Cassa integrazione Aeffe: nessun anticipo per 389 persone
Il gruppo di Moschino e Alberta Ferretti ha chiesto la cassa integrazione Aeffe per 389 dipendenti senza anticipare le somme: l'indennità la pagherà l'Inps, con tre mesi di attesa stimati dalle Rsu. Nella stessa settimana il tribunale deve autorizzare un ponte da sette milioni.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

La cassa integrazione Aeffe è arrivata al tavolo del ministero del Lavoro lunedì 12 ottobre ed è uscita rinviata. Il gruppo di San Giovanni in Marignano — Moschino, Alberta Ferretti, Pollini — ha chiesto l'ammortizzatore straordinario per 389 dipendenti, con una clausola che le rappresentanze sindacali considerano il vero problema: l'azienda non anticiperà le somme in busta paga. Le pagherà l'Inps, direttamente, quando l'istruttoria sarà finita.
Le cronache si sono fermate su quel numero, e la cassa integrazione Aeffe è diventata una cifra. Ma il numero, da solo, dice poco: la sostanza sta in tre atti depositati nella stessa settimana e in due articoli di legge che nessuno ha affiancato alla notizia.
Cassa integrazione Aeffe: 389 persone, due sedi, nessun anticipo
I 389 lavoratori non sono tutti in Romagna. Secondo la cronaca locale di Chiamamicittà e la ricostruzione de La Conceria, la richiesta copre 289 dipendenti dello stabilimento di San Giovanni in Marignano e 100 della sede di Milano. Alcune riprese nazionali hanno invece sommato i 389 della Romagna al «centinaio circa» di Milano, arrivando a 489: è la stessa cifra letta due volte. Duecentottantanove più cento fa 389, e 389 è il totale.
Al tavolo del 12 ottobre la direzione ha illustrato il piano del fondo Oxy Capital e ha chiesto la sospensione dell'attività fino a un massimo dell'80 per cento, senza anticipare gli importi. Il ministero ha rinviato l'incontro perché manca un piano di risanamento consolidato — lo scrive Collettiva, il quotidiano della Cgil — «neppure per il periodo fino alla fine dell'anno». Prossima convocazione: 19 ottobre. La cassa per crisi, nelle intenzioni, dovrebbe durare fino a maggio 2027.
L'ottanta per cento non è una concessione, è il tetto di legge
Qui serve il testo della norma, perché cambia il senso della trattativa. L'articolo 22, comma 4, del decreto legislativo 148 del 2015 stabilisce che per le causali di riorganizzazione e di crisi aziendale «possono essere autorizzate sospensioni del lavoro soltanto nel limite dell'80 per cento delle ore lavorabili nell'unità produttiva». Quell'ottanta per cento che suona come una misura prudente è dunque il massimo che la legge consente: l'azienda ha chiesto il tetto, non una quota intermedia.
Lo stesso decreto spiega perché il ministero ha rinviato. L'articolo 21 ammette la causale di crisi aziendale a una condizione precisa: il programma «deve contenere un piano di risanamento» con «obiettivi concretamente raggiungibili finalizzati alla continuazione dell'attività aziendale e alla salvaguardia occupazionale». Quel piano non è un allegato burocratico, è il contenuto stesso della richiesta: finché non c'è, non c'è nemmeno la causale. La durata massima, per quella causale, è di dodici mesi. Da novembre a maggio ne userebbe sette.
Il pagamento diretto è una deroga, e va documentata
Sull'anticipo la legge è altrettanto netta. L'articolo 7 dice che «il pagamento delle integrazioni salariali è effettuato dall'impresa ai dipendenti aventi diritto alla fine di ogni periodo di paga», e che l'Inps poi rimborsa o conguaglia. Anticipare, quindi, è la regola. Il pagamento diretto dell'istituto è l'eccezione, e il comma 5 la concede soltanto «in presenza di serie e documentate difficoltà finanziarie dell'impresa», su autorizzazione del ministero del Lavoro, con revoca successiva se quelle difficoltà non vengono accertate.
Tradotto: chiedere la cassa integrazione Aeffe senza anticipo non è una scelta organizzativa, è un'ammissione formale che l'azienda deve provare davanti al ministero. E la prova finisce nello stesso fascicolo in cui il piano di risanamento ancora manca. Infine il comma 5-bis impone al datore di lavoro di trasmettere all'Inps i dati necessari entro la fine del secondo mese successivo al periodo di integrazione: due mesi di termine più l'istruttoria spiegano, da soli, i tre mesi di attesa che le Rsu stimano sulla base dell'esperienza maturata nei territori.

Sette milioni con la priorità assoluta, l'anticipo no
Il 9 ottobre, tre giorni prima del tavolo, Aeffe e Pollini hanno depositato al Tribunale di Bologna un ricorso prenotativo per accedere al procedimento unitario previsto dagli articoli 40, 44 e 284 del Codice della crisi d'impresa. Lo dice il comunicato della società: sessanta giorni per presentare un piano di ristrutturazione soggetto a omologazione, quattro mesi di misure protettive erga omnes, l'autorizzazione a vendere i compendi aziendali prima dell'omologazione per poter eseguire l'offerta Oxy, e un'istanza ex articolo 99 per un finanziamento ponte prededucibile da 7 milioni, «funzionale al regolare esercizio dell'attività di impresa fino al trasferimento dei complessi aziendali».
Anche qui la norma aggiunge ciò che il comunicato non dice. L'articolo 99 impone che il ricorso specifichi la destinazione dei fondi e «che il debitore non è in grado di reperirli altrimenti»: è la stessa dichiarazione di impotenza finanziaria che sta dietro al mancato anticipo, compilata su un altro modulo. E la prededuzione, per l'articolo 6 dello stesso Codice, «opera in caso di apertura del concorso e permane anche quando si susseguono più procedure». Quei sette milioni, insomma, conservano la precedenza anche se il salvataggio non riesce: cioè proprio nello scenario in cui i crediti dei dipendenti dovrebbero farsi largo.
Due atti, la stessa settimana, la stessa causa dichiarata. Per tenere aperta l'azienda fino alla cessione si cerca un ponte in tribunale; per tenere in piedi il reddito di chi quell'azienda la fa funzionare si rimanda all'Inps.
Cassa integrazione Aeffe: i conti che rendono credibile il «non possiamo»
La parte più verificabile della vicenda è anche la meno citata. Dal 15 maggio 2026 la Consob ha imposto ad Aeffe l'informativa mensile prevista dall'articolo 114 del Testo unico della finanza: ogni mese la società deve pubblicare debito, scaduti e iniziative dei creditori. L'ultimo documento, diffuso il 30 settembre e aggiornato al 31 agosto 2026, dice così:
posizione finanziaria netta del gruppo a 110,7 milioni (era 112,6 a fine luglio), di cui 98,9 a breve termine;
la sola Aeffe S.p.A., datore di lavoro di quei 389, ha 9,8 milioni di liquidità contro 79,8 milioni di debito finanziario corrente;
scaduti del gruppo verso terzi a 115,2 milioni, cresciuti di 4,3 milioni in un solo mese;
contributi previdenziali scaduti per 723 mila euro, in trattativa con l'Inps per la rateizzazione;
ventisei decreti ingiuntivi notificati, per 1,3 milioni di sorte capitale;
e, testualmente, «non esistono debiti scaduti verso i dipendenti».
L'ultima riga va letta per intero, perché è la parte che regge a favore dell'azienda: gli stipendi sono stati pagati, il problema non è un arretrato. Tuttavia le righe precedenti spiegano perché l'anticipo non è sostenibile: la cassa esiste — 9,8 milioni — ma vale poco più di un ottavo di ciò che scade entro l'anno. E l'aumento di liquidità dell'estate ha una sola fonte dichiarata: i 3,4 milioni incassati il 5 agosto dalla vendita di un immobile di proprietà in via delle Tamerici. Cioè a San Giovanni in Marignano, il paese dello stabilimento.
Nello stesso documento compaiono i rapporti con le parti correlate: Colloportus e FQuattro, le società attraverso cui la famiglia Ferretti detiene la maggioranza del capitale, hanno prestato un milione ciascuna e figurano come percettori di affitti per 506 e 81 mila euro al 31 agosto.

Da circa settecento a 389 in ventuno mesi
C'è un confronto che l'archivio rende possibile. La relazione semestrale al 30 giugno 2025 scriveva che la cassa integrazione avviata nel gennaio 2025 riguardava «circa 700 dipendenti di Aeffe S.p.A.», cioè esattamente il perimetro di oggi: San Giovanni in Marignano più Milano. Oggi lo stesso perimetro della cassa integrazione Aeffe ne conta 389. In ventuno mesi l'ammortizzatore copre poco più della metà delle persone che copriva allora.
Nel mezzo c'è quanto era già noto: i 221 esuberi aperti nel dicembre 2025, i licenziamenti milanesi di gennaio, le settanta uscite volontarie chiuse nello stesso mese, la forza lavoro media del gruppo scesa a 1.176 unità con un calo del 10 per cento in un anno e, al 7 ottobre, settanta lavoratori che hanno impugnato il licenziamento. Non è un caso isolato: la produzione industriale della moda italiana è in calo da dodici mesi consecutivi, e nello stesso autunno in cui Aeffe chiede la cassa un'altra insegna storica, LuisaViaRoma, è finita all'asta.
Maggio 2027 contro gennaio 2027
Resta la domanda che il tavolo del 19 ottobre dovrà sciogliere, e che nasce dal confronto fra due calendari scritti dall'azienda stessa.
Il comunicato del 30 settembre fissa la chiusura dell'operazione «nelle prime settimane del 2027»: i compendi di Aeffe e Pollini passeranno a tre newco distinte e indipendenti controllate da Oxy — una per Moschino, una per Alberta Ferretti con la produzione di San Giovanni in Marignano, una per Pollini — e i dipendenti del perimetro italiano verranno trasferiti. Le partecipazioni nelle controllate estere, e i loro dipendenti, non saranno acquisite. A operazione conclusa, parole della società, Aeffe e Pollini resteranno «liberate dal proprio indebitamento» e «sostanzialmente prive di asset».
La cassa integrazione Aeffe, invece, è chiesta fino a maggio 2027: quattro mesi oltre la cessione. Anche le misure protettive domandate al tribunale durano quattro mesi, cioè fino ai primi di febbraio. Chi è il datore di lavoro, in quella coda? Se il trasferimento avviene a gennaio l'ammortizzatore prosegue in capo alle newco; se slitta, prosegue in capo a società che per loro stessa ammissione saranno senza attivi. È la domanda che manca a tutte le cronache, ed è l'unica che decide se quei 389 posti siano salvati o soltanto rinviati.
Il resto va messo sul piatto con onestà. L'offerta Oxy è vincolante e vale circa 115 milioni; le tre newco nascerebbero con risorse sufficienti a coprire tre anni di attività; illimity garantirebbe la finanza di piano; Invitalia parteciperebbe sull'acquisto del marchio Pollini; l'esperto Riccardo Ranalli ha definito «realistico» chiudere all'inizio del nuovo anno. Nessuno di questi elementi, però, produce un euro in busta paga fra novembre e il closing. Quella parte, per ora, è affidata ai tempi dell'Inps.


