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Contributi pubblici alla fiction: 48 milioni in meno
I contributi pubblici alla fiction scendono da 252 a 204 milioni di euro. L'8° Rapporto APA presentato al MIA registra il primo arretramento degli investimenti in produzione dal 2018: televisioni e piattaforme restano ferme a 400 milioni, animazione e documentari perdono 79 milioni in un anno.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

I contributi pubblici alla fiction per la televisione e il video on demand sono passati da 252 a 204 milioni di euro in un anno. Quarantotto milioni in meno, il 19 per cento. È una delle tavole dell'8° Rapporto sulla produzione audiovisiva nazionale di APA, presentato il 21 ottobre a Palazzo Barberini nell'ambito del MIA, il Mercato Internazionale Audiovisivo. Nelle cronache del giorno dopo quel numero non c'è: ha fatto da titolo la cifra grande, 16,8 miliardi di euro di giro d'affari, in crescita del 3,1 per cento.
Le due cifre non si contraddicono. Misurano due cose diverse: la prima dice quanto il pubblico italiano spende per guardare, la seconda quanto il sistema spende per produrre. Nel 2025, per la prima volta dal 2018, le due curve si separano.
Sedici miliardi in crescita, due miliardi in arretramento
Il rapporto — che riunisce le ricerche di CeRTA-Università Cattolica, eMedia, Fondazione Symbola e OpenEconomics — fotografa un settore che continua a crescere, ma più lentamente: +3,1 per cento nel 2025 contro il +9 per cento messo a segno l'anno prima. La spinta arriva dal video online, con le offerte gratuite a +15 per cento e quelle a pagamento a +10,3. Il comparto, che nel 2020 valeva il 21 per cento del mercato, oggi arriva al 43 ed è destinato a superare in valore la televisione lineare.
Sul fronte opposto, gli investimenti nella produzione dei titoli «Italian Original» scendono da 2.166 a 2.005 milioni di euro: 160 milioni in meno, il 7,4 per cento. È il primo arretramento dal 2018, quando la stessa voce valeva 1.200 milioni, e interrompe una serie cresciuta a un tasso medio annuo del 7,6 per cento. Tuttavia il calo non è distribuito. I film per la sala cinematografica perdono 39 milioni, da 838 a 799 — lo stesso ordine di grandezza che a settembre il rapporto della Direzione generale Cinema fissava a 798,6 milioni, quando certificava il primo calo in sei anni della produzione per il grande schermo. L'unscripted per tv e VoD resta fermo a 390 milioni. I film e le serie per tv e VoD, invece, arretrano di 122 milioni: da 938 a 816. Il buco è quasi tutto lì.

I contributi pubblici alla fiction valgono 48 milioni in meno
Qui il rapporto fa una cosa che i comunicati di solito evitano: scompone il budget. Gli apporti alla produzione delle opere di fiction per tv e VoD hanno tre componenti. Gli investimenti degli operatori televisivi e delle piattaforme — gli SMAV — valgono 400 milioni nel 2024 e 400 milioni nel 2025: identici. La voce «altro», che raccoglie il minimo garantito, i capitali dei produttori indipendenti e gli apporti dei produttori esteri, sale da 131 a 136 milioni. I contributi pubblici, «in larghissima parte tax credit alla produzione», scendono da 252 a 204.
L'aritmetica non lascia margini: 136 più 400 più 204 fa 740, cioè esattamente il valore della fiction italiana nel 2025, mentre 131 più 400 più 252 fa 783, quello del 2024. La fiction perde 43 milioni; i contributi pubblici alla fiction ne perdono 48. Quindi non è il mercato ad essersi ritirato dalla produzione: le televisioni e gli streamer hanno messo sul tavolo la stessa cifra dell'anno precedente, i privati qualcosa in più. Si è ritirato il sostegno pubblico, e il saldo del settore è meno pesante del suo arretramento soltanto perché gli altri hanno tenuto.
Animazione e documentari: due terzi del calo, zero titoli nelle cronache
Il comunicato di APA liquida in una riga la parte più dura, e nessuna testata l'ha ripresa. Dei 122 milioni persi dallo scripted per tv e VoD, 79 non vengono dalla fiction ma dall'animazione e dai documentari. L'animazione passa da 80 a 35 milioni; i documentari da 75 a 41. In percentuale: meno 56 e meno 45 per cento in dodici mesi.
Il confronto con il 2023 è ancora più severo. Due anni fa l'animazione valeva 123 milioni e i documentari 77: erano i massimi assoluti della serie. Oggi l'animazione è tornata sotto il livello del 2019, che era di 44 milioni, e appena sopra quello del 2018; i documentari sono ai valori del 2020. Sono i due generi in cui l'incentivo pubblico pesa di più sul budget e il prefinanziamento di mercato è più fragile — infatti sono i primi a cedere quando il sostegno diventa imprevedibile. Il taglio dei contributi pubblici alla fiction si legge nei bilanci; quello sull'animazione si legge nei titoli che non si fanno.

Il 23 per cento del tax credit non finanzia l'«Italian Original»
C'è una tavola, nel rapporto, intitolata senza diplomazia: «Una quota rilevante e tendenzialmente crescente del tax credit alla produzione non sostiene il prodotto Italian Original». I numeri sono elaborati da eMedia su dati del Ministero della Cultura. Fra il 2018 e il 2025 il tax credit alla produzione ha erogato complessivamente 3.241 milioni di euro: il 77 per cento a opere di nazionalità italiana, il 23 per cento alla produzione esecutiva di opere straniere girate in Italia. Quel 23 per cento vale circa 747 milioni.
La serie annuale spiega perché APA ne scriva adesso: 34 milioni nel 2018, 26 nel 2019, 57 nel 2020, 44 nel 2021, 70 nel 2022, poi il salto a 289 milioni nel 2023, quindi 123 nel 2024 e 104 nel 2025. In un solo esercizio, il 2023, le opere straniere hanno assorbito più tax credit dei cinque anni precedenti sommati, che insieme fanno 231 milioni. Il rapporto riconosce i benefici di quel denaro — investimenti esteri, occupazione, ricavi di settore — ma mette per iscritto anche il rovescio: «saturazione della capacità produttiva», «competizione serrata per maestranze e mezzi», «aumento delle remunerazioni» e una «oggettiva riduzione degli incentivi destinati ai titoli Italian Original». Il tax credit si paga su un fondo la cui capienza annuale è decisa per decreto: ogni euro certificato a una produzione esecutiva è un euro che quella capienza non ha più.
Cinque incertezze, messe in fila dai produttori
Alla domanda sul perché, il rapporto risponde con un diagramma: cinque caselle sotto l'etichetta «forte incertezza». Volumi delle risorse disponibili, «e quindi capienza effettiva del sostegno». Aliquote e intensità del beneficio, ovvero «quale percentuale del costo sarà effettivamente coperta». Criteri e requisiti, «modificati ripetutamente e spesso imprevedibilmente». Tempistica, «sia di apertura delle finestre sia di istruttoria, riconoscimento ed effettiva disponibilità del credito». Procedure e adempimenti nella certificazione dei costi. L'esito, scritto in fondo alla tavola: «estrema difficoltà nel pianificare, programmare editorialmente e finanziariamente le produzioni».
Infine il rapporto aggiunge che l'impatto è asimmetrico per dimensione d'impresa, perché somma fabbisogno finanziario ed esposizione al costo del capitale: chi aspetta il credito lo finanzia in banca, e chi è piccolo lo finanzia più caro. È il motivo per cui i contributi pubblici alla fiction, visti da un'impresa di produzione, non sono una risorsa ma una variabile: un numero che esiste e che però non si può mettere in un piano.
Un fondo privato da 100 milioni, nello stesso corridoio
Il MIA ha ospitato anche la risposta del mercato. Il 20 ottobre, nella conferenza «New Capital, New Opportunities» dell'European Investment Hub, RP1 Holding e MCT Credit Solutions hanno presentato One Media Capital Fund: 100 milioni di euro per finanziare le produzioni audiovisive in Italia, con la gestione affidata a Ingenii SGR e l'obiettivo dichiarato di offrire strumenti «complementari al credito bancario tradizionale» per le esigenze di liquidità delle diverse fasi di lavorazione. Cento milioni di capitale privato non sostituiscono 48 milioni di contributo pubblico: hanno un costo. Ma la loro comparsa dice che il fabbisogno finanziario descritto dal rapporto è già diventato un mercato.
Più pubblico, più lavoro, meno denaro per produrre
Il resto del rapporto non è un bollettino di crisi, e va detto. L'occupazione della filiera arriva a 128.336 persone nel 2026, il 3,3 per cento in più rispetto al 2024; il nucleo centrale vale 51.298 occupati, in crescita dello 0,7 per cento, e ne attiva altri 77.968 nelle altre branche dell'economia. I titoli scripted originali salgono a 101 nella stagione, il 9 per cento in più, 74 sulle reti lineari e 27 sulle piattaforme. L'unscripted resta la spina dorsale dei palinsesti con oltre 17mila ore originali in prima visione, firmate per il 59 per cento dalla produzione indipendente. E il Lazio concentra il 40,6 per cento dell'occupazione del nucleo centrale, oltre a essere la regione più rappresentata nelle storie: circa un titolo su cinque.
Il 13 ottobre, dal palco della Festa del Cinema di Roma, il presidente di Cinecittà Salvatore Nastasi aveva detto che il cinema italiano non è in crisi, numeri degli spettatori alla mano. Otto giorni dopo, nella stessa città, i produttori hanno consegnato alla stessa platea l'altra metà della frase: il denaro che serve a riempire quelle sale e quei palinsesti è calato per la prima volta in sette anni, e la voce che è calata è quella pubblica. I contributi pubblici alla fiction valgono oggi 204 milioni contro 252, e il primo effetto non si vedrà nel box office del 2025 ma nei cataloghi del 2027.
Fonti: APA — 8° Rapporto sulla produzione audiovisiva nazionale, ANSA, Box Office Biz.


