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CinemaEconomia e Finanza

Tax credit produzione: chi resta fuori paga comunque

Tax credit produzione 2026: la sessione apre il 30 settembre e chiude il 14 ottobre. Chi non rientra nello stanziamento non riceve una quota parziale, ma zero, dopo aver versato fino a diecimila euro di spese istruttorie. Per le sale, invece, il taglio e proporzionale.

Di Vincenzo Pollice

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Scrivania di una societa di produzione deserta di notte, simbolo della sessione tax credit produzione 2026
Immagine generata con IA

Tax credit produzione: dalle ore 10:00 del 30 settembre 2026 le imprese italiane possono presentare le domande di credito d'imposta sulle opere che hanno girato. Il decreto direttoriale del 24 settembre, numero 2821, tiene aperta la finestra fino alle 23:59 del 14 ottobre: quindici giorni per sei linee di intervento. Le riprese di settore hanno raccontato l'apertura come un avviso di servizio, con le date e l'elenco delle categorie ammesse. Il testo che decide davvero chi verrà pagato, però, non è il calendario: è l'articolo 2, comma 6.

Tax credit produzione: il comma che stabilisce chi non prende nulla

Quel comma del tax credit produzione dispone che, se al termine della finestra le domande superano lo stanziamento, le richieste ammissibili che non possono essere soddisfatte per intero non beneficiano di un riconoscimento parziale del credito. Nemmeno quelle a cui basterebbe una quota. Chi resta fuori esce con zero e può ripresentarsi nella prima sessione utile successiva, esentato dalle spese di istruttoria. Il comma 7 chiude il cerchio: se non si ripresenta, quelle spese non vengono restituite né compensate.

L'ordine della coda del tax credit produzione, poi, non dipende da quando si invia la domanda. L'articolo 3, comma 3, stabilisce che le richieste sono istruite in ordine alla data di avvio delle riprese, o di inizio lavorazioni per l'animazione. La marca temporale della piattaforma DGCOL interviene solo a parità di data. Chi ha iniziato a girare prima sta più avanti — e cioè chi ha rischiato per primo il proprio capitale senza sapere se lo Stato lo avrebbe coperto.

Inoltre questa è la prima sessione di tax credit produzione che gira sotto le regole del decreto interministeriale del 6 luglio 2026, numero 281. Nel testo consolidato l'aliquota massima scende dal 40 al 35 per cento del costo complessivo di produzione. I massimali diventano 4 milioni per opera e 7 milioni annui per impresa sul versante cinematografico, 7 e 15 milioni su quello televisivo e web; salgono a 6 e 10 milioni quando almeno il 40 per cento della copertura arriva da risorse estere.

Corridoio ministeriale vuoto con sedie di attesa, la coda istruttoria delle domande di credito d imposta
Nel tax credit produzione l'ordine di istruttoria non segue la data di invio: segue la data in cui sono iniziate le riprese. · Immagine generata con IA

Tre finestre aperte insieme, tre modi diversi di finire i soldi

La finestra del tax credit produzione non è l'unica aperta in questo momento. La Direzione generale Cinema e audiovisivo ne ha aperte altre due nel giro di otto giorni, e ciascuna risponde in modo diverso alla stessa domanda: cosa succede quando le risorse si esauriscono.

Il 17 settembre, con il decreto 2729, è partita la sessione 2025 del credito per il funzionamento delle sale: domande dal 21 settembre al 20 ottobre, sui costi sostenuti fra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2025. Qui il meccanismo è la decurtazione proporzionale prevista dall'articolo 11 del decreto interministeriale 411 del 4 novembre 2025: se i crediti spettanti superano lo stanziamento, si taglia a tutti, intervenendo prima sulle voci A1 e A2 fino al 50 per cento e poi sulla C1. Nessuno viene escluso: tutti prendono meno.

Il 25 settembre, con il decreto 2828, è toccato alla distribuzione, sempre sessione 2025. Qui la regola è ancora un'altra. Le domande si compilano dal 2 al 12 ottobre, ma si trasmettono in via definitiva a partire dalle 12:00 del 21 ottobre, e sono accolte in ordine cronologico di trasmissione. La domanda che eccede le risorse residue è ammessa e riceve il credito nei limiti di quanto resta; dopo di lei, più nulla. Al raggiungimento del limite di spesa la Direzione «provvede tempestivamente alla disattivazione del sistema di presentazione delle domande». È un click day, con il parziale concesso a chi si trova esattamente sulla linea.

Tre risposte, dunque, allo stesso problema contabile: esclusione totale nel tax credit produzione, parziale sulla linea più corsa contro il cronometro per i distributori, taglio spalmato su tutti per gli esercenti. I decreti 2821 e 2828 portano la firma digitale dello stesso direttore generale, Giorgio Carlo Brugnoni, apposta alle 17:30:52 del 24 settembre il primo e alle 17:30:50 del 25 settembre il secondo: due regole opposte a ventiquattro ore esatte di distanza.

Tax credit produzione: diecimila euro per entrare in una coda

La differenza pesa perché nel frattempo è cambiato anche chi paga per presentare la domanda. Il decreto direttoriale 2739, firmato il 17 settembre insieme al 2738, aggiunge alle tabelle delle spese istruttorie tre nuove voci — 1.B, 1.C e 1.D — che prima non esistevano: distribuzione nazionale e internazionale, investimenti delle sale, funzionamento delle sale. Distributori ed esercenti, cioè, entrano per la prima volta nel perimetro del contributo istruttorio.

Per il tax credit produzione la tabella c'era già, ed è salata. Duecento euro per cortometraggi e videoclip, 800 per documentari e opere di giovani autori, 1.000 per opere prime e seconde, 3.000 per l'animazione, 5.000 per un film sopra le altre categorie fino a 3,5 milioni di costo e 10.000 euro per un lungometraggio o un'opera tv e web che quel tetto lo supera. L'articolo 2 del decreto sulle spese istruttorie è esplicito: la mancata definizione positiva della domanda «non comporta la restituzione del contributo versato».

Qui il confronto fra distribuzione e tax credit produzione diventa impietoso. Nel decreto 2828 le spese istruttorie vengono richieste soltanto alle domande che, in base all'ordine cronologico e nei limiti delle risorse, sono già state ammesse alla fase istruttoria: la Direzione scrive via mail e concede dieci giorni per pagare. Il distributore, insomma, paga quando sa che i soldi per lui ci sono. Chi presenta una domanda di tax credit produzione paga fino a diecimila euro per entrare in una coda che potrebbe non arrivare fino a lui, e li rivede solo sotto forma di sconto su un tentativo successivo che nessuno lo obbliga a fare.

Botteghino di un cinema indipendente chiuso con la serranda abbassata al crepuscolo
Per le sale il taglio è proporzionale e non tocca chi ha un credito sotto i 50 mila euro: nel tax credit produzione non esiste una soglia simile. · Immagine generata con IA

La sala sotto i 50 mila euro è protetta, il piccolo produttore no

C'è un dettaglio nel decreto 411 che rende l'asimmetria con il tax credit produzione ancora più netta. Il comma 6 dell'articolo 11 esclude dalla decurtazione le sale a cui spetta un credito inferiore a 50.000 euro, e stabilisce che in nessun caso il taglio possa far scendere un credito sotto quella soglia. Solo se le risorse restano incapienti si passa, al comma 8, alla riduzione lineare di tutti. Il comma 7 aggiunge un tetto di 9 milioni annui per impresa o gruppo.

Il sistema, quindi, sa costruire una protezione per i soggetti piccoli: la sala di paese non contribuisce al taglio, lo sopportano i circuiti maggiori. La stessa attenzione non esiste nel tax credit produzione, dove una domanda da 80.000 euro e una da 4 milioni corrono nella stessa coda con lo stesso rischio di uscirne con zero, ordinate da una data di inizio riprese che premia chi aveva la liquidità per partire prima. Infatti il produttore indipendente è precisamente quello che non ce l'ha.

Va detto che il divieto di riconoscimento parziale nel tax credit produzione ha una logica difendibile: un credito dimezzato su un film già girato lascerebbe l'opera scoperta senza renderla realizzabile, e l'esenzione dalle spese nella sessione successiva è una mitigazione reale. Resta però che la stessa amministrazione, per gli esercenti, ha scelto l'ipotesi opposta — tutti un po' meno — e per i distributori una terza ancora.

I 61 milioni che cambiano direzione dentro lo stesso Fondo

Il contesto contabile spiega perché queste clausole non sono teoriche. Il riparto del Fondo per il 2026, decreto ministeriale 101 del 5 marzo 2026, distribuisce 606.034.750 euro, novanta milioni meno dei 696.034.750 del 2025. Dentro quel totale in calo, però, gli incentivi fiscali salgono: da 412,1 a 441 milioni. Passano cioè dal 59,2 al 72,8 per cento del Fondo, quasi quattordici punti in più.

Al tax credit produzione vanno 220 milioni (80 al cinema, 130 a tv e web, 10 al videoludico) contro i 188 del 2025. Ma quattro linee perdono insieme 61 milioni: distribuzione da 35 a 30, investimenti delle sale da 25 a 5, industrie tecniche e postproduzione da 12 a 1, potenziamento dell'offerta da 110 a 85. Nello stesso decreto il credito per l'attrazione in Italia di investimenti esteri sale da 42,1 a 100 milioni: più 57,9 milioni. Nessun atto dichiara un nesso fra le due cose, e quindi non va affermato; è però una coincidenza contabile verificabile che i 61 milioni sottratti alla filiera nazionale a valle coprano quasi per intero i 57,9 aggiunti alle produzioni straniere che vengono a girare qui. Entrambi i riparti, ricontrollati voce per voce, tornano al centesimo.

Perciò la decurtazione annunciata in anticipo agli esercenti, a differenza di quanto accade nel tax credit produzione, non è prudenza formale: la sessione 2025 corre sui 110 milioni di allora, mentre la linea 2026 è già scesa a 85. E c'è una scadenza che dice molto sulla lentezza del sistema: i costi di funzionamento sostenuti dal 1° gennaio 2025 diventano chiedibili solo dal 21 settembre 2026, quasi ventuno mesi dopo, sulla base di regole — il decreto 411 — firmate il 4 novembre 2025, quando l'anno di spesa era già trascorso per l'84 per cento.

Tax credit produzione: cosa si saprà dopo il 14 ottobre

Il decreto 2821 si riserva la facoltà di pubblicare, a sessione chiusa, l'elenco delle domande pervenute con la data di avvio delle riprese. Non sarà una graduatoria definitiva, avverte l'articolo 2, comma 5, perché l'istruttoria può far scorrere le posizioni. Sarà però il primo documento pubblico che permette di misurare due cose del tax credit produzione: quanto la domanda reale supera i 220 milioni stanziati, e quanti progetti sono rimasti fuori pagando per restarci.

Un secondo indicatore arriverà dal fronte opposto. Il decreto legge 200 del 31 dicembre 2025, all'articolo 8, comma 5-bis, consente per il solo 2026 di aumentare i limiti di spesa dei crediti degli articoli 15 e 19 oltre quanto fissato dal riparto, purché si resti dentro il totale complessivo. Esiste cioè una valvola: si può dare di più alla produzione, ma solo togliendo ad altre sezioni dello stesso capo. Se verrà azionata, e a spese di quale linea, dirà più di qualunque comunicato sulle priorità reali del settore — un settore in cui la produzione cinematografica italiana ha appena registrato il primo calo in sei anni, e in cui il calendario delle finestre, non il valore del film, sta diventando il primo filtro. Gli aggiornamenti restano sulle pagine di cinema di questa testata.

Le fonti primarie sono tutte pubbliche: l'avviso della Direzione generale Cinema e audiovisivo sull'apertura della sessione, quello sulla sessione 2025 della distribuzione e la ricostruzione di Box Office sulle nuove aliquote. Quindici giorni per chiedere, una data di riprese per essere ordinati, e un comma che dice che sotto la soglia non si prende una parte: il tax credit produzione 2026 si decide qui, non nelle dichiarazioni.

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