Piracy Shield: per il cinema la tutela dura 28 giorni
Piracy Shield blocca i siti pirata in trenta minuti, ma per un film la tutela dura soltanto ventotto giorni. La delibera AGCOM, i numeri delle relazioni annuali al Parlamento e lo studio FAPAV/Ipsos spiegano perché al MIA si è parlato di offerta legale.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

«La promozione dell'offerta legale è un elemento strategico nel contrasto allo sfruttamento illecito, accanto agli strumenti di enforcement, policy e comunicazione. Su questo occorre fare sistema». La frase è di Federico Bagnoli Rossi, presidente della FAPAV, e l'ha pronunciata venerdì 23 ottobre al Westin Excelsior di Roma, nella giornata di chiusura del MIA. Letta di sfuggita sembra una formula di cortesia da convegno. Non lo è. Il motivo sta in una definizione tecnica nascosta a pagina 33 di una delibera dell'AGCOM: Piracy Shield, la piattaforma che spegne in trenta minuti i siti pirata, per un film smette di valere il ventinovesimo giorno.
Il perimetro di Piracy Shield è stato allargato con la delibera 209/25/CONS, firmata il 30 luglio 2025 e pubblicata il 5 agosto. Tutti i titoli di allora raccontarono la stessa cosa: dopo il calcio, finalmente anche il cinema. Quello che nessuno ha letto è per quanto tempo.
Piracy Shield e il ventottesimo giorno
La legge antipirateria del 2023 costruisce la procedura d'urgenza attorno a un'idea sola: la diretta. Un gol vale finché si gioca, quindi il blocco deve arrivare in trenta minuti. Estendere Piracy Shield a un'opera registrata obbligava l'Autorità a decidere quanto dura la «diretta» di un film, e la delibera lo fa in una riga: per prima visione «si intende il periodo intercorrente tra il primo e il ventottesimo giorno di messa a disposizione del contenuto audiovisivo».
Quattro settimane dall'uscita in sala o dalla prima pubblicazione, dunque, e la scelta è esplicitamente di mercato: l'AGCOM scrive di aver fissato quel «timing» accogliendo le osservazioni dei rispondenti alla consultazione, uno dei quali aveva portato in dote proprio i dati Cinetel e i dati consolidati Auditel — le stesse rilevazioni su cui si misura ogni anno la tenuta della sala italiana. Il termine, inoltre, non si presume: chi presenta istanza «è tenuto a documentare la tempistica di messa a disposizione del pubblico del contenuto oggetto di tutela».
Dentro lo stesso provvedimento, però, le serie televisive hanno ottenuto da Piracy Shield molto di più. Per una serie la tutela copre «il titolo nella sua interezza», tutte le stagioni comprese, fino al ventottesimo giorno dall'ultimo episodio: una serie con cinque stagioni resta quindi nella corsia veloce per mesi, un film per quattro settimane. L'estensione «a film e serie tv» annunciata nell'agosto 2025 non ha trattato i due contenuti allo stesso modo, e il meno protetto è quello che dà il nome al settore.

I blocchi raddoppiano, i segnalatori no
I numeri dell'Autorità dicono che Piracy Shield, intanto, gira. Nella Relazione annuale 2026 al Parlamento, riferita al periodo tra il 1° aprile 2025 e il 31 marzo 2026, l'AGCOM conta 30 ordini cautelari e 50.990 FQDN e 6.657 indirizzi IP bloccati. Dodici mesi prima erano 12 ordini, 28.041 domini e 6.104 indirizzi IP, e riguardavano esclusivamente «eventi sportivi trasmessi in diretta». I nomi a dominio spenti sono quasi raddoppiati; gli ordini sono due volte e mezzo.
C'è di più, ed è il dato che ribalta la lettura pessimista: nell'ultimo anno «l'incidenza delle segnalazioni riguardanti contenuti audiovisivi trasmessi in diretta, diversi da quelli sportivi, è stata pari a circa il 30%». Considerando che la delibera è entrata in vigore ad agosto, quel 30% è stato costruito in otto mesi su dodici. Il cinema, quando usa la corsia veloce, la riempie in fretta.
Il punto è quanti siano a poter usare Piracy Shield. Nella stessa pagina l'Autorità annota che i soggetti accreditati alla piattaforma sono 359 e che le richieste di accreditamento arrivano «in larga misura da Internet Service Provider, mentre non si rileva un aumento significativo di richieste da parte dei segnalatori». È la seconda volta consecutiva: nella Relazione 2025 gli accreditati erano 330 e le domande erano «quasi tutte da parte di Internet Service Provider e una da parte di un segnalatore». Una.
Gli ISP, però, su Piracy Shield non segnalano: eseguono. Sono la parte che riceve l'ordine e che entro trenta minuti deve oscurare. La crescita di Piracy Shield — ventinove accreditati in più in un anno — è quindi avvenuta sul lato di chi subisce i blocchi, non su quello di chi li chiede. Quanti siano questi ultimi lo ha detto in pubblico il presidente dell'AGCOM Giacomo Lasorella a un convegno dell'Università Napoli Parthenope del 16 ottobre 2025: i titolari dei diritti che avevano inviato le 66.370 segnalazioni accumulate dal febbraio 2024 erano «sei in totale».

Il contenuto più piratato è quello meno coperto
Qui i conti smettono di tornare, e a non farli tornare sono i dati della stessa FAPAV. Lo studio FAPAV/Ipsos Doxa presentato a Roma il 23 giugno 2026 misura quali contenuti gli italiani piratano di più: i film restano in testa con il 28%, seguiti da serie e fiction al 23%, programmi televisivi al 19% e sport live al 14%. Lo sport è l'ultimo della lista, ed è l'unico in calo per la prima volta dal 2021, dal 15% al 14%.
Il risultato è una sproporzione che nessuno ha messo in fila: il contenuto più piratato d'Italia dispone di ventotto giorni di tutela d'urgenza, quello meno piratato ne dispone sempre, perché è sempre in diretta. E infatti sette segnalazioni su dieci restano sportive.
Il danno complessivo stimato dallo studio è di 2,3 miliardi di euro di fatturato perso, 902 milioni di PIL, 408 milioni di mancate entrate fiscali e 11.100 posti di lavoro persi o mai creati — cifre che si sommano a un sistema di incentivi già sotto tensione. La pirateria, va detto, arretra: l'incidenza scende al 37% della popolazione, circa 20 milioni di persone, quattro punti in meno del 2024 e sette del 2023, con 290,6 milioni di atti stimati.
Perché «offerta legale» non è una parola di circostanza
Che cosa abbia prodotto quell'arretramento lo dice la ricerca, e non è il blocco. Il 71% degli adulti sa che esiste una legge antipirateria e il 62% la considera efficace; a smettere, nell'ultimo anno, è stato soprattutto chi è stato raggiunto dalle informazioni sulla stretta sanzionatoria. Il 70% ritiene efficace Piracy Shield, ma è una percezione, e sale al 77% proprio fra chi pirata lo sport: cioè fra gli unici che il blocco lo incontrano davvero.
«La sola deterrenza tecnologica non può bastare — ha commentato il presidente di Ipsos Doxa Italia Nando Pagnoncelli —. La sfida è culturale». Letta accanto alla delibera, la frase diventa una constatazione operativa: per ventotto giorni il cinema ha uno scudo, dal ventinovesimo ha soltanto l'offerta legale e la procedura ordinaria, quella che nelle statistiche dell'Autorità viaggia su 352 istanze e 121 procedimenti l'anno e si conta in giorni, non in minuti.
Sul fronte dell'enforcement il risultato più pesante dell'anno resta la sanzione da 14,2 milioni di euro inflitta a Cloudflare con la delibera 333/25/CONS, pari all'1% del fatturato della società, per non aver ottemperato all'ordine di disabilitare la risoluzione DNS dei domini segnalati: un provvedimento tuttora impugnato. Nel frattempo la FAPAV ha ottenuto, il 13 febbraio 2026, la qualifica di «segnalatore attendibile» ai sensi del Digital Services Act con la delibera 18/26/CONS — uno strumento diverso, che vale sulle piattaforme online e non sulla corsia dei trenta minuti.
Venerdì, al MIA, attorno al tavolo c'erano Sky, RaiPlay, Mediaset, Chili, Univideo e Cattleya. Chiedere di «fare sistema» sull'offerta legale, davanti a quella platea, non era un auspicio generico: era l'unica leva disponibile per i trecentotrentasette giorni dell'anno in cui Piracy Shield, per un film italiano, non si può accendere.


