Riparto fondo cinema: 696 milioni, indipendenti fuori
Il riparto fondo cinema mette in fila 696 milioni di euro, ma la distribuzione premia i grandi gruppi e lascia fuori i registi indipendenti, mentre il tax credit alle produzioni estere raddoppia e i contributi selettivi vengono tagliati.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Il riparto fondo cinema è finalmente realtà: la Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura ha reso disponibile il decreto che distribuisce i 696 milioni di euro del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell'audiovisivo. Una cifra imponente, eppure il dibattito che accompagna la pubblicazione non riguarda quanto è stato stanziato, bensì chi resta escluso: i registi e i produttori indipendenti denunciano di essere, ancora una volta, ai margini di un sistema che premia chi è già grande.
Riparto fondo cinema: i 696 milioni e dove finiscono
Il decreto ministeriale n. 145 fissa in 696.034.750 euro la dotazione complessiva del 2024, la stessa somma che ora entra nella fase operativa. La voce più pesante è il tax credit, il credito d'imposta, che assorbe circa il 59% del totale: quasi 413 milioni di euro. Dentro questa cornice rientrano 181 milioni per le imprese di produzione, 110 milioni per le sale cinematografiche e 40 milioni destinati specificamente ad attrarre investimenti dall'estero.
Ai contributi selettivi, quelli pensati per il valore culturale più che per il mercato, vanno invece 84,3 milioni, di cui 52 milioni per le opere di particolare qualità artistica italiane e 7,8 milioni riservati ai giovani autori. La promozione, infine, sostiene enti strutturali come Cinecittà (32,5 milioni), il Centro Sperimentale di Cinematografia (14,5 milioni) e la Biennale di Venezia (13,5 milioni). Numeri che raccontano un settore ancora largamente dipendente dal sostegno pubblico.

Perché i registi indipendenti restano fuori dal riparto fondo cinema
Il paradosso è evidente. Tra il 2017 e il 2025 lo Stato ha destinato al comparto cinematografico e audiovisivo circa 7,26 miliardi di euro, eppure le nuove società di produzione e gli autori emergenti continuano a sbattere contro un muro burocratico. Il meccanismo del riparto fondo cinema, infatti, richiede requisiti di stabilità finanziaria, uno storico di ricavi e una anzianità d'impresa che chi è appena nato non può esibire.
«In Italia è impossibile creare una nuova società di produzione e accedere ai finanziamenti pubblici del cinema», sintetizza il regista e produttore Mauro John Capece, che descrive un sistema a circuito chiuso in cui le grandi società, spesso collegate a gruppi multinazionali, assorbono la parte più consistente delle risorse. Di conseguenza, molti indipendenti scelgono di delocalizzare i progetti all'estero, dove lavorare risulta sostenibile anche senza incentivi italiani. È una fuga di talenti che impoverisce proprio quel cinema d'autore che storicamente ha rinnovato il linguaggio del grande schermo. Non a caso la protesta della sala vuota ai David di Donatello aveva già acceso i riflettori sul malessere del settore.
Tax credit alle produzioni estere raddoppia, i selettivi crollano
Il quadro rischia di aggravarsi con il fondo 2026, che scende a circa 606 milioni di euro, quasi novanta in meno rispetto all'anno precedente. La scelta politica che fa più discutere è netta: il credito d'imposta per le produzioni internazionali che girano in Italia passa da circa 40 a 100 milioni di euro, un balzo del +138%. Nello stesso decreto, tuttavia, i contributi selettivi vengono tagliati del 54% (dai 91,5 milioni del 2025 a 41,7), con punte del meno 75% per i film di alta qualità artistica e del meno 43% per l'animazione.
Ancora più drastica la cancellazione dei contributi automatici, azzerati dai 37,6 milioni del 2025 a zero, mentre il tax credit per le sale cinematografiche crolla dell'80%, da 25 a 5 milioni. Il provvedimento, firmato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli il 18 giugno e dal ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti il 7 luglio, sposta quindi il baricentro dal cinema di ricerca al richiamo delle grandi produzioni straniere. Per un approfondimento sulle risorse sbloccate nei mesi scorsi resta utile il nostro articolo sul decreto cinema di Giuli.

La protesta del settore e il nodo del testo unico
La reazione del mondo del cinema è stata dura. Il Coordinamento Autori e Autrici — che riunisce sigle come 100autori, ACMF, AIDAC, AIR3, ANAC e WGI — ha promosso la lettera aperta «Non c'è Italia senza cinema», in cui si contesta il taglio di 90 milioni al fondo a fronte del raddoppio degli incentivi alle troupe estere. «Patrioti, ma di quale patria?», è la domanda provocatoria rivolta al governo, accusato di finanziare i film girati in Italia da altri anziché sostenere la scrittura, lo sviluppo e la produzione nazionale.
Sullo sfondo si muove la riforma complessiva del settore. L'11 marzo la Commissione VII della Camera ha approvato un testo unico che unifica quattro proposte di legge — di Mollicone (FdI), Schlein (Pd), Amato (M5S) e Grippo (Azione) — tre delle quali puntano a istituire una nuova Agenzia sotto la governance del Ministero. Perché il riordino sia credibile, però, servono regole trasparenti sulla ripartizione: la Corte dei Conti, il 6 marzo, ha avviato controlli sull'efficacia del tax credit, denunciando un «deficit di valutazioni, controlli e monitoraggio» che ha segnato il decennio della legge Franceschini del 2016.
Infine, resta la questione di fondo. Un riparto fondo cinema da centinaia di milioni ha senso solo se irrora tutto l'ecosistema, non soltanto i suoi vertici. Fino a quando i requisiti d'accesso continueranno a escludere le voci emergenti, l'Italia rischia di formare talenti che poi realizzano i loro film altrove. Per approfondire il tema si può consultare anche il decreto pubblicato dalla Direzione generale Cinema e audiovisivo, l'analisi di Box Office e la denuncia rilanciata da Askanews.


