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Cinema

Fondo cinema 2026: 75 mila posti a rischio, allarme settore

Fondo cinema 2026: dai 700 milioni del 2025 si scende a 606, con 150 milioni in meno e fino a 75 mila posti di lavoro a rischio secondo ANICA, APA e CNA.

Di Vincenzo Pollice

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Fondo cinema 2026: set di produzione italiano vuoto al tramonto, lavoratori dell'audiovisivo a rischio
Immagine generata con IA

Il fondo cinema 2026 è la frattura più profonda che il settore audiovisivo italiano abbia conosciuto nell'ultimo decennio. La dotazione annua, ferma a circa 700 milioni di euro negli ultimi quattro anni grazie al meccanismo dello «splafonamento», scenderà nel 2026 a 550 milioni di euro nelle proiezioni più ottimistiche, e a regime, dal 2027, si stabilizzerà attorno ai 500 milioni. La denuncia, lanciata in coro da ANICA, APA e CNA Cinema e Audiovisivo, parla di una crisi senza precedenti che mette a rischio fino a 75 mila posti di lavoro lungo l'intera filiera.

Il presidente di CNA Cinema e Audiovisivo, Gianluca Curti, è stato il primo a tradurre la riduzione contabile in cifra occupazionale: senza un confronto serio con il governo sui tempi del taglio, ha avvertito, «il rischio concreto è azzerare 70-75 mila posti di lavoro» tra i 2.400 fornitori che ruotano intorno alla produzione, dalle officine costumi alle imprese di doppiaggio, dai service di noleggio luci agli autisti di scena. Tuttavia, la cifra non riguarda solo le maestranze visibili sul set: include esercenti, distributori, tecnici di post-produzione e l'indotto territoriale dei comuni che ospitano produzioni nazionali.

Fondo cinema 2026, perché 150 milioni in meno spaventano la filiera

La traiettoria del fondo cinema 2026 nasce dalla manovra di bilancio approvata in autunno 2025. La bozza iniziale del Mef prevedeva tagli da 190 milioni per il prossimo anno e 240 milioni a regime dal 2027. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, a novembre 2025, aveva annunciato il recupero di 100 milioni di euro, attinti dai contributi automatici «inutilizzati» dal 2022. Inoltre, le tre associazioni di categoria avevano riconosciuto lo sforzo politico, ma definendo l'operazione una «partita di giro» contabile: quei fondi non sono nuove risorse, bensì spettanze già maturate dalle imprese di produzione e distribuzione.

Quindi, l'asticella reale per il 2026 si è spostata a 606 milioni di euro di sostegno pubblico complessivo, secondo i dati pubblicati dalla Direzione generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura. Ma rispetto ai 696 milioni effettivamente distribuiti nel 2025, il delta è di 90 milioni. E il colpo è ulteriormente accentuato dalla soppressione del meccanismo dello «splafonamento»: la prassi, in vigore dal 2021 al 2025, che ogni anno aggiungeva almeno 200 milioni oltre il tetto formale del fondo.

Fondo cinema 2026: set di produzione italiano vuoto al tramonto, lavoratori dell'audiovisivo a rischio
Un set di produzione fermo: l'immagine simbolo della stretta sul fondo cinema 2026. · Immagine generata con IA

I numeri del decreto di riparto: contributi automatici azzerati

Il decreto di riparto del fondo cinema 2026, pubblicato con i consueti ritardi cronici della macchina ministeriale, fotografa una redistribuzione interna che colpisce in modo asimmetrico le diverse voci di sostegno. I contributi selettivi, riservati alle opere prime e seconde, ai film d'autore e alle produzioni indipendenti, scendono da 91,5 a 41,7 milioni: un taglio del 54 per cento. I contributi automatici, ovvero le risorse calcolate sui risultati di mercato delle imprese, scompaiono del tutto, mentre nel 2025 valevano 37,6 milioni.

Infatti, il credito d'imposta all'esercizio, lo strumento che sosteneva l'ammodernamento delle sale cinematografiche già provate da pandemia e streaming, viene ridotto dell'80 per cento, da 25 a soli 5 milioni. Di conseguenza, le sale di provincia, già stritolate tra le piattaforme e i centri commerciali, rischiano di non avere più alcun argine pubblico. Tuttavia, il tax credit complessivo, voce dominante del sostegno alla produzione, sale di un modesto 4 per cento, raggiungendo i 441 milioni di euro. Il segno meno, dunque, non riguarda l'intero perimetro del fondo cinema 2026, ma colpisce con precisione chirurgica le voci più «autoriali».

ANICA, APA e CNA contro il governo: la guerra dei comunicati

«Non bastano le buone intenzioni per impedire una crisi strutturale del cinema e dell'audiovisivo italiano». La frase, contenuta in un comunicato congiunto di ANICA, APA e CNA Cinema e Audiovisivo, sintetizza la frattura aperta con il ministero. Le tre associazioni hanno apprezzato lo sforzo di Giuli e della sottosegretaria Lucia Borgonzoni per arginare il taglio, ma hanno chiarito che «resta urgente recuperare le risorse cancellate in Finanziaria». Inoltre, in un secondo passaggio, hanno definito «indispensabile» la tutela dei diritti acquisiti sui contributi automatici degli anni precedenti, «la cui eventuale violazione sarebbe gravissima».

Sul fronte politico, l'opposizione ha attaccato con durezza. La deputata Irene Manzi (Pd) ha parlato di «una vera falciata che mette a rischio la produzione, la distribuzione e l'intero ecosistema cinematografico italiano». I deputati Matteo Orfini (Pd) e Gaetano Amato (M5S) hanno definito l'operazione «una presa in giro», chiedendo l'annullamento dei tagli. Anche dall'interno del settore arrivano stoccate frontali: il produttore Aurelio De Laurentiis ha attaccato pubblicamente Giuli, ricordando come il ministero non disponga di una competenza differenziata per gestire risorse di questo peso.

Sala cinematografica italiana vuota con poltrone rosse: crisi delle sale e del credito d'imposta all'esercizio
Le sale di periferia sono le prime vittime della stretta: il credito d'imposta all'esercizio scende da 25 a 5 milioni. · Immagine generata con IA

Tax credit: il sorpasso del +138% alle produzioni straniere

La «madre di tutte le storture», come l'hanno definita produttori e analisti del settore, riguarda il tax credit. Il sostegno alle produzioni straniere che girano in Italia passa da 42 a 100 milioni di euro: un'esplosione del 138 per cento. Quello dedicato alle produzioni nazionali cresce solo del 21 per cento, da 60 a 80 milioni, mentre l'aliquota scende dal 40 al 30 per cento. Quindi, in proporzione, lo Stato premia chi viene da fuori a produrre nel Bel Paese e penalizza chi qui ha sede, dipendenti e supply chain. Perché?

La risposta del governo punta sull'attrazione di investimenti esteri e sulla competitività di Cinecittà con i grandi hub europei. Tuttavia, i produttori indipendenti, le piccole società di animazione, le case di documentari e i registi d'esordio dipendono integralmente dai contributi selettivi e automatici. Di conseguenza, il ribilanciamento del fondo cinema 2026 rischia di trasformare l'Italia in un service house per blockbuster anglosassoni, svuotandone progressivamente l'identità autoriale. Non a caso, il regista Dario Argento aveva già denunciato dal palco di Cannes Classics, lo scorso maggio, che «l'Italia ha un problema sul cinema, di interpretazioni, e soprattutto per la questione dei soldi» (vedi il nostro racconto della standing ovation a Sala Buñuel).

Attrezzatura cinematografica coperta da teli in un magazzino al tramonto: produzioni italiane ferme per i tagli al Fondo cinema
Le attrezzature delle case di produzione restano nei magazzini: una delle conseguenze del ridimensionamento del fondo cinema 2026. · Immagine generata con IA

La nuova legge cinema attesa entro l'estate

L'unico orizzonte di uscita dalla crisi resta la riforma della legge Franceschini, in discussione in Commissione Cultura alla Camera. Le fonti parlamentari, citate dall'esperto di politiche culturali Angelo Zaccone Teodosi (IsICult) sul Fatto Quotidiano del 29 maggio 2026, definiscono «realistica» la chance di chiudere la quadra entro l'estate. Tuttavia, le distanze fra Fratelli d'Italia, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Italia Viva restano «notevoli», soprattutto sui meccanismi di valutazione dei progetti e sui criteri di accesso al tax credit. Inoltre, la valutazione d'impatto della Legge Franceschini relativa al 2024, dovuta entro settembre 2025, resta «un oggetto misterioso» nei cassetti ministeriali.

Il fondo cinema 2026 si gioca così su un equilibrio fragilissimo: i 100 milioni «recuperati» da Giuli sono, secondo le associazioni, un cerotto su una ferita aperta. La saldatura europea della protesta è già scattata lo scorso 8 maggio, quando oltre 4.700 cineasti europei hanno firmato una lettera aperta in difesa del Programma Media, denunciando proprio i tagli ai fondi nazionali come la prima crepa di una crisi continentale. Infine, sul fronte sindacale, il movimento Controdavid – nato durante la cerimonia dei David di Donatello 2026 e ribattezzato #Siamoaititolidicoda – ha già minacciato di «fermare i set» se entro l'estate non arriverà un piano industriale serio. Per approfondire l'agenda culturale del Paese resta utile la nostra sezione Cinema, che segue in tempo reale produzioni, festival e politiche pubbliche.

I prossimi appuntamenti decisivi sono fissati: a giugno il Cinema Ritrovato di Bologna porta in piazza il dibattito sul restauro come patrimonio pubblico, mentre il Milano Film Fest dal 4 al 9 giugno apre con la giuria di Valeria Bruni Tedeschi. Tuttavia, senza una correzione di rotta sul fondo cinema 2026, il rischio è che a settembre, quando il settore tornerà operativo, l'allarme dei 75 mila posti di lavoro si trasformi nel primo licenziamento di massa della filiera audiovisiva italiana del dopoguerra. La risposta del Parlamento, attesa entro luglio, dirà se la promessa della riforma è un'apertura reale o l'ennesimo rinvio.

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