Riforma della legge cinema: unanimità e nessun dibattito
Approvata all'unanimità in Commissione il 22 luglio senza un solo emendamento, la riforma della legge cinema attende il voto dell'Aula dal 9 settembre. Cinque giorni prima gli autori convocano al Lido il primo confronto pubblico sul testo: l'Agenzia dal 2028, le risorse, la governance.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo
La riforma della legge cinema torna al voto dell'Aula della Camera alla ripresa dei lavori parlamentari, il 9 settembre, cinque giorni dopo che gli autori italiani si saranno riuniti al Lido di Venezia per discuterla pubblicamente. L'ordine dei due appuntamenti racconta quasi tutto: il testo è stato approvato all'unanimità in Commissione Cultura il 22 luglio, senza che un solo gruppo parlamentare presentasse un emendamento, e il confronto con chi il cinema lo fa comincia adesso, a cinque giorni dal traguardo.
Il paradosso è che l'unanimità, di norma un segnale di forza, qui ha funzionato da anestetico. Una convergenza bipartisan così larga ha tolto al provvedimento la sua cassa di risonanza naturale — lo scontro parlamentare — e la riforma della legge cinema è arrivata a un passo dall'approvazione senza quasi essere raccontata. Non è un dettaglio di procedura: è la ragione per cui il dibattito di merito si terrà sotto un gazebo, a un festival, invece che in Parlamento.
Riforma della legge cinema: un testo unificato senza un solo emendamento
Il 22 luglio la VII Commissione della Camera ha approvato il testo base con il voto favorevole di tutti i gruppi. Nessuna forza politica ha depositato emendamenti, e questo ha consentito al provvedimento di avanzare con una rapidità inconsueta. Il testo unificato nasce dalla proposta di legge della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, alla quale sono state abbinate le iniziative di Federico Mollicone (Fratelli d'Italia), Gaetano Amato (Movimento 5 Stelle), Valentina Grippo (Azione) e Giorgia Latini (Lega). Relatore della riforma della legge cinema è Gerolamo "Gimmi" Cangiano, anch'egli di Fratelli d'Italia.
L'oggetto è la legge 14 novembre 2016 numero 220, la cosiddetta legge Franceschini, che dal 2017 governa l'intervento pubblico nel settore cinematografico e audiovisivo. A quasi dieci anni dalla sua approvazione, la riforma della legge cinema ne riscrive l'impianto: governance, strumenti di sostegno, incentivi fiscali e tutele dei lavoratori. Il dossier parlamentare sul provvedimento, datato 3 agosto, accompagna il testo nel passaggio in Aula.
Quel passaggio, però, non si è concluso. Il voto era atteso nei primi giorni di agosto ed è stato rinviato alla ripresa dei lavori parlamentari. Nel frattempo il Fondo per il cinema e l'audiovisivo è stato incrementato di 200 milioni complessivi: 50 milioni in più nel 2026, da 610 a 660, e 150 milioni in più nel 2027, da 500 a 650. Dal 2028, però — l'anno in cui la riforma della legge cinema entra a regime — il finanziamento annuale torna confermato a 500 milioni.
L'Agenzia dal 2028, il Forum e il modello francese
Il cuore della riforma della legge cinema è l'istituzione, dal 1° gennaio 2028, dell'Agenzia per il cinema e l'audiovisivo: un ente pubblico dotato di autonomia organizzativa, patrimoniale e finanziaria, che subentrerà nelle funzioni operative oggi svolte dalla Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura. Il riferimento dichiarato è il CNC francese, il Centre national du cinéma et de l'image animée. Secondo la ricostruzione del Sole 24 Ore l'Agenzia avrà una dotazione di 4,5 milioni annui dal 2027 e il suo direttore sarà nominato dal Presidente della Repubblica su proposta ministeriale, mentre il Ministero conserva la regia politica e i poteri ispettivi.
Accanto all'Agenzia nasce il Forum del cinema e dell'audiovisivo, destinato a sostituire il Consiglio superiore del cinema e dell'audiovisivo come sede permanente di confronto con gli operatori, con il compito — tra gli altri — di monitorare l'impatto dell'intelligenza artificiale sul comparto. È lo stesso tema che a Venezia 83 ha già prodotto un forum riservato agli addetti ai lavori, e che la riforma della legge cinema prova per la prima volta a incardinare in un organismo stabile.
Il resto del pacchetto tocca quasi ogni anello della filiera. Per le sale, la riforma della legge cinema prevede che dal 2028 il credito d'imposta lasci il posto a contributi diretti non tassati per funzionamento, riaperture e ristrutturazioni, con priorità alle aree carenti di schermi; la sala viene riconosciuta come presidio culturale e sociale, e i bandi dovranno avere almeno due finestre predeterminate ogni anno. Per i lavoratori dello spettacolo viene riconosciuta la natura discontinua dell'attività, con un'indennità accessibile a partire da 51 giornate contributive e un fondo da 10 milioni annui dal 2027 al 2030 per gli artisti in emergenza previdenziale. L'articolo 12 recepisce infine l'impignorabilità dei contributi pubblici alla cultura, dopo che nel marzo 2025 la Ragioneria generale dello Stato aveva contraddetto una prassi in vigore dal 2008.
Perché per gli autori la riforma della legge cinema non basta
Il 3 agosto il Coordinamento Autori e Autrici — che riunisce ANAC, 100Autori, WGI, AIDAC, ACMF e AIR3, cioè registi, sceneggiatori, dialoghisti e compositori — ha diffuso una nota in cui dichiara di avere appreso "soltanto da fonti giornalistiche" dell'approvazione unanime in Commissione. Il dettaglio pesa, perché quelle stesse associazioni erano state ascoltate in audizione e diversi punti della riforma della legge cinema vengono dalle loro proposte: l'organismo autonomo partecipato dalle categorie, la selezione degli esperti solo per competenza con incarichi a termine, il riconoscimento dell'intermittenza, una definizione più chiara di produttore indipendente.
L'obiezione di fondo alla riforma della legge cinema riguarda i soldi. "Si può anche istituire un ente autonomo, ma senza una dotazione finanziaria certa la sua autonomia rischia di essere soltanto formale", si legge nel comunicato ripreso dall'ANSA. Da qui la richiesta di una tassa di scopo che garantisca continuità alle politiche pubbliche, oggi appese alla legge di bilancio di ogni singolo anno. Messa accanto alla traiettoria del Fondo — in crescita fino al 2027 e poi di nuovo a 500 milioni proprio nell'anno in cui l'Agenzia comincia a lavorare — l'obiezione smette di essere teorica.
Il secondo nodo della riforma della legge cinema è la governance: il Consiglio di amministrazione è nominato soltanto da Governo e Regioni, senza consiglieri indicati dalle commissioni parlamentari, e le categorie restano confinate in un ruolo consultivo. Un'Agenzia nata per sottrarre le scelte alla politica, insomma, verrebbe intestata quasi per intero alla politica. A questo il Coordinamento aggiunge la richiesta di una disciplina della cronologia dei media con tempi di sfruttamento progressivi, valida anche per le opere extraeuropee, e una norma che calmieri il costo degli estratti dei film del patrimonio nazionale quando finiscono nei documentari culturali.
Una legge delega: il contenuto vero arriverà dopo
C'è poi una ragione tecnica per cui la riforma della legge cinema si giudicherà solo fra qualche anno. Il riordino degli incentivi fiscali non è scritto nel testo: è affidato al Governo con una delega di ventiquattro mesi. Significa che il tax credit — la voce su cui si sono concentrate le polemiche degli ultimi anni, dallo splafonamento ai tetti per impresa introdotti in fretta per decreto — verrà ridisegnato dopo il voto, da atti che il Parlamento non vota.
Il settore ha imparato a diffidare di questo schema. È nei decreti attuativi, non nell'articolato della riforma della legge cinema, che si decide chi prende cosa: lo si è visto con il riparto del fondo che ha lasciato fuori i produttori indipendenti e con il decreto sul tax credit firmato dal ministro Giuli. Non a caso il Coordinamento chiede di riequilibrare il sostegno strutturale alla produzione culturale — la ragion d'essere del Fondo, tutelata dal principio europeo di Eccezione Culturale — rispetto agli incentivi di natura industriale e occupazionale, che a loro giudizio dovrebbero attingere alle risorse di altri ministeri.
C'è infine un segnale che nessuno ha commentato: secondo IsICult la versione del testo elaborata il 6 agosto è già più prudente di quella approvata il 22 luglio, con un controllo ministeriale e finanziario più stretto sull'Agenzia e più materia rinviata a decisioni successive del Governo. Nei quindici giorni fra il voto in Commissione e quella revisione, insomma, l'autonomia che è la bandiera della riforma della legge cinema si è un po' ristretta.
Il Lido come aula: l'appuntamento del 4 settembre
L'assemblea sulla riforma della legge cinema si terrà venerdì 4 settembre alle 17.30 al Gazebo della Casa degli Autori, in via Pietro Buratti 1, all'interno delle Giornate degli Autori, la sezione autonoma che affianca la Mostra del Cinema, aperta il 2 settembre. Dopo i saluti del presidente Francesco Ranieri Martinotti interverranno Toni Biocca per AIDAC, Lorenzo d'Amico De Carvalho per 100autori, Giovanni Esposito per AIR3, Pivio per ACMF, Alessandro Rossetti per ANAC e Massimo Torre per WGI: un confronto pubblico aperto a tutte le categorie del settore.
Che il dibattito di merito sulla riforma della legge cinema si apra in un gazebo del Lido, e non in commissione, non è un vezzo di categoria: è il riflesso di un'agenda in cui il voto della Camera è atteso dal 9 settembre e in cui il testo dovrà poi comunque passare al Senato. Il tempo per correggere esiste ancora, ma è quello di una finestra, non di una discussione.
Il Coordinamento chiude il suo comunicato con un proverbio, ed è la sintesi più onesta del momento: "la gatta frettolosa fa i gattini ciechi". Una riforma della legge cinema condivisa da tutti i partiti resta la migliore notizia arrivata al settore da anni. Ma l'unanimità di luglio è stata costruita rinviando le domande difficili — quante risorse, decise da chi, con quali regole — e quelle domande, il 4 settembre al Lido, torneranno tutte insieme.


