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Produzione della moda: dodici mesi consecutivi di calo

La produzione della moda italiana è scesa del 14,0% ad agosto e del 5,2% nei primi otto mesi del 2026, mentre l'industria nel suo complesso cresce dello 0,3%. Sono dodici mesi consecutivi di segno meno: l'ultimo positivo è agosto 2025.

Di Vincenzo Pollice

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Produzione della moda: reparto tessile deserto con telai industriali fermi e rotoli di tessuto sugli scaffali
Immagine generata con IA

Il 9 ottobre 2026 l'Istat ha diffuso i dati di agosto sulla produzione industriale: indice destagionalizzato a -1,3% rispetto a luglio, variazione tendenziale ferma a zero. Nei lanci di agenzia il numero che ha fatto titolo è il primo. Dentro la tavola per settore, però, c'è una riga che dice un'altra cosa: la produzione della moda — in classificazione Istat le «industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori», il codice CB — segna -14,0% su agosto 2025. È la flessione più profonda fra i quindici settori rilevati.

Quel -14,0% è stato ripreso: Il Fatto Quotidiano lo ha messo nel titolo, altre testate lo hanno citato fra le «contrazioni più pesanti». Quello che non è stato fatto è aprire gli altri sette comunicati del 2026 e i ventiquattro del biennio precedente, e mettere i numeri in fila. Perché il mese, da solo, dice poco. La serie della produzione della moda dice tutto.

Il -14% di agosto e il mese contro cui è misurato

Prima di tutto, una precisazione che conviene fare subito, perché toglie forza all'allarme più facile. Il -14,0% non è un record. Nella stessa serie Istat, luglio 2024 e dicembre 2024 avevano segnato -18,3%, aprile 2024 -13,3%. Il comparto ha già visto mesi peggiori, e di recente.

Secondo: agosto è il mese delle ferie. Gli indici sono corretti per gli effetti di calendario — ad agosto 2026 i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 20 di agosto 2025, quindi uno in più — ma la correzione tratta i giorni di calendario, non la data in cui un'impresa decide di spegnere i telai. In un comparto fatto di terzisti e laboratori, lo spostamento di una settimana di chiusura fra un anno e l'altro muove l'indice di parecchio.

Terzo, e qui il discorso si rovescia: il mese contro cui si misura quel -14,0% è agosto 2025, che chiuse a +1,0%. È l'unico mese con il segno più di tutta la serie recente. Il crollo di quest'anno, cioè, non è calcolato su una base già depressa: è calcolato sull'unico punto in cui il comparto aveva tirato il fiato.

Banco di pelletteria artigiana con pezzi di pelle tagliati, trincetto, filo cerato e una borsa semilavorata, nessun operatore al lavoro
La pelletteria rientra nel comparto CB dell'Istat — tessili, abbigliamento, pelli e accessori — che ad agosto ha perso il 14,0% su base annua. · Immagine generata con IA

La produzione della moda nei primi otto mesi del 2026

Il dato robusto non è il mese: è il cumulato. E il cumulato dice che nei primi otto mesi del 2026 la produzione della moda è scesa del 5,2% rispetto allo stesso periodo del 2025. Nello stesso identico arco di tempo, l'industria italiana nel suo complesso è cresciuta dello 0,3%.

Non è una sfumatura: è un segno diverso. E il -5,2% è il peggiore dei quindici settori della tavola. Seguono, staccati, le altre industrie manifatturiere (-4,2%), la chimica (-4,0%) e l'attività estrattiva (-3,8%). La moda è l'unico comparto italiano sotto i cinque punti.

Mese per mese, la variazione tendenziale della produzione della moda nel 2026 è questa: gennaio -3,9%, febbraio -2,9%, marzo -1,4%, aprile -8,9%, maggio -6,6%, giugno -7,1%, luglio -1,4%, agosto -14,0%. Otto mesi, otto segni meno. Il cumulato è passato da -3,3% a febbraio a -5,2% ad agosto: anziché richiudersi, il divario si è allargato nel corso dell'anno.

Dodici mesi consecutivi, e l'ultimo segno più è di agosto 2025

Se si risale indietro di un altro anno, il quadro cambia scala. Dopo quel +1,0% di agosto 2025 il comparto ha infilato settembre (-4,4%), ottobre (-5,0%), novembre (-0,1%) e dicembre (-3,4%), e poi gli otto mesi del 2026. Totale: dodici mesi consecutivi di variazione tendenziale negativa. L'ultima volta che la produzione della moda è cresciuta rispetto allo stesso mese dell'anno prima è stato quattordici mesi fa, per un solo punto percentuale.

Il confronto con l'indice generale, nello stesso periodo, è il punto politico di tutta la vicenda. Perché l'industria italiana nel 2026 ha smesso di arretrare: dopo il -3,5% del 2024 e il -0,2% del 2025, i primi otto mesi del 2026 sono a +0,3%. La ripresa, pur modesta, c'è. La moda non ci è dentro.

Tre anni alla stessa velocità: circa un quinto dei volumi

Il modo più pulito di misurare quanto è successo è confrontare la stessa finestra di calendario per tre anni di fila, così la stagionalità si elide da sola. I cumulati gennaio-agosto della produzione della moda, letti nei tre comunicati Istat corrispondenti, sono: -10,8% nel 2024, -6,6% nel 2025, -5,2% nel 2026.

Incatenando le tre variazioni — è un calcolo nostro, non un dato pubblicato dall'Istat — si ottiene che i volumi prodotti fra gennaio e agosto 2026 valgono circa il 79% di quelli dello stesso periodo 2023. Vale a dire: in tre anni se n'è andato poco più di un quinto. Applicando lo stesso incatenamento all'indice generale, l'industria italiana nel suo insieme sta al 96% del 2023: ha perso quattro punti. Diciassette punti di divario in tre anni, fra la moda e tutto il resto.

Qui va riconosciuta l'unica buona notizia della serie: la caduta rallenta. Il 2024 aveva chiuso a -10,5%, il 2025 a -5,5%, il 2026 è a -5,2% sugli otto mesi. Tuttavia è esattamente il punto che smentisce la narrazione della stabilizzazione: fra 2025 e 2026 il miglioramento è di tre decimi di punto. Sui volumi, il comparto sta scendendo quest'anno quasi esattamente alla stessa velocità dell'anno scorso. Quando la Camera Nazionale della Moda, a settembre, ha presentato una previsione di fatturato 2026 a -1,6% letta ovunque come «segnali di stabilizzazione» — un numero che avevamo già confrontato con la previsione di febbraio della stessa associazione —, l'indice della produzione raccontava un'altra velocità.

Perché l'indice generale non se n'è accorto

Resta una domanda: se un settore crolla del 14%, perché il totale dell'industria ad agosto è rimasto a zero? La risposta sta nella tavola delle ponderazioni, in fondo al comunicato. Nella base di calcolo 2025 il comparto CB pesa il 7,5314% dell'indice; la fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria pesa il 9,3576%.

Moltiplicando (anche questo è un conto nostro, approssimato — l'Istat avverte che gli aggregati sono trattati con il metodo diretto, quindi la somma dei contributi non restituisce esattamente il totale): il -14,0% della produzione della moda sottrae circa 1,05 punti all'indice generale, il +14,5% della fornitura di energia ne aggiunge circa 1,36. Il settore energetico, da solo, ha più che coperto il buco lasciato dal tessile. Lo zero di agosto è una media fra due movimenti opposti e quasi identici in valore assoluto.

Sottostazione elettrica ad alta tensione al tramonto, con trasformatori, tralicci e linee di trasmissione verso l'orizzonte
La fornitura di energia elettrica, gas e vapore è cresciuta del 14,5% tendenziale: da sola ha più che compensato il contributo negativo della moda all'indice generale. · Immagine generata con IA

Quello che il calo della produzione della moda non è

La spiegazione più comoda, di questi tempi, sarebbe il protezionismo americano. Ma è l'Istat stesso a escluderla, e lo fa con un documento diverso. Nel Rapporto sulla competitività dei settori produttivi 2026, l'indagine sulle imprese manifatturiere rileva che fra i settori meno colpiti dalle misure tariffarie statunitensi figura proprio il tessile, abbigliamento e pelli: il 65,2% delle imprese non registra impatti sulle quantità, seconda solo all'elettronica. Il dazio, per questo comparto, non è la causa.

Lo stesso rapporto indica invece dove guardare: l'indicatore sintetico di competitività segnala per il 2025 «una persistente debolezza dei comparti tradizionali e del Tessile», cioè un problema strutturale e non congiunturale. Infatti il calo non è nemmeno sincronizzato con quello del fatturato. A luglio 2026 il fatturato dell'industria è cresciuto del 4,8% in valore e sceso dello 0,6% in volume: è la stessa forbice che avevamo documentato sull'export calzaturiero, dove le paia crollano e il valore tiene. I prezzi reggono, i pezzi no.

Da qui discende l'ultimo avvertimento di lettura, che vale contro ogni uso disinvolto di questi numeri. L'indice misura i volumi fisici prodotti in Italia, non la salute dei marchi: una maison che alza i listini, o che sposta lavorazioni fuori dal Paese, può chiudere un bilancio in crescita mentre la riga CB dell'Istat scende. Il calo della produzione della moda è anzitutto la misura di quanto si fabbrica negli stabilimenti e nei laboratori italiani — terzisti, tessiture, pelletterie, calzaturifici. Perciò somiglia molto a quello che le singole aziende scrivono nei propri piani: Geox, per esempio, ha presentato un piano industriale in cui il 2029 vale meno del 2024.

Il prossimo comunicato Istat sulla produzione industriale esce l'11 novembre 2026, con i dati di settembre. Sarà il tredicesimo mese della serie della produzione della moda: infine si saprà se agosto era un'anomalia da ferie o la coda di qualcosa che va avanti dall'estate del 2025.

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