Tassa sugli extraprofitti: Bruxelles rimette tutto a Roma
Lo sconto sulle accise del gasolio scade il 26 agosto e vale 20,8 milioni. Nello stesso periodo otto major del petrolio hanno realizzato 7,5 miliardi di profitti in eccesso in Europa. Bruxelles ha chiarito che la tassa sugli extraprofitti spetta ai singoli Stati: la scelta, ora, è tutta italiana.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Lo sconto di 17 centesimi sulle accise del gasolio scade mercoledì 26 agosto e il governo non ha ancora deciso che cosa fare il giorno dopo. Nel frattempo la tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere è diventata il vero terreno di scontro della politica economica italiana, dentro e fuori la maggioranza. Il motivo è una cifra: 7,5 miliardi di euro di profitti in eccesso realizzati in Europa da otto grandi società del petrolio nei primi sei mesi del 2026.
A quella cifra il governo ha risposto finora con una proroga di 48 ore da 20,8 milioni di euro. È la sproporzione fra questi due numeri, più che il prezzo alla pompa, a spiegare perché il dibattito si sia spostato di colpo dalle accise alla tassa sugli extraprofitti. Inoltre, il 24 agosto la Commissione europea ha chiarito la propria posizione — e lo ha fatto in un modo che la lettura corrente in Italia tende a capovolgere.
Tassa sugli extraprofitti: che cosa ha detto davvero Bruxelles
«La tassazione degli extraprofitti è di competenza dei Paesi membri», ha spiegato una portavoce della Commissione. I Ventisette, ha ricordato l'esecutivo di Ursula von der Leyen, «possono già avvalersi dei propri poteri fiscali nazionali» e, se lo desiderano, tassare gli extraprofitti nel rispetto del diritto europeo. Bruxelles offrirà «assistenza e buone prassi» e vigilerà sugli effetti nel mercato unico.
Tradotto: non esiste un veto europeo alla tassa sugli extraprofitti. Esiste il rifiuto di costruirne una comune. La distinzione non è formale, perché ribalta la responsabilità politica. La richiesta di una tassa sugli extraprofitti coordinata era stata sottoscritta da sei Paesi — Italia, Germania, Austria, Portogallo, Spagna e, negli ultimi giorni, Polonia — che puntavano a portarla all'Ecofin di settembre. La risposta di Bruxelles è la stessa già data ad aprile, nel solco del piano AccelerateEU contro il caro energia.
Quindi la scelta sulla tassa sugli extraprofitti torna interamente a Roma. E lì si ferma, perché su questo punto la maggioranza non ha una linea comune.
Lo studio T&E: 7,5 miliardi in sei mesi
La quantificazione che alimenta la richiesta di una tassa sugli extraprofitti arriva da Transport & Environment, la federazione europea che riunisce le organizzazioni non governative per il trasporto sostenibile. Lo studio misura i profitti in eccesso di otto compagnie — Shell, BP, TotalEnergies, Eni, Orlen, Repsol, Omv e Moeve — dopo lo scoppio del conflitto fra Stati Uniti e Iran del 28 febbraio 2026.
Su scala globale il totale è di circa 17,9 miliardi di euro: 3,7 miliardi nel primo trimestre e 14,2 nel secondo. La quota attribuibile all'Unione europea è di 7,495 miliardi, pari al 42% del totale mondiale. Di questi, 1,6 miliardi sono maturati nel primo trimestre, che comprendeva un solo mese di guerra, e 5,9 nel secondo, il primo interamente bellico. Sono i numeri su cui si regge l'intera discussione europea attorno alla tassa sugli extraprofitti.
Sei società su otto — BP, Shell, Eni, Orlen, Repsol e Omv — hanno più che raddoppiato gli utili europei del secondo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2025. In testa c'è la polacca Orlen con 2,075 miliardi; Eni si ferma a 551 milioni. Non a caso la Polonia è il Paese dove i profitti in eccesso risultano più alti, seguita da Spagna, Germania e Francia.
Un dettaglio metodologico conta più di quanto sembri. Poiché le compagnie possono spostare gli utili fra giurisdizioni, T&E non guarda a dove il profitto viene contabilizzato: usa la rendicontazione Paese per Paese dei ricavi per riallocare l'utile di gruppo all'Unione. È esattamente l'obiezione tecnica che di norma viene sollevata contro qualunque tassa sugli extraprofitti nazionale, e qui viene affrontata a monte.

Perché la maggioranza si divide sulla tassa sugli extraprofitti
Il muro più solido è quello di Forza Italia. Per Antonio Tajani l'extraprofitto «non esiste in diritto» ed è un concetto «caro alla sinistra», figlio di una cultura «anti-industriale, anti-impresa, contro il mercato». Il vicepremier non chiude però alla sostanza: «Si può fare tutto», purché sia «sempre concordato». Il modello è quello già seguito con banche e assicurazioni, e il riferimento è esplicito a Eni e a Claudio Descalzi, «non certamente contrario a trovare delle soluzioni». Cambia la via, dunque, non necessariamente il conto da presentare ai big dell'energia: un contributo negoziato al posto di una tassa sugli extraprofitti imposta per legge.
Dal lato opposto della maggioranza, Matteo Salvini spinge verso una tassa sugli extraprofitti vera e propria. Al Meeting di Rimini, in un'intervista a ilSussidiario.net, il leader della Lega si è detto «contento» che anche Elly Schlein abbia chiesto di intervenire sugli extraprofitti delle società energetiche: «Banche, assicurazioni, energetici e petroliferi stanno guadagnando. Non sono per l'esproprio proletario, ma in un momento come questo occorre chiedere un contributo a chi può darlo».
Salvini ha aggiunto una richiesta più grossa: uno scostamento di bilancio di almeno 20 miliardi per la manovra, «non occorre l'ok di Bruxelles ma una scelta nazionale». Da ministro delle Infrastrutture dice di averne bisogno di 6 o 7 solo per compensare l'aumento dei prezzi dei materiali sugli appalti già assegnati, altrimenti a settembre rischia «il fermo di diversi grandi cantieri». Sul fronte bancario cita Unicredit e Intesa, 54 miliardi di utili in tre anni, e il precedente spagnolo: partendo dal 5% si porterebbero a casa «almeno 2 miliardi l'anno». È la stessa logica che il vicepremier applica alla tassa sugli extraprofitti dei petrolieri.
All'opposizione, Schlein chiede al governo di «smetterla con le soluzioni tampone come la ridicola proroga di 48 ore» e di avere «il coraggio di tassare gli extraprofitti delle grandi società energetiche»: per il Pd la tassa sugli extraprofitti è ormai l'unica misura strutturale sul tavolo. Carlo Calenda propone invece un taglio strutturale delle accise finanziato aumentando quelle su tabacco, superalcolici e gioco. Se non si fa, sostiene il leader di Azione, è per il «grado di controllo» che monopoli pubblici e grandi produttori esercitano sulla politica italiana. «Il resto è cinema».
Venti milioni contro sette miliardi e mezzo
La misura effettivamente in vigore è di tutt'altre dimensioni. La mini-proroga firmata il 23 agosto dai ministri Giancarlo Giorgetti e Gilberto Pichetto Fratin estende lo sconto di 17 centesimi sul solo gasolio fino al 26 agosto, costa 20,8 milioni di euro ed è coperta dall'extragettito Iva generato dall'aumento dei prezzi del petrolio. Il pacchetto di inizio agosto, per confronto, valeva 245 milioni.
Il meccanismo merita di essere detto per esteso, perché è il rovescio esatto di una tassa sugli extraprofitti: lo Stato restituisce agli automobilisti una parte del maggior gettito che incassa proprio grazie al rincaro, mentre il margine dell'industria resta dov'è. Non è un prelievo su chi ha guadagnato dalla crisi, è una redistribuzione interna al bilancio pubblico.
Prorogare lo sconto in forma generalizzata costerebbe circa un miliardo al mese. «La matematica è matematica», ha chiosato Pichetto Fratin dal Meeting di Rimini, spiegando che non sono all'orizzonte consigli dei ministri straordinari e che si studiano aiuti più mirati. La reazione delle associazioni è stata unanime: «una vergogna» per l'Unione nazionale consumatori, «uno scherzo che non fa più ridere» per Confimprenditori, «una presa in giro per gli italiani» per il Codacons.
I prezzi, intanto, hanno superato una soglia storica, e ogni giorno di rinvio trasforma la tassa sugli extraprofitti da bandiera dell'opposizione in problema di coperture. Il 24 agosto la benzina self viaggiava a 2,010 euro al litro su strada e a 2,088 in autostrada, il gasolio a 2,131 e 2,204. Con quella media autostradale il diesel ha battuto il record italiano della settimana del 14 marzo 2022, quando costava 2,154 euro al litro. Il Codacons avverte che dal 27 agosto, senza nuovi interventi, il gasolio salirebbe oltre 2,3 euro sulla rete ordinaria e a 2,37 in autostrada.
Quanto varrebbe in Italia la tassa sugli extraprofitti
Le stime esistono e portano la firma della stessa T&E. Il segmento downstream italiano — raffinazione e distribuzione di carburanti — avrebbe accumulato circa 4 miliardi di euro di margini in eccesso a carico dei consumatori. Un'aliquota fra il 25% e il 33% su quei margini produrrebbe fra 1 e 1,3 miliardi; portandola al 50% si arriverebbe intorno ai 2 miliardi.
Sono ordini di grandezza che vale la pena confrontare con le cifre in campo. Una tassa sugli extraprofitti nella versione più prudente coprirebbe circa un mese di sconto generalizzato alle accise; nella versione più aggressiva, due. Detta altrimenti: la tassa sugli extraprofitti non risolverebbe la crisi energetica, ma finanzierebbe qualcosa di più solido di 48 ore alla volta. È il punto su cui l'Italia arriva peraltro con l'economia già rallentata, come aveva certificato l'OCSE rivedendo al ribasso il PIL italiano dopo lo shock energetico.

Hormuz, il gasolio e il paradosso della benzina
I dati raccolti dal Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza energetica aiutano a capire quanto sia reale l'esposizione italiana, e su quali prodotti. Il più vulnerabile è il carburante per aerei: l'Italia ne importa oltre la metà del fabbisogno e circa il 20% di quell'import — 0,5 milioni di tonnellate, pari al 10% della domanda interna — arriva da Paesi interessati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Per il gasolio la quota è più alta, il 60% dell'import con l'Arabia Saudita al 47%, ma il rischio è minore perché il mercato è più liquido e i produttori più diversificati. Soprattutto, l'Italia è esportatore netto di diesel: 7,9 milioni di tonnellate esportate contro 5,2 importate, con una produzione nelle raffinerie nazionali di 25 milioni di tonnellate a fronte di un fabbisogno di 23,3. Un quadro che indebolisce la lettura secondo cui il rincaro sarebbe soltanto importato, e che rafforza invece chi chiede una tassa sugli extraprofitti.
Il dato più interessante riguarda però la benzina. Secondo la stessa analisi la chiusura dello Stretto non ha alcun impatto su di essa, perché l'Italia non ne importa da quell'area: nel 2025 il consumo nazionale è stato di 8,9 milioni di tonnellate contro una produzione interna di circa 10. Eppure la benzina ha superato i 2 euro al litro — soglia toccata in precedenza solo otto volte, nel marzo, giugno e luglio 2022 e nel settembre 2023 — ed è sempre rimasta esclusa dal taglio delle accise. Il rincaro alla pompa, insomma, non nasce da una scarsità fisica di quel prodotto: i prezzi si formano sui mercati internazionali e i margini si allargano lungo la filiera. È anche questo a rendere la tassa sugli extraprofitti un'ipotesi difficile da liquidare come ideologica.
Il che riporta al punto di partenza. La politica dei carburanti è oggi appesa a una variabile che il governo non controlla: Pichetto Fratin ha detto apertamente di aspettare di sapere «se si apre o meno lo Stretto di Hormuz» prima di decidere, un dossier che l'Italia insegue almeno dal G7 di Evian. La flessibilità che Roma chiederà all'Europa entro metà settembre, del resto, non andrà sulle accise: è destinata a rinnovabili, reti, edifici pubblici e, se Bruxelles darà spazio, reattori modulari.
Restano dunque due orologi che corrono a velocità diverse. Uno scade mercoledì 26 agosto e vale 20,8 milioni. L'altro è l'Ecofin di settembre, dove sei governi porteranno una richiesta a cui la Commissione ha già risposto in anticipo: fatela voi. Sulla tassa sugli extraprofitti, ormai, l'unico ostacolo rimasto è il disaccordo interno alla maggioranza.


