Tax credit funzionamento: un terzo resta fuori dal fondo
Il tax credit funzionamento delle sale slitta al 10 novembre, ma il fondo resta fermo a 110 milioni. La relazione trasmessa alle Camere il 29 settembre mostra che nel 2023 le sale avevano chiesto 169,4 milioni e ne hanno ottenuti 112,3: un terzo è rimasto fuori.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Il 16 ottobre la Direzione generale Cinema e audiovisivo ha firmato un decreto di tre righe: il termine per chiedere il tax credit funzionamento delle sale cinematografiche, fissato alle 23.59 del 20 ottobre, slitta alle 23.59 del 10 novembre 2026. Ventuno giorni in più per compilare una domanda su un credito d'imposta che, sulla carta, copre fino al 60 per cento dei costi di gestione di una sala. Il decreto non aggiunge però un euro al fondo: le risorse restano quelle del riparto del marzo 2025, cioè 110 milioni. E un documento di 238 pagine trasmesso alle Camere tre settimane fa spiega, numeri alla mano, che quel fondo è già stato superato dalla domanda due volte di seguito.
Il tax credit funzionamento chiesto e quello confermato
La Relazione sulla valutazione d'impatto della legge cinema per l'anno 2025, curata dal Dipartimento di Scienze sociali ed economiche e trasmessa al Parlamento il 29 settembre, contiene una tabella che nessuno ha ripreso. Mette a confronto, per ogni annualità, il credito che le imprese hanno chiesto in domanda e quello che il ministero ha poi confermato in istruttoria.
Per il credito agli investimenti e per quello alla programmazione lo scarto è nullo o resta sotto il 10 per cento: chi ha i requisiti, i soldi li prende. Per il tax credit funzionamento la storia è un'altra. Nel 2022, prima annualità dello strumento, le sale hanno chiesto 130,5 milioni e ne hanno visti confermare 102,9: il 21,2 per cento in meno. Nel 2023 le domande salgono a 997, la richiesta a 169,4 milioni e la conferma si ferma a 112,3. Lo scarto arriva al 33,7 per cento.
Un terzo del fabbisogno dichiarato dalle sale, quindi, non è mai diventato credito. La Relazione non lascia spazio a interpretazioni caritatevoli: «lo strumento è razionato, e la domanda potenziale delle imprese di esercizio eccede in misura crescente la capienza del fondo». E aggiunge la conseguenza che interessa chi gestisce una sala: «il tasso effettivo di copertura dei costi ammissibili è inferiore all'aliquota nominale».
Il confronto con il plafond chiude il ragionamento. Il riparto del Fondo cinema per il 2023 destinava al credito dell'articolo 18 esattamente 114 milioni: i 112,3 confermati sono il 98,5 per cento di quella cifra. Il fondo non è stato sottoutilizzato, è stato consumato quasi per intero — e cinquantasette milioni di richieste sono rimasti fuori.

Perché il 60 per cento quasi mai è il 60 per cento
L'aliquota del tax credit funzionamento che circola nelle sintesi della misura — «dal 30 al 60 per cento» — è la somma di una scala e di una serie di bonus. Il decreto interministeriale del 4 novembre 2025, numero 411, parte dal 30 per cento dei costi di funzionamento per le grandi imprese, sale al 40 per cento per le piccole e medie, al 50 per cento per le microimprese e per quelle costituite nei trentasei mesi precedenti. A questa base si aggiungono cinque punti se la sala dedica più del 15 per cento della programmazione annuale a opere italiane o europee, dieci punti per le sale storiche, per chi supera il 25 per cento di programmazione nazionale, per i cinema nei comuni sotto i 15 mila abitanti e per quelli in territori con stato d'emergenza deliberato negli ultimi dieci anni.
Il tetto del 60 per cento, quindi, è raggiungibile solo da una microimpresa o da un'impresa nuova che incassi anche la maggiorazione piena. Una grande catena resta al 40. E c'è una penalità che pochi notano: se fra il 1° giugno e il 31 agosto la sala è rimasta chiusa per più di 45 giorni complessivi — quindici, se ha almeno cinque schermi — il credito riconosciuto si riduce del 15 per cento.
Poi interviene il meccanismo che trasforma l'aliquota in una variabile. L'articolo 11 prevede che, se il totale dei crediti spettanti supera le risorse stanziate, i crediti siano autorizzati «previa decurtazione proporzionale a tutti i beneficiari», intervenendo prima sulle voci di costo A1 e A2, fino al 50 per cento, e poi sulla C1. La decurtazione non tocca le sale con un credito inferiore a 50 mila euro e non può spingere nessuno sotto quella soglia. Se le risorse restano insufficienti, l'ultimo comma dispone «la conseguente riduzione proporzionale lineare di tutti i crediti d'imposta».
Il disegno è coerente: protegge il piccolo esercente e scarica il taglio sui circuiti maggiori, che arrivano fino al tetto di 9 milioni annui per impresa o gruppo. Ma è un disegno che funziona solo finché c'è qualcosa da ripartire. Tradotto per chi compila la domanda del tax credit funzionamento: nessun importo è garantito finché l'istruttoria non si chiude, e l'istruttoria la svolge Cinecittà S.p.A. per conto del ministero, in forza di una convenzione del 19 aprile 2024.
La proroga del tax credit funzionamento allunga la fila, non il piatto
Il decreto direttoriale del 17 settembre che ha aperto la sessione dice una cosa che vale la pena leggere due volte: la Direzione generale «istruisce in ordine cronologico le richieste pervenute» e, «verificata la completezza della domanda, la rispondenza ai requisiti […] nonché la effettiva disponibilità di risorse», prenota le somme. Ordine cronologico e disponibilità effettiva: in un fondo razionato, il momento in cui si invia la domanda non è un dettaglio burocratico.
La proroga nasce invece da un'altra pressione. Il decreto del 16 ottobre la motiva «alla luce delle richieste pervenute dagli operatori del settore e al fine di favorire la più ampia partecipazione alla procedura». Una spiegazione plausibile sta in un altro avviso, pubblicato il 9 ottobre: le FAQ sull'obbligo di stipulare una polizza contro calamità naturali ed eventi catastrofali. Perché da questa sessione il contratto assicurativo va allegato alla domanda «a pena di inammissibilità», come prescrive l'articolo 2 del decreto di apertura in attuazione della legge di bilancio 2024. È un requisito nuovo che molte imprese di esercizio devono procurarsi da zero.
Il resto del percorso è altrettanto stretto. Servono almeno 180 spettacoli per schermo nell'anno di riferimento, ridotti a 120 per le monosale; il costo eleggibile deve superare i 10 mila euro per sala; sopra i 20 mila euro di credito richiesto serve la certificazione di un revisore. La proroga concede tre settimane per mettere insieme tutto questo. Non modifica il numeratore né il denominatore della frazione che conta.

Dal 2026 il plafond scende a 85 milioni
La sessione del tax credit funzionamento aperta in queste settimane riguarda i costi sostenuti fra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2025, e pesca sul riparto firmato il 6 marzo 2025, che destina 110 milioni al credito per il potenziamento dell'offerta. La serie dei plafond, letta sui decreti di riparto anno per anno, racconta però una traiettoria precisa: 114 milioni nel 2023, 110 nel 2024, 110 nel 2025 e 85 milioni nel 2026. Meno 22,7 per cento in un anno, su uno strumento la cui domanda nel 2023 valeva già 169 milioni.
Sull'altra linea dedicata alle sale, il credito dell'articolo 17 per gli investimenti, il calo è ancora più brusco: dai 25 milioni confermati nel 2023 e nel 2025 si passa ai 5 milioni del riparto 2026. Ottanta per cento in meno. Il totale direttamente riconducibile alle sale, per il prossimo anno, è di 90 milioni.
Non è una scelta isolata. Il Fondo cinema complessivo scende da 696 a 606 milioni fra il 2025 e il 2026 — una ricomposizione già visibile nel riparto precedente — mentre la quota complessiva destinata ai crediti d'imposta cresce in valore assoluto, trainata dall'attrazione di investimenti esteri. Dentro un fondo che si restringe, insomma, l'esercizio cinematografico perde terreno due volte.
Dove finisce il tax credit funzionamento
Il tax credit funzionamento non si distribuisce in modo uniforme, e la Relazione aggiunge un dato geografico che vale per tutto il sostegno all'esercizio. Fra il 2017 e il 2024 le risorse riconosciute alle sale valgono 497,4 milioni, di cui 405,5 in crediti d'imposta. Le otto regioni del Mezzogiorno ne hanno ricevuto il 23,3 per cento a fronte del 33,5 per cento della popolazione: un indice di intensità pari a 69, quando la media nazionale è 100.
In euro per abitante: 8,44 la media italiana, 12,70 il Lazio, 11,87 l'Emilia-Romagna, 10,19 la Lombardia. Dall'altro lato, 4,44 la Campania, 3,69 la Basilicata, 2,68 il Molise, 2,56 la Calabria. La spiegazione, scrive la Relazione, sta nella natura dello strumento: i crediti d'imposta «sono proporzionali ai costi di funzionamento e agli investimenti sostenuti e premiano quindi i territori dove l'offerta è già più densa».
È lo stesso effetto che si vede nei contributi alle sale d'essai, ma qui la causa è dichiarata: fino al 2019 il grosso del sostegno passava dal Piano straordinario, uno strumento a graduatoria che assegnava punteggi anche in base alla localizzazione. Dal 2022 il 95 per cento delle risorse all'esercizio è spesa fiscale automatica. Il criterio territoriale non è stato abolito: è stato semplicemente tolto di mezzo insieme allo strumento che lo conteneva.
Una valutazione del 2025 che si ferma al 2024
C'è infine un dettaglio che dice molto sui tempi della macchina. La Relazione si intitola all'anno 2025, ma la nota metodologica del capitolo sulle sale avverte che l'estrazione del sistema informativo ministeriale, del 25 settembre 2026, «non contiene domande 2024 relative a sale d'essai e crediti d'imposta, né alcuna domanda relativa al 2025». Per valutare il 2025 servirebbe un'estrazione costruita con una logica diversa.
Il riscontro amministrativo del ritardo è arrivato quattro giorni dopo: il 29 settembre 2026 la Direzione generale ha pubblicato i decreti che riconoscono i crediti d'imposta di undici domande ancora riferite all'anno 2024, per poco meno di 1,6 milioni complessivi. Mentre quelle pratiche si chiudevano, la sessione sui costi 2025 era già aperta da otto giorni. Due annualità in lavorazione insieme, e un credito sui costi 2024 riconosciuto ventun mesi dopo la chiusura di quell'esercizio: per un'impresa che usa lo strumento per coprire spese correnti, il ritardo è esso stesso un costo.
Il contesto, nel frattempo, non autorizza ottimismi. Nel 2025 le sale italiane hanno incassato 496,55 milioni, lo 0,5 per cento in più dell'anno prima, ma hanno perso il 2 per cento delle presenze, ferme a 68,36 milioni: il mercato tiene sui ricavi e non sul pubblico, con il prodotto italiano al 33,3 per cento degli spettatori. È esattamente il quadro in cui il tax credit funzionamento dovrebbe fare la differenza fra una sala che resta aperta e una che chiude. Quando a fine agosto la riforma della legge cinema è passata all'unanimità in Commissione, la discussione riguardava la governance del sistema e una tassa di scopo, non la capienza di questa linea. Intanto il conto è noto: 110 milioni disponibili, una domanda che l'ultima volta ne valeva 169, e tre settimane in più per mettersi in fila.
Fonti primarie: decreto direttoriale 16 ottobre 2026 n. 3091 della Direzione generale Cinema e audiovisivo; Relazione sulla valutazione d'impatto della legge cinema e audiovisivo, anno 2025, trasmessa alle Camere il 29 settembre 2026; decreto interministeriale 4 novembre 2025 n. 411 e decreti di riparto del Fondo cinema 2023-2026.


