanità il ritiro del decreto-legge che avrebbe dovuto integrare i camici bianchi del territorio nelle Case di Comunità del PNRR. La scelta del Consiglio dei ministri di non procedere apre una crisi politica dentro la maggioranza e mette a rischio la spina dorsale del nuovo sistema territoriale: l'assessore lombardo Guido Bertolaso ha lasciato la vicepresidenza della Commissione salute della Conferenza delle Regioni, mentre la premier Giorgia Meloni avrebbe espresso «forti dubbi» sull'impianto.

Riforma medici di famiglia: il decreto ritirato a Palazzo Chigi

Il provvedimento, costruito negli ultimi mesi dal ministro Schillaci e ricalibrato insieme alle Regioni, prevedeva due binari paralleli per i medici di medicina generale. Il primo confermava la convenzione storica con il Servizio sanitario nazionale, riformandola; il secondo introduceva — su base volontaria — un canale di dipendenza pubblica, riservato a chi avesse scelto di lavorare nelle nuove Case di Comunità con turni di sette giorni su sette e dodici ore quotidiane.

La riforma medici di famiglia è tuttavia rimasta fuori dall'ordine del giorno del Cdm del 10 giugno, lo stesso che ha varato i decreti attuativi sull'intelligenza artificiale. Mattei, in una nota agli assessori, ha spiegato che l'esecutivo punta ora a sostituire il decreto con «un accordo da inserire nel prossimo atto di indirizzo della convenzione sulla medicina generale», ipotizzando un obbligo minimo di sei ore settimanali nelle Case di Comunità per i medici convenzionati. Una scorciatoia amministrativa che, di fatto, archivia il salto verso la dipendenza voluto da una parte delle Regioni.

Ministero della Salute a Roma al tramonto, con il tricolore italiano: il governo Meloni ha bloccato il decreto sulla riforma dei medici di famiglia
Il Ministero della Salute a Roma: dopo settimane di trattative, il decreto Schillaci è uscito dal tavolo del Consiglio dei ministri. · Immagine generata con IA

Schillaci difende l'impianto: «Non smantelliamo il medico di famiglia»

Il titolare di Lungotevere Ripa ha provato a contenere lo strappo già nel pomeriggio del 10 giugno. «Non smantelliamo il medico di famiglia, ne rafforziamo il ruolo», ha dichiarato Schillaci, ribadendo che «sono convinto che troveremo una quadra» nelle prossime settimane. Il ministro insiste sul fatto che l'obiettivo politico resta intatto: avvicinare l'assistenza sanitaria di base ai cittadini più fragili e dare gambe alla medicina territoriale promessa dal PNRR.

Schillaci, peraltro, era riuscito a strappare in Conferenza delle Regioni un voto sostanzialmente unanime sul testo. Il muro è arrivato infatti dai partiti della maggioranza e dalle organizzazioni sindacali dei medici, che minacciavano lo stato di agitazione. Una riforma medici di famiglia annunciata come bandiera del governo Meloni si è quindi trasformata, nel giro di poche ore, in un imbarazzo politico per il ministro tecnico vicino a Fratelli d'Italia.

Le dimissioni di Bertolaso e la frattura con le Regioni

La reazione più rumorosa è arrivata dalla Lombardia. Guido Bertolaso, assessore al Welfare e regista del piano sulle Case di Comunità nella regione più popolosa d'Italia, ha annunciato le dimissioni dalla vicepresidenza della Commissione salute della Conferenza delle Regioni. Bertolaso aveva difeso pubblicamente l'impianto del decreto come unico strumento credibile per dare personale alle nuove strutture territoriali e, lasciando il tavolo, ha mandato un messaggio politico chiaro a Roma.

Il gesto rischia di innescare un effetto domino. Diverse Regioni — sia di centrodestra sia di centrosinistra — avevano costruito i propri piani operativi sulle Case di Comunità nell'aspettativa di disporre, entro fine giugno, di un quadro normativo definito per assumere personale a tempo pieno. Senza il decreto, gli enti locali si ritrovano con cantieri pronti e organici incerti.

La maggioranza si spacca: il no di Forza Italia, FdI e Lega

Il vero spartiacque, tuttavia, è stato il fronte politico. Forza Italia ha rifiutato l'idea di trasformare il medico di famiglia in un «burocrate anonimo», con Antonio Tajani e Stefania Craxi a chiedere invece il potenziamento delle medicine di gruppo capaci di preservare «il rapporto fiduciario tra medico e cittadino». Anche Fratelli d'Italia, attraverso il sottosegretario Marcello Gemmato, ha confermato la preferenza per la convenzione riformata rispetto al passaggio in pianta organica. La Lega, infine, ha ritirato il proprio sostegno nel giro di poche ore.

Di conseguenza, il pacchetto è arrivato in Cdm senza una maggioranza politica solida, nonostante il via libera tecnico delle Regioni. Infatti, secondo i resoconti, Meloni avrebbe espresso a Schillaci «forti dubbi» sull'opportunità di forzare la mano contro l'opinione dei tre partiti azionisti del governo. La riforma medici di famiglia si è così trasformata nel primo banco di prova in cui Forza Italia ha imposto una linea diversa da quella del ministro tecnico.

Interno di una Casa di Comunità italiana con sala d'attesa vuota: solo il 4% delle strutture PNRR è oggi operativo
Una Casa di Comunità italiana: a oggi solo il 4% delle nuove strutture territoriali finanziate dal PNRR risulta pienamente operativo. · Immagine generata con IA

Riforma medici di famiglia e Case di Comunità: il rischio PNRR

Sullo sfondo c'è l'investimento più delicato della Missione Salute del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Sono oltre mille le Case di Comunità previste entro la fine di giugno e circa due miliardi di euro i fondi europei legati al loro funzionamento. Solo il 4% di queste strutture, però, è oggi pienamente operativo: gli audit di Bruxelles richiedono che gli immobili non siano scatole vuote, ma luoghi in cui medici, infermieri e specialisti garantiscano i livelli essenziali di assistenza.

Senza la riforma medici di famiglia, il rischio è duplice. In primo luogo, l'impalcatura organizzativa rischia di restare scoperta proprio nel momento in cui dovrebbe entrare a regime. In secondo luogo, la Commissione europea potrebbe contestare il mancato raggiungimento degli obiettivi, con possibili tagli ai fondi del PNRR già erogati. Il Movimento 5 Stelle, peraltro, ha sollevato un fronte parallelo, chiedendo chiarezza sul ruolo dell'Enpam — la cassa previdenziale dei medici, che gestisce miliardi di patrimonio — nella partita.

L'opposizione attacca, i sindacati medici esultano

Sul fronte politico, l'opposizione ha colto l'occasione per inchiodare la maggioranza alle proprie divisioni. «Una riforma annunciata come decisiva viene ritirata perché i partiti di maggioranza hanno fatto la guerra», ha dichiarato la deputata del Partito Democratico Ilenia Malavasi. Più tagliente la senatrice di Italia Viva Annamaria Furlan: «Il governo riesce a contraddirsi da solo, escludendo addirittura il Parlamento dalla discussione su un decreto così importante per la sanità pubblica».

I sindacati dei camici bianchi, infine, hanno accolto con soddisfazione la marcia indietro. Il segretario della FIMMG Silvestro Scotti ha parlato senza giri di parole: «Così come era scritta, la riforma sarebbe stata un boomerang; adesso siamo pronti a ragionare insieme». Sulla stessa linea Pina Onotri, segretaria dello SMI: «Apriamo un confronto costruttivo per contratti di lavoro più flessibili e con maggiori tutele». Quanto al governo, infine, il prossimo passaggio sarà tecnico: portare i nuovi obblighi sulle Case di Comunità all'interno della convenzione 2025-2027 sulla medicina generale, già aperta al tavolo con i sindacati. Per la sanità italiana, però, la promessa di un nuovo modello territoriale resta sospesa.

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