Decreto cinema audiovisivo Giuli: 138 milioni sbloccati
Il decreto cinema audiovisivo Giuli del 19 giugno 2026 sblocca 138 milioni di contributi automatici per le annualita 2022-2025 e ridisegna il tax credit con tetti per impresa, riduzione delle aliquote massime e fine dello splafonamento.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Il decreto cinema audiovisivo Giuli è arrivato il 19 giugno 2026 e si presenta come la mossa più pesante del ministro della Cultura sul settore da quando si è insediato. Due provvedimenti firmati lo stesso giorno: uno sui contributi automatici, l'altro — interministeriale, ancora in attesa della controfirma del MEF — sul tax credit. La comunicazione ANSA arriva nelle stesse ore in cui Cinecittà attende risposte sul perimetro effettivo dei fondi 2026.
La cifra che sblocca lo stallo è netta: oltre 138 milioni di euro per i contributi automatici delle annualità 2022-2025, fermi da oltre tre anni e ora messi a disposizione delle imprese di produzione. A questa si aggiunge il fondo 2026 da 210 milioni di euro complessivi dedicato al tax credit, ripartito fra produzione cinematografica e opere televisive o web.
Decreto cinema audiovisivo Giuli: cosa cambia per i contributi automatici
Il primo provvedimento aggiorna il DM 15 luglio 2021, n. 251, l'architrave del sistema di sostegno automatico che premia le imprese in base ai risultati economici, artistici e culturali delle opere precedenti. La revisione non è cosmetica. Il comunicato del Ministero della Cultura elenca cinque interventi che ridisegnano i meccanismi di accesso: obbligo di certificazione dei costi e dei ricavi delle opere, rafforzamento dei controlli, semplificazione delle procedure valutative, revisione dei parametri del sistema dei punteggi e aggiornamento della disciplina delle coproduzioni internazionali.
Tuttavia, il dettaglio politicamente più sensibile è un altro: l'incremento dei punteggi riservato alle cosiddette opere difficili. Una categoria — film d'autore, opere prime, formati che faticano a trovare pubblico — su cui da mesi premevano produttori indipendenti e associazioni di categoria, dopo i tagli che avevano azzerato lo stanziamento automatico nella ripartizione di marzo (-37,6 milioni rispetto al 2025).
Tax credit: aliquote più basse, tetti per impresa, fine dello splafonamento
La parte più dolorosa per l'industria è nel secondo decreto. Il decreto cinema audiovisivo Giuli riduce le aliquote massime del credito d'imposta, abbassa i limiti per singola opera e introduce — novità assoluta — tetti massimi di credito calcolati su ogni singola impresa. Cade lo splafonamento, il meccanismo che fino al 2025 consentiva alle case di produzione di superare il tetto annuale aggregando crediti maturati su opere diverse. Era il dispositivo che aveva fatto lievitare il monte tax credit oltre i 600 milioni teorici.
La logica dichiarata è la stessa che il ministero ripete dall'autunno: contenere la spesa pubblica e introdurre un principio di concorrenza fra imprese, evitando la concentrazione del credito su pochi player. Quella reale, denunciata dai produttori già a maggio quando il fondo cinema 2026 aveva perso 150 milioni rispetto al perimetro storico, è una contrazione strutturale che riporta la dote complessiva sotto la soglia psicologica del miliardo.
Il contesto: 685 milioni sbloccati a maggio, ma il settore resta in apnea
I numeri di giugno arrivano dopo una primavera di accelerazioni burocratiche rivendicate dalla sottosegretaria Lucia Borgonzoni. La DGCA aveva annunciato il 16 giugno lo sblocco di 684.906.227,11 euro fra gennaio e maggio 2026, distribuiti attraverso 1.464 provvedimenti: 822 autorizzazioni, 642 concessioni, 129 procedure di coproduzione internazionale, 626 riconoscimenti di nazionalità italiana, 807 classificazioni complessive. Numeri che documentano un'amministrazione che si muove, ma non risolvono la questione del perimetro complessivo.

Perché il problema, infatti, non è solo quanto si sblocca oggi, ma quanto si stanzierà a regime. La legge di bilancio 2026 ha disegnato un sentiero discendente — 606 milioni nel 2026, 500 a regime dal 2027 — che il decreto sui contributi e quello sul tax credit non modificano. Il ministero distribuisce diversamente una somma che resta più piccola di un terzo rispetto al picco con splafonamento.
Decreto cinema audiovisivo Giuli: la posta industriale di una riforma silenziosa
Le tessere si incastrano in un disegno coerente con la linea seguita dal MiC nell'ultimo anno. Da una parte la riduzione delle aliquote tax credit per le produzioni nazionali, scese dal 40 al 30%, e dall'altra l'incremento del 138% riservato alle produzioni straniere che girano in Italia. Dall'altra ancora il nuovo sistema di punteggi automatici che, sulla carta, premia i film più fragili economicamente.
La filiera ha ricevuto il messaggio. Sindacati e associazioni — CNA Cinema e Audiovisivo, ANICA, APA — avevano stimato a maggio fino a 75 mila posti di lavoro a rischio nella filiera tecnica e creativa, da Cinecittà alle service luci, dai doppiatori ai laboratori di post-produzione. Il decreto cinema audiovisivo Giuli non risponde a quelle stime ma cambia le regole con cui le imprese dovranno organizzarsi per restare in piedi: meno credito d'imposta, più obblighi documentali, più chiarezza sui parametri, più tutela teorica per le opere difficili.

Il segnale politico: trasparenza come bandiera
Nel comunicato ministeriale, Alessandro Giuli rivendica una linea: «Con questi interventi il Ministero della Cultura prosegue il percorso di modernizzazione degli strumenti di sostegno al cinema e all'audiovisivo, favorendo la competitività delle imprese, la qualità delle opere, la trasparenza nell'utilizzo dei fondi pubblici». Tradotto: dopo l'inchiesta su otto film con fondi pubblici sotto indagine nel febbraio 2025 e i mesi di polemiche su splafonamenti ed effetti distorsivi, il MiC sceglie il vessillo della trasparenza per ricucire la frattura politica con l'industria.
La domanda che resta aperta è se la promessa di efficienza basterà a sostituire la dotazione che manca. Infine, il decreto sul tax credit aspetta ancora la controfirma del MEF: l'ultimo miglio politico dove negli scorsi mesi si è giocata buona parte della partita. Senza quella firma, il provvedimento non produrrà effetti operativi e l'accelerazione registrata in sala nel mese di maggio rischierà di non tradursi in una stagione produttiva alla pari.


