Gruppo Aeffe: due offerte quasi uguali, un solo perimetro
Il Mimit annuncia per il gruppo Aeffe una cordata da oltre 100 milioni e la tutela di più di 700 posti. Ma sul tavolo c'è una seconda offerta di valore quasi identico che i marchi li vuole senza i lavoratori, e il comunicato non la nomina. Né il no del tribunale di sette giorni prima.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Il 28 settembre il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha messo per iscritto la prima cifra ufficiale sulla crisi del gruppo Aeffe: una proposta di rilancio «del valore complessivo di più di 100 milioni di euro», costruita per «tutelare più di 700 posti di lavoro». È il titolo che hanno ripreso tutti. Ma quella cifra, da sola, non distingue un salvataggio da una liquidazione, perché sul tavolo del gruppo Aeffe ce n'è una seconda di valore quasi identico che i lavoratori non li tiene affatto. La variabile che separa le due proposte non è il prezzo: è il perimetro. E il comunicato del ministero il perimetro alternativo non lo nomina.
Gruppo Aeffe: che cosa dice davvero il comunicato del Mimit
Il testo diffuso dal Mimit conferma l'esistenza di una cordata impegnata nel rilancio della società di San Giovanni in Marignano, nel Riminese, titolare di Alberta Ferretti, Moschino e Pollini, nell'ambito della composizione negoziata della crisi. La cordata che punta al gruppo Aeffe ha quattro gambe: Invitalia, il Fondo Oxy, «un soggetto industriale italiano» e «un partner industriale cinese», con la famiglia Ferretti che mette a disposizione il proprio «supporto».
Il partner cinese entrerebbe con una quota di minoranza e «senza diritti di governance». In cambio, però, il progetto prevede «la possibilità di concedere al partner industriale cinese la licenza esclusiva del marchio Moschino per il mercato cinese»: nessun potere nella stanza dei bottoni, controllo esclusivo del marchio più forte del gruppo Aeffe sul mercato del lusso che conta di più. L'operazione punta all'acquisto dell'intero compendio aziendale. Il piano industriale, dice il ministero, arriverà «nella prima settimana di ottobre»; il prossimo incontro è fissato al 4 novembre.
Qui c'è già un dettaglio che nessuna ripresa ha isolato: due dei quattro soggetti della cordata che dovrebbe rilevare il gruppo Aeffe non hanno un nome pubblico. Né l'industriale italiano né quello cinese. L'assessore regionale dell'Emilia-Romagna Giovanni Paglia ha salutato «il valore dell'ingresso del socio industriale italiano — di cui però ancora non si conosce il nome». Daniele Baiesi, segretario della Filctem Cgil di Rimini, i nominativi li ha chiesti al tavolo: l'azienda, ha riferito, «non sarebbe ancora nelle condizioni di renderli pubblici».

La seconda offerta che il ministero non nomina
Due giorni prima del tavolo, Il Resto del Carlino ha reso pubblica, sulla base di quanto riferito dalla Filctem, una seconda proposta per il gruppo Aeffe: arriva dal gruppo americano Liora, è stata formalizzata a luglio e sarebbe «vicina ai 115 milioni» della proposta Oxy. Il dato viene da una sola fonte ed è un'informazione sindacale, non un atto societario: va preso per quello che è. Ma la differenza che il sindacato descrive è netta e dirimente. L'offerta americana sarebbe concentrata sull'acquisizione dei soli marchi, «senza prevedere il mantenimento del personale».
Tradotto: le due proposte sul tavolo del gruppo Aeffe valgono all'incirca la stessa cifra e producono esiti opposti sull'occupazione. Per questo «più di 100 milioni» non è, di per sé, una buona notizia — è una misura che non misura la cosa che conta. Infatti la frase decisiva del comunicato ministeriale non è quella sul valore, è quella sull'«acquisto dell'intero compendio aziendale»: è lì che passa la linea tra le due offerte. Il ministero la scrive senza spiegare da che cosa stia distinguendo la proposta che appoggia.
Non è nemmeno la prima concorrente: già a giugno, accanto al piano Oxy, il gruppo Aeffe aveva ricevuto un'offerta da un operatore industriale asiatico. Tuttavia questa è la prima che, per ammissione sindacale, mette in discussione l'occupazione. «Siamo contrari a una cessione dei soli marchi», ha detto Baiesi. «È importante salvaguardare i posti di lavoro e le maestranze.»
Sette giorni prima, il Tribunale di Bologna aveva detto no
Il 21 settembre — una settimana esatta prima del tavolo romano — il Tribunale di Bologna ha respinto l'istanza con cui il gruppo Aeffe e la controllata Pollini chiedevano misure cautelari selettive ex art. 19 del Codice della crisi, cioè la protezione del patrimonio dalle azioni dei creditori. Il percorso era lungo: udienza il 15 luglio, riserva, seconda udienza il 9 settembre, provvedimento comunicato il 21.
Il giudice ha riconosciuto le «positive considerazioni dell'Esperto che ha dato conto che le prospettive di risanamento presentano oggi un grado di concretezza superiore a quello del mese di giugno» — e ha detto no lo stesso, perché il risanamento risultava «ancora non sufficientemente maturo e completo», anche «in ragione della prossimità del termine della composizione negoziata (4 ottobre 2026)». Il gruppo Aeffe sta perciò valutando una domanda prenotativa ai sensi degli artt. 40 e 44 del Codice, il cosiddetto concordato in bianco, per riottenere per altra via le misure protettive. Al 31 luglio il gruppo aveva già ricevuto 24 decreti ingiuntivi — 21 contro Aeffe, 3 contro Pollini — per poco più di un milione di euro in linea capitale.
Di tutto questo, nel comunicato del Mimit sul gruppo Aeffe, non c'è una riga. Non c'è la data del 4 ottobre, non c'è il provvedimento del tribunale, non c'è la domanda prenotativa.

Il giorno prima, il gruppo Aeffe aveva scritto che il valore non è definito
Il 27 settembre — ventiquattro ore prima del comunicato ministeriale — il consiglio di amministrazione del gruppo Aeffe ha deliberato di rinviare sia l'approvazione del bilancio 2025 sia la relazione semestrale al 30 giugno 2026. La motivazione, testuale, è questa: «seppur in presenza di un'offerta vincolante, deve ancora essere chiaramente delineato dai potenziali investitori il perimetro di valore da assegnare alle attività oggetto di cessione».
Cioè: il giorno in cui il consiglio dichiara di non poter chiudere i conti perché gli investitori non hanno ancora attribuito un valore alle cose che comprano, il ministero comunica quanto valgono. Le due frasi sono a un giorno di distanza e sono, se non incompatibili, quantomeno di segno opposto. E il rinvio non ha una data: il bilancio sarà approvato «non appena sarà stata finalizzata l'omologazione del Piano». L'ultimo bilancio d'esercizio approvato dal gruppo Aeffe resta quello al 31 dicembre 2024; l'ultima relazione periodica pubblicata è la semestrale al 30 giugno 2025.
C'è poi un punto di struttura che il numero tondo nasconde. Secondo il comunicato societario del 30 luglio, il corrispettivo non è denaro fresco: è «il pagamento ad Aeffe e a Pollini di un importo in denaro» più «l'assunzione mediante accollo liberatorio da parte dell'acquirente di alcune delle passività del Gruppo, come ristrutturate» attraverso uno strumento di regolazione della crisi. Quanta parte dei «più di 100 milioni» sia cassa e quanta sia debito già scaduto che verrà falcidiato, nessuno l'ha detto. Il termine di paragone è pubblico: al 31 luglio 2026 le posizioni debitorie scadute del gruppo Aeffe verso terzi valevano 110,8 milioni e la posizione finanziaria netta 112,6 milioni. Sempre il 30 luglio, la società scriveva che a operazione conclusa sarebbe risultata «liberata dal proprio indebitamento e anche sostanzialmente priva di asset».
Quanti sono, davvero, i posti del gruppo Aeffe
«Più di 700» è un numero che ha un precedente esatto, e non è la forza lavoro del gruppo. Dal gennaio 2025 la cassa integrazione straordinaria nelle sedi di San Giovanni in Marignano e Milano ha coinvolto, parole della semestrale, «circa 700 dipendenti di Aeffe Spa»: è il perimetro della capogruppo, non quello consolidato. La forza lavoro media del gruppo Aeffe nel primo semestre 2025 era infatti di 1.176 unità — 206 operai, 945 impiegati e quadri, 25 dirigenti — in calo del 10% dalle 1.307 dello stesso periodo 2024, e già al netto di 70 uscite volontarie incentivate chiuse a gennaio.
Quindi il ministero annuncia la tutela di una cifra che corrisponde al perimetro in cassa integrazione della sola capogruppo, mentre il gruppo Aeffe nel suo insieme ne contava quasi 1.200 nell'ultimo dato pubblicato. Non significa che gli altri siano condannati — l'offerta riguarda l'intero compendio. Significa che il comunicato non dice quale dei due perimetri stia misurando, e che la differenza vale centinaia di persone.
Il contesto industriale su cui poggia tutto è, del resto, quello dell'ultima semestrale disponibile del gruppo Aeffe: ricavi consolidati a 100,0 milioni contro i 138,6 dell'anno prima (−27,8%), EBITDA negativo per 11,2 milioni, costo del personale sceso a 31,3 milioni ma salito dal 25,8% al 31,3% delle vendite. È la fotografia di quindici mesi fa. È anche l'unica che esista.
Un tavolo il 4 novembre, una scadenza il 4 ottobre
La composizione negoziata del gruppo Aeffe è stata avviata il 2 ottobre 2025 e scade il 4 ottobre 2026: 367 giorni. Il nuovo incontro al Mimit è fissato al 4 novembre, cioè trentun giorni dopo la scadenza del contenitore giuridico dentro il quale la proposta è stata costruita — e trentasette giorni dopo il tavolo che avrebbe dovuto esaminare il piano industriale. Perché quel piano, al tavolo del 28 settembre, non è stato presentato: è slittato alla prima settimana di ottobre. Era atteso lunedì, come scriveva Pambianco tre giorni prima.
Lo slittamento ha una misura precisa, perché la società stessa aveva dato una data. Il 30 luglio il gruppo Aeffe ipotizzava che il deposito del piano di ristrutturazione soggetto a omologazione potesse avvenire «entro la fine del mese di settembre 2026». Il 21 settembre la stessa società ha spostato la domanda definitiva «entro la fine del mese di ottobre». Un mese, annunciato da chi lo subisce. Per i sindacati, quello di lunedì è stato «soprattutto un passaggio interlocutorio».
Che cosa regge, e che cosa no
Va detto per intero ciò che sta in piedi, perché non è poco. L'offerta vincolante esiste davvero, è stata esaminata e accolta dal consiglio, e l'esperto nominato nella composizione negoziata del gruppo Aeffe — Riccardo Ranalli — ha certificato al tribunale che le prospettive sono più concrete di quanto fossero a giugno. Invitalia c'è, attraverso il Fondo di Salvaguardia Imprese, e l'ingresso di un socio industriale italiano è esattamente ciò che mancava nelle versioni precedenti della cordata. Al 31 luglio, inoltre, non risultavano debiti scaduti verso i dipendenti: gli stipendi sono stati pagati. Infine, le collezioni sono uscite lo stesso: Moschino ha portato in passerella il debutto di Messina e Rizzo mentre l'azienda era senza protezione giudiziale.
Quello che non regge è il modo in cui la vicenda del gruppo Aeffe è stata raccontata lunedì. Un comunicato istituzionale che dà una cifra senza dire quanta parte sia cassa, che annuncia 700 posti senza dire di quale perimetro, che non nomina l'offerta concorrente né la sentenza di sette giorni prima né la scadenza del 4 ottobre, e che fissa il prossimo appuntamento a un mese oltre quella scadenza, non è un aggiornamento: è una rassicurazione. Il governo italiano ha strumenti veri per la moda in crisi — i 100 milioni del Mimit per la filiera ne sono la prova, con i limiti che abbiamo documentato — e il settore ne ha bisogno, visto che il fatturato della moda italiana continua a scendere. Proprio per questo la differenza tra una notizia e un annuncio andrebbe tenuta ferma. Il 4 ottobre è domenica. Il piano industriale, a quel punto, non sarà ancora depositato.


