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Partecipazione agli utili: Macron, 25 milioni a 112 persone

Macron ha versato a 112 persone un importo pari al 50% dell'EBITDA 2025: oltre 25 milioni. Ma non è partecipazione agli utili, è il terzo piano di stock option — e la legge nata per incentivarla ha avuto una sola leva fiscale, valida solo per il 2025.

Di Marietou Dione

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Partecipazione agli utili: un gruppo di dischi d'ottone separato dagli altri da un nastro dorato
Immagine generata con IA

La partecipazione agli utili è la formula con cui, il 19 ottobre, l'intero settore ha letto il comunicato di Macron: l'azienda di Valsamoggia ha versato a 112 persone «un importo pari al 50% dell'EBITDA 2025». Oltre 25 milioni di euro, pagati a settembre. Un gesto raro, celebrato come il modello d'impresa che tutti invocano e nessuno pratica.

Soltanto che il meccanismo descritto nel comunicato non è quello del titolo. Macron non ha distribuito gli utili del 2025: ha liquidato il terzo piano di stock option della sua storia. E il riferimento all'EBITDA, lo spiega l'amministratore delegato stesso, serve a rendere leggibile una cifra che nasce da un calcolo completamente diverso.

Che cosa ha pagato Macron, e a chi

I numeri del comunicato sono precisi. I beneficiari sono 112, quelli che in azienda chiamano «Macron-imprenditori», distribuiti fra Italia, Regno Unito, Stati Uniti ed Estremo Oriente. Il pagamento è avvenuto a settembre. Il consiglio di amministrazione ha già approvato il quarto piano, che allarga la platea a oltre 120 persone. La liquidazione, precisa l'azienda, avviene ogni tre anni e non dipende da un evento di liquidità: né una vendita, né una quotazione.

Il perimetro, però, è la prima cosa che il titolo non dice. L'azienda scrive che il piano ha coinvolto «oltre il 25% della popolazione aziendale». Se 112 persone sono più di un quarto dell'organico, allora l'organico sta sotto le 450 unità: circa tre dipendenti su quattro restano fuori. Non è un'obiezione al piano, è la sua misura.

Il resto del quadro industriale regge il racconto. Fondata nel 1971, Macron è passata da circa 10 milioni di ricavi nel 2004 ai 245 milioni del 2025, in crescita del 9,4% sull'esercizio precedente. L'EBITDA 2025 è indicato in 51,6 milioni, contro i 45,1 dell'anno prima: un progresso del 14 per cento.

Riga pieghevole d'ottone appoggiata a un blocco di travertino senza inciderlo
Il 50% dell'EBITDA 2025 misura l'importo del piano Macron, non la sua fonte: i soldi arrivano dal valore accumulato in tre anni. · Immagine generata con IA

Perché non è partecipazione agli utili: l'EBITDA è un metro, non una fonte

Qui sta il punto che nessuno ha ripreso. Interrogato da Pambianconews, l'amministratore delegato Gianluca Pavanello descrive il meccanismo così: «Si fa una fotografia di partenza, una fotografia di arrivo, si misura il delta e una parte di questo delta viene data sotto forma di remunerazione delle stock option». Il valore dell'azienda viene misurato ogni tre anni. Il riferimento all'EBITDA, aggiunge, «serve a rendere leggibile l'importo», che il manager colloca «in una forbice di 23-25 milioni».

Due conseguenze, entrambe verificabili. La prima è aritmetica: il 50% di 51,6 milioni fa 25,8, mentre la forbice indicata dall'azienda si ferma più in basso. Il 50% dell'EBITDA, dunque, non è la regola di calcolo: è l'unità di misura scelta per comunicare il risultato.

La seconda è giuridica, e pesa di più. I soldi non escono dall'utile dell'esercizio ma dal capitale: Pavanello lo dice senza giri di parole, la quota ai beneficiari «è una rinuncia da parte del capitale». La partecipazione agli utili, in Italia, è invece una categoria fiscale precisa, e il confronto con quella categoria è dove la storia diventa interessante.

La legge che doveva incentivarla è durata un anno

Il 15 maggio 2025 il Parlamento approva la legge n. 76, «Disposizioni per la partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese», in vigore dal 10 giugno: è la prima attuazione dell'articolo 46 della Costituzione, scritto nel 1948. Le leve economiche sono due, e sono entrambe scritte al passato.

L'articolo 5 dispone che «per l'anno 2025», se l'impresa distribuisce ai dipendenti «una quota degli utili di impresa non inferiore al 10 per cento degli utili complessivi» tramite contratti collettivi aziendali o territoriali, il tetto agevolato sale da 3.000 a 5.000 euro lordi. L'articolo 6 esenta per metà, sempre «per l'anno 2025», i dividendi fino a 1.500 euro derivanti da azioni attribuite in sostituzione dei premi di risultato. Il minor gettito è valutato in 49 milioni per il primo caso e 21 per il secondo.

Quella legge, infatti, ha subìto un solo aggiornamento in tutta la sua vita. La legge di bilancio per il 2026 — la n. 199 del 30 dicembre 2025 — ha prorogato al 2026, con l'articolo 1 comma 13, esclusivamente il terzo periodo dell'articolo 6: l'esenzione sui dividendi. L'articolo 5, quello sulla distribuzione degli utili, non è mai stato toccato e non è mai stato prorogato. Esiste in una sola versione e vale solo per il 2025.

Macron ha pagato a settembre 2026. La leva fiscale costruita per premiare esattamente il gesto che le è stato attribuito, a quella data, non esisteva più da nove mesi.

Cilindro di vetro riempito di sabbia chiara molto al di sotto del nastro dorato che lo cinge
Il premio medio rilevato dal Ministero del Lavoro si ferma a 1.799,26 euro l'anno: il 60% del tetto agevolato di 3.000 euro. · Immagine generata con IA

Il tetto non era il problema: 1.799 euro contro 3.000

C'è però un dato che spiega perché lasciar scadere quell'articolo sia costato così poco. Il Report deposito contratti del Ministero del Lavoro aggiornato al 15 settembre 2026 — lo stesso mese del pagamento Macron — conta 129.315 contratti depositati dal 2016 e 17.936 tuttora attivi. Di questi, 14.743 fissano obiettivi di produttività, 11.940 prevedono misure di welfare aziendale e soltanto 1.740 prevedono un piano di partecipazione: il 9,7 per cento.

Soprattutto: il valore annuo medio del premio è di 1.799,26 euro, in calo di 16,17 euro rispetto a luglio. Significa che il premio medio italiano vale il 60% del tetto agevolato ordinario di 3.000 euro. Alzare quel tetto a 5.000 euro, come ha fatto la legge 76 per dodici mesi, ha spostato un'asta che la media non sfiora nemmeno. Il vincolo non è fiscale: è la dimensione della somma messa sul tavolo.

Il confronto di scala chiude il cerchio. I 49 milioni di minor gettito stimati per tutta l'Italia sono circa il doppio di quanto una sola azienda bolognese ha versato a 112 persone. E la riforma in arrivo non cambia la cornice: il testo unico delle imposte sui redditi (d.lgs. 117 del 19 giugno 2026) abroga dal 1° gennaio 2027 i commi 182-189 della legge 208/2015 e li riscrive nell'articolo 228, che continua a citare «le somme erogate sotto forma di partecipazione agli utili dell'impresa» — con il tetto di nuovo a 3.000 euro. Del 5.000 del 2025 non resta traccia.

Due moda nella stessa settimana

Quanto hanno preso i 112? Fra i 205mila e i 230mila euro a testa in media, a seconda di quale estremo della forbice si consideri: da 68 a 77 volte il tetto entro cui la legge italiana accetta di agevolare la partecipazione agli utili. Una cifra che nessuna norma sui premi può ospitare, e che per questo passa da un piano di stock option.

È qui che la notizia va letta accanto al resto del settore. Negli stessi giorni, nella stessa moda italiana, 389 lavoratori di Aeffe aspettavano una cassa integrazione che nessuno anticipava, mentre i gruppi quotati chiudevano trimestrali in crescita e Brunello Cucinelli alzava la guidance mentre tre punti se li prendeva il cambio. Il settore produce valore e lo redistribuisce, ma quasi sempre fuori dagli strumenti pensati per redistribuirlo.

Il piano Macron, infine, merita il credito che gli spetta: è il terzo dal 2012, è triennale, non dipende da un'uscita degli azionisti e il quarto allarga la platea. È molto più di quanto facciano le aziende italiane della sua taglia. Resta che il modello celebrato come partecipazione agli utili è un piano di stock option per un quarto dell'organico, e che la legge scritta per incentivare la cosa vera ha avuto i suoi dodici mesi senza che nessuno se ne accorgesse.

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