Dividendo straordinario Eni: 461 milioni allo Stato
Il dividendo straordinario di 0,46 euro per azione deliberato da Eni non è una sorpresa: è una clausola del piano di marzo che scatta quando il margine di raffinazione supera del 50% il budget. Nel terzo trimestre lo ha superato di quasi cinque volte. Allo Stato tornano 461 milioni.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Il consiglio di amministrazione di Eni, riunito il 22 ottobre sotto la presidenza di Giuseppina Di Foggia, ha approvato un dividendo straordinario di 0,46 euro per azione — circa 1,3 miliardi — in pagamento il 9 dicembre. Il giorno dopo i titoli raccontavano una sorpresa: utile netto adjusted del terzo trimestre a 2,8 miliardi, più 125% sul 2025, azione in rialzo del 5,8% a 27,65 euro. Ma quel dividendo straordinario non è una sorpresa e non è una scelta discrezionale. È una clausola che si è chiusa da sé, scritta sette mesi prima, con una soglia numerica pubblicata da Eni stessa e superata dal mercato di tre volte.
La cifra, del resto, parla da sola. L'acconto ordinario che gli azionisti incasseranno il 25 novembre è di 0,27 euro: il dividendo straordinario di dicembre vale una volta e sette quella rata, e il 42% dell'intero dividendo ordinario dell'anno.
Il dividendo straordinario era già scritto nel piano di marzo
Il 19 marzo 2026, presentando il Piano 2026-2030 alla comunità finanziaria, Eni ha alzato il proprio obiettivo di distribuzione al 35-45% del flusso di cassa operativo (prima era 35-40%), ha proposto un dividendo 2026 di 1,10 euro e ha fissato il riacquisto di azioni proprie a 1,5 miliardi. Nello stesso documento ha però introdotto un elemento nuovo, e lo ha scritto in due righe: «nel caso in cui il prezzo medio del Brent per l'anno superi i 90 dollari al barile, o se i prezzi del gas o i margini di raffinazione superino del 50% lo scenario di budget di Eni, la Società destinerà l'intero flusso di cassa incrementale a un dividendo straordinario, da corrispondere agli azionisti nell'ultimo trimestre dell'anno».
Tre mesi fa, inoltre, la società ha fatto di più che ricordare la regola: ne ha pubblicato l'aritmetica e la data. Nel comunicato del 29 luglio sui conti del secondo trimestre si legge che, «alla luce dello scenario di raffinazione significativamente aggiornato (14 dollari al barile contro 6 del budget)», e a condizione che il livello si mantenga «almeno a 9 dollari al barile rispetto ai 6 del budget», «nel mese di ottobre si deciderà sull'attivazione del dividendo straordinario». Seguiva la sensitività unitaria: un dollaro di margine di raffinazione vale 0,08 miliardi di flusso di cassa.
Quindi la decisione del 22 ottobre aveva già un mese di calendario, una soglia e un coefficiente. Nessuna testata li ha messi in fila.
Sei dollari di budget, ventotto di margine reale
La soglia che ha fatto scattare il dividendo straordinario è un numero preciso, e riguarda una sola voce del conto economico. Il margine di raffinazione è l'indicatore che Eni calcola per sé, lo Standard Eni Refining Margin. Il budget 2026 lo collocava a 6 dollari al barile. La soglia che fa scattare la clausola, cioè il 50% in più, stava a 9. Lo scenario di riferimento dell'anno è invece stato rivisto tre volte: 8 dollari ad aprile, 14 a luglio, 18 a ottobre. Tre volte il budget, contro un grilletto fissato a una volta e mezza.
I numeri effettivi sono ancora più ripidi. Il margine è stato 10,1 dollari nel primo trimestre, 8,3 nel secondo e 28,1 nel terzo, contro 8,9 dollari nel terzo trimestre 2025: tre volte e due decimi in un anno, tre volte e quattro decimi rispetto al trimestre precedente, quattro volte e sette il valore di budget. Nei nove mesi la media è 15,5 dollari contro 5,8.
La spiegazione la dà il comunicato del terzo trimestre, e conviene leggerla per intero: l'aumento è dovuto «ai più favorevoli crack spread sui distillati medi, che riflettono la persistente indisponibilità di prodotto a seguito delle interruzioni dei flussi dal Medio Oriente e delle fermate degli impianti, in un contesto di chiusura delle raffinerie nel bacino atlantico». Tradotto: la scarsità di gasolio che ha spinto i prezzi alla pompa è la stessa scarsità che ha moltiplicato il margine di chi il gasolio lo raffina. Il risultato industriale segue: la raffinazione ha prodotto un utile operativo proforma adjusted di 727 milioni nel trimestre contro 135 dell'anno prima (più 439%), dopo gli 80 milioni del secondo trimestre; nei nove mesi 793 milioni contro 35.
Applicando la sensitività pubblicata da Eni — 0,08 miliardi per ogni dollaro — i dodici dollari che separano il budget (6) dallo scenario finale (18) valgono 0,96 miliardi: circa tre quarti del dividendo straordinario deliberato. È un calcolo nostro, e va detto con i suoi limiti: Eni non scompone l'1,3 miliardi per fattore, e il prezzo del gas di budget non è mai stato pubblicato, cosicché la raffinazione resta l'unica gamba verificabile dall'inizio alla fine. Va anche annotato che la clausola è formulata in modi diversi nei tre documenti: a marzo e a luglio le condizioni sono alternative («o»), nella nota del comunicato di ottobre diventano congiunte («e»).
Sul resto dello scenario nessun dubbio: Brent dated a 97,00 dollari nel trimestre contro 69,07 (più 40%), gas TTF a 63 euro per megawattora contro 32 (più 95%), PSV italiano a 66 contro 36.
Il tetto ai prezzi segue le accise, non il margine
Qui arriva il punto che la cronaca del 23 ottobre ha trattato come una notizia separata, pubblicata in altre pagine da quasi tutti. Nella stessa giornata in cui annunciava il dividendo straordinario, Claudio Descalzi ha confermato che il tetto ai prezzi dei carburanti proseguirà fino alla fine dell'anno. Due annunci, una sola conferenza, nessun incrocio.
Il price cap era nato il 25 settembre ed era entrato in vigore il 28, a 2,19 euro al litro sul gasolio e 1,99 sulla benzina. Eni aveva precisato dal primo giorno che il limite era «correlato all'agevolazione fiscale sulle accise in vigore». Quell'agevolazione è finita il 5 ottobre: il 6 ottobre la soglia sul gasolio è salita di sei centesimi, a 2,25 euro, esattamente quanto l'imposta restituita allo Stato. Il tetto, cioè, è indicizzato allo sconto fiscale. Quando il margine di raffinazione è triplicato, invece, non si è mosso di un centesimo.

C'è di più, e lo dice Eni. Dopo il rialzo del 6 ottobre la società ha riportato il prezzo consigliato del diesel a 2,21 e poi, il 9 ottobre, a 2,19, «anche se il price cap resta di 2,25». La nota aziendale spiega la logica senza giri di parole: Eni applica «una politica commerciale responsabile, compatibile con l'andamento delle quotazioni internazionali», e «il price cap in vigore avrà la funzione di contenere eventuali livelli di picco». Il tetto non è dunque uno sconto: è un paracadute sospeso sopra il mercato. E da metà ottobre Eni vende sotto il proprio tetto.
Infatti il 23 ottobre, secondo l'osservatorio del Mimit, il gasolio sulla rete stradale costava in media 2,260 euro al litro e la benzina 2,022: la soglia sul diesel sta un centesimo sotto la media nazionale, quella sulla benzina poco più di tre. Al debutto, il 28 settembre, la distanza era di quasi diciassette centesimi su entrambi i prodotti. Quanto di quel riavvicinamento sia merito del tetto, che spinge in basso la media dei circa 4.000 distributori della rete, e quanto sia il tetto a essere stato alzato, i dati pubblici non permettono di stabilirlo. Si sa però che ciò che è stato prorogato è il meccanismo e non il livello: «Confermiamo che manterremo il concetto di price cap fino a fine anno», ha comunicato la società, riservandosi di rivedere le soglie in base al mercato, ai prezzi e «alle forniture effettivamente disponibili rispetto alla capacità della propria struttura logistica».
Quanto costa, questo tetto? La risposta l'ha data in conference call Francesco Gattei, chief transition & financial officer: «alcune centinaia di milioni in un trimestre». Da confrontare con i 2,8 miliardi di utile adjusted dello stesso trimestre e con il dividendo straordinario che esce a dicembre. Nel frattempo la pressione sul governo non si allenta: i ristori agli autotrasportatori sono partiti il 20 ottobre, come abbiamo raccontato, e lunedì i tassisti manifestano al Ministero dell'Economia contro il caro carburante.
Allo Stato 461 milioni di dividendo straordinario
La pagina dell'azionariato di Eni è esplicita: «Il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha il controllo di fatto in Eni SpA». Il Mef detiene direttamente 65.586.402 azioni (2,17%), Cassa depositi e prestiti 936.179.478 (30,92%), per un totale di 1.001.765.880 titoli, il 33,09% del capitale ordinario.
Il conto è immediato: 1.001.765.880 azioni per 0,46 euro fanno 460,8 milioni di euro che tornano al Tesoro e alla sua cassaforte. E la quota è perfino superiore al 33,09%, perché le 172.086.219 azioni proprie accumulate dal riacquisto — il 5,68% del capitale al 16 ottobre — non incassano cedole: sul dividendo straordinario effettivamente distribuito la presa pubblica sfiora il 35%.
Il 9 ottobre, mentre decideva se intervenire sui carburanti, Giorgia Meloni quantificava la disponibilità del governo: 160 milioni. «Ci stiamo interrogando se sia più efficace spenderli in questo momento», disse, «o tenerle come provvista. Dipende anche dalla tenuta del cap». Due settimane dopo, la società che quel cap lo tiene distribuisce un dividendo straordinario da 1,3 miliardi, e la sola fetta che rientra nelle casse pubbliche vale quasi tre volte il pacchetto su cui l'esecutivo stava ancora riflettendo.
Le opposizioni hanno colto il contrasto. «Mentre le famiglie pagano bollette e carburanti a prezzi insostenibili, gli azionisti riceveranno a dicembre un dividendo straordinario», ha dichiarato il deputato di Avs Angelo Bonelli: «questi profitti nascono dalla crisi energetica e dall'aumento del prezzo del petrolio», ma «mentre l'Italia diventa più povera, il governo Meloni consente l'arricchimento delle società energetiche ai danni degli italiani». Pd e Movimento 5 Stelle chiedono di tassare di più il settore; per Santillo (M5S) la tassa sugli extraprofitti è «sacrosanta». La maggioranza però tiene la linea: nella manovra 2027 da 23,5 miliardi i 5 miliardi aggiuntivi arrivano da banche e assicurazioni, e Antonio Tajani ha ripetuto il 16 ottobre che Forza Italia non voterà «mai» un prelievo sugli extraprofitti, pur chiedendo quattro giorni dopo un contributo «da tutta la finanza, anche da Cdp». Il paradosso si chiude lì: la tassa che Bruxelles ha rimesso a Roma resta ferma, e lo Stato incassa da Eni come azionista quello che rinuncia a chiedere come fisco.
Il debito ai minimi storici arriva dal deconsolidamento
Nel comunicato la giustificazione del dividendo straordinario e del riacquisto di azioni è il bilancio: «con un gearing ai minimi storici, aumentiamo ulteriormente la distribuzione». Il rapporto proforma è al 9%, sotto il limite inferiore della forchetta 10-15% del piano, e l'indebitamento finanziario netto è scivolato da 9.528 milioni di fine 2025 a 6.702 di fine settembre, meno 2.826 milioni.

Però il miglioramento non viene dalla cassa. Lo stesso comunicato scrive che «l'operazione di deconsolidamento di Plenitude ha comportato un beneficio sulla posizione finanziaria netta del bilancio consolidato di circa 2,75 miliardi»: con efficacia 30 settembre, un aumento di capitale non proporzionale da 1,56 miliardi sottoscritto con Ares ha diluito Eni dal 70% al 65% e portato la società fuori dal perimetro. Il resto del ponte si annulla da solo: in entrata 11,63 miliardi di flusso di cassa operativo adjusted, 1,75 della monetizzazione di un portafoglio di infrastrutture upstream e 0,99 di un bond ibrido, pari a 14,37; in uscita 5,06 di investimenti organici, 1,4 di circolante, 4,30 fra dividendi e riacquisto di azioni, 1,3 di leasing e cedole ibride, 1,3 di acquisizioni e 1 di altre voci, pari a 14,36. Praticamente pari. La riduzione del debito che autorizza il dividendo straordinario è, quasi per intero, un cambio di perimetro contabile.
Otto miliardi distribuiti, meno di quattro e mezzo investiti
Il dividendo straordinario, d'altra parte, è solo una delle tre voci della distribuzione. Alla comunità finanziaria, in inglese, Gattei ha detto il totale che i comunicati italiani non hanno ripreso: il dividendo in contanti dell'anno sale a 4,4 miliardi, «il livello più alto nella storia di Eni», e la distribuzione complessiva arriva a 8,2 miliardi, il 50% del flusso di cassa operativo, con un rendimento sopra l'11%. Il piano di marzo fissava la forchetta al 35-45%: il consuntivo la supera di cinque punti.
Il riacquisto di azioni proprie sale a 3,8 miliardi, due volte e mezza la previsione iniziale e il 95% del massimo di 4 miliardi autorizzato dall'assemblea del 6 maggio; al 16 ottobre erano state comprate 85.258.112 azioni per 1,95 miliardi, a una media di circa 22,9 euro contro i 27,65 della chiusura di venerdì. Sul fronte opposto gli investimenti scendono: capex organici a 5,06 miliardi nei nove mesi (meno 14%), 1,345 nel solo terzo trimestre (meno 32%), con la previsione di investimenti netti annui tagliata sotto i 4,5 miliardi. Eni restituisce agli azionisti quasi il doppio di quanto investe al netto delle cessioni.
Resta un dettaglio che riguarda i prossimi mesi. La mattina del 23 ottobre il Brent viaggiava a 113,94 dollari, diciotto sopra i 95 dello scenario aggiornato, e il greggio americano ha chiuso in rialzo del 3,82%. Se quei livelli tengono, la stessa clausola è destinata a produrre un altro dividendo straordinario, e la prossima verifica cadrà nel trimestre in cui il Parlamento vota la legge di bilancio. Il tetto alla pompa, intanto, continuerà a seguire le accise.


