Export calzaturiero: le paia crollano, il valore tiene
Assocalzaturifici pubblica il 14 settembre un export calzaturiero a -2,4% in valore e -5,8% in volume. Due settimane dopo i sette comunicati regionali riprendono il primo numero e non il secondo. Sommando le sette regioni il totale non scende: resta a +0,2%.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

L'export calzaturiero italiano ha perso il 2,4% in valore nei primi cinque mesi del 2026, fermandosi a 4,77 miliardi di euro. È il numero che tutte le redazioni hanno ripreso. Nello stesso comunicato, però, Assocalzaturifici ne pubblica un secondo: nello stesso periodo le paia di export calzaturiero spedite oltreconfine sono calate del 5,8%. Il doppio. Quel dato non è comparso in nessuno dei sette comunicati regionali diffusi due settimane dopo.
Fra il 28 e il 30 settembre il Centro Studi Confindustria Accessori Moda ha distribuito, regione per regione, i numeri del primo semestre. Ogni testata locale ha pubblicato il dato sull'export calzaturiero della propria regione, con il commento del proprio assessore. Nessuna li ha messi in fila.
Export calzaturiero: la riga che sparisce fra il comunicato nazionale e quelli regionali
Il comunicato nazionale di Assocalzaturifici è del 14 settembre. Dice, testualmente, che «nei primi cinque mesi del 2026 le esportazioni di calzature italiane si sono attestate a 4,77 miliardi di euro, in diminuzione del -2,4% in valore e del -5,8% in volume». Due misure dello stesso export calzaturiero, pubblicate nella stessa frase.
I sette comunicati regionali sull'export calzaturiero riprendono alla lettera il paragrafo di cornice — fatturato a -2,3%, export a -2,4%, saldo commerciale a +9,6% — ma la percentuale sui volumi non c'è. Neanche il valore assoluto dei 4,77 miliardi. L'unica occorrenza della parola «volume» che sopravvive nelle versioni territoriali riguarda i consumi delle famiglie italiane, che crescono del 2%: un numero positivo.
Perché conta. Se il valore dell'export calzaturiero cede il 2,4% e le quantità il 5,8%, il prezzo medio di una scarpa esportata è salito del 3,6% — è una divisione, non una stima. Controprova: 0,942 × 1,036 restituisce esattamente il -2,4% dichiarato. Tutta la «tenuta» dell'export calzaturiero è un effetto di listino. L'Italia non ha quasi smesso di vendere valore: ha smesso di vendere scarpe, e le poche rimaste costano di più.

Sette regioni, sette comunicati, un totale che non scende
Questi i numeri dell'export calzaturiero regionale del primo semestre 2026, come pubblicati: Lombardia 1,56 miliardi (-1%), Veneto 1,31 miliardi (+2,2%), Toscana 992,9 milioni (-1,3%), Marche 540,3 milioni (-9,9%), Emilia-Romagna 472 milioni (+12,9%), Piemonte 439 milioni (+8,5%), Puglia 152,5 milioni (-11,3%).
Sommando l'export calzaturiero dei sette territori, e ricostruendo da ogni variazione la base dell'anno prima, le sette regioni passano da 5.457,8 a 5.466,7 milioni: +0,2%. Non un calo: una sostanziale parità. Poiché le percentuali sono arrotondate al decimo, il conto è stato rifatto ai due estremi dell'arrotondamento e il risultato resta compreso fra +0,11% e +0,21%. La tesi regge in entrambi i casi.
Com'è possibile che l'export calzaturiero delle regioni stia fermo e quello dell'Italia scenda del 2,4%? Perché i due dati non misurano lo stesso periodo. Il dato nazionale è di cinque mesi, gennaio-maggio; quelli regionali sono di sei, gennaio-giugno. Un export calzaturiero nazionale a sei mesi Assocalzaturifici non lo ha mai pubblicato. Eppure è esattamente quel confronto che è stato fatto ovunque: «in controtendenza rispetto alla flessione registrata a livello nazionale», ha dichiarato l'assessore veneto allo Sviluppo economico Massimo Bitonci commentando il +2,2% del Veneto. Mezzo anno contro cinque mesi.
Inoltre le sette regioni pubblicate coprono la quasi totalità del comparto. Il che lascia una sola lettura possibile: nel mese di giugno, quello che il comunicato nazionale non copre, l'export calzaturiero ha recuperato. È una buona notizia, e nessuno l'ha scritta — perché il numero che la conterrebbe non è mai uscito.
Il saldo commerciale cresce perché l'Italia compra meno scarpe
Il titolo scelto da Assocalzaturifici mette l'accento altrove: «export a -2,4%, ma il saldo commerciale sale a 2,16 miliardi (+9,6%)». La presidente Giovanna Ceolini lo definisce «un risultato che testimonia la competitività delle nostre imprese e la capacità del Made in Italy di continuare a creare valore anche in una fase particolarmente difficile».
Il comunicato non dice da dove venga quel miglioramento. Si ricava dai suoi stessi due numeri. Se l'export calzaturiero vale 4,77 miliardi dopo un -2,4% e il saldo vale 2,16 miliardi dopo un +9,6%, allora le importazioni sono scese del 10,5%. In euro: il surplus è cresciuto di 189 milioni perché l'Italia ha esportato 117 milioni in meno e ne ha importati 307 in meno. Il conto quadra al decimale.
Quindi la bilancia commerciale non è migliorata perché l'export calzaturiero ha venduto di più. È migliorata perché ha comprato molto meno. Per chi produce scarpe in Italia non è la stessa cosa, e non è un indicatore di competitività: è un indicatore di domanda che si contrae su entrambi i lati.

Dove l'export calzaturiero cresce, l'occupazione cala lo stesso
L'Emilia-Romagna è la regione con il miglior export calzaturiero: +12,9%, a 472 milioni. Nello stesso semestre ha però perso 6 imprese attive e 288 addetti. Il dettaglio provinciale spiega perché: la crescita arriva da Piacenza (+39,3%), Reggio Emilia (+21,9%) e Bologna (+11,1%), mentre l'unica provincia in arretramento è Forlì-Cesena, a -7,6% — cioè il territorio di San Mauro Pascoli, il distretto calzaturiero storico della regione. Secondo la ricostruzione di Sbircia la Notizia Magazine sui dati Inps, in quella sola provincia si concentra l'82,7% delle ore di cassa integrazione della filiera pelle regionale, e il livello resta oltre quattro volte quello del primo semestre 2019.
La regione che festeggia il record di crescita, quindi, ha quattro quinti della propria cassa integrazione nel distretto che perde. Nessuna ripresa ha accostato le due righe.
Il quadro occupazionale dell'export calzaturiero è negativo quasi ovunque: Marche -1.356 addetti, Toscana -611, Puglia -312, Emilia-Romagna -288. L'unica eccezione è la Lombardia, che con l'export calzaturiero a -1% guadagna 153 addetti. A livello nazionale il comparto ha perso 151 imprese (-4,7%) e 3.065 addetti (-4,5%), scendendo a 3.045 calzaturifici e 65.279 occupati, con l'indice Istat della produzione a -6,7%. Attenzione però a sommare: il conteggio nazionale riguarda i calzaturifici, quelli regionali includono anche i produttori di parti. Sono perimetri diversi, e per questo non sono sommabili — un dettaglio che nessuna delle riprese ha segnalato.
Marche, il distretto che paga il conto più alto
Il -9,9% marchigiano è il peggiore fra le grandi regioni calzaturiere, e si scarica quasi tutto su un territorio solo: la provincia di Fermo vale il 48,5% dell'export calzaturiero regionale, contro il 35,8% di Macerata e il 13,8% di Ascoli Piceno. La quota nazionale del Fermano scende dal 5% al 4,5% e il confronto con il 2019 segna -20,9%. Come già emerso nella nostra analisi sull'export della moda marchigiana verso la Francia, è la struttura del distretto — storicamente specializzato nel lavoro per conto terzi — a renderlo più esposto di altri alle scelte dei committenti.
I mercati confermano la frattura. Sul fronte nazionale l'export calzaturiero verso la Russia cede il 24,6%, quello verso il Medio Oriente il 34%, gli Stati Uniti il 5,2%; in controtendenza l'Unione europea, a +2%, trainata dalla Francia (+4,3%), che da sola assorbe oltre un quinto delle esportazioni di settore. Ma le Marche perdono il 43,5% verso la Russia e il 33,8% verso il Medio Oriente, mentre il Veneto guadagna il 10,6% negli Stati Uniti e la Toscana ne perde il 6,3%. La stessa congiuntura produce un export calzaturiero di segno opposto a seconda di chi è il cliente finale.
Resta il capitolo delle misure. Ceolini chiede «misure che rafforzino competitività, investimenti e occupazione». I 100 milioni del decreto Mimit destinati alla filiera della moda, di cui ci siamo occupati quando erano fermi da 49 giorni senza uno sportello, al 1° ottobre non risultano ancora richiedibili: l'elenco dei decreti direttoriali del ministero si ferma al 22 settembre e non contiene alcun provvedimento sui termini per la moda.
Cosa guardare adesso
Tre verifiche datate. La prima: se e quando Assocalzaturifici pubblicherà un export calzaturiero nazionale a sei mesi, e se confermerà il recupero di giugno che la somma delle regioni lascia intravedere. La seconda: il dato sui volumi del prossimo aggiornamento, perché un export calzaturiero che regge sul prezzo medio non può reggerci due semestri di fila. La terza: il decreto direttoriale sui termini dei 100 milioni, l'unico atto che manca e che non richiede né risorse né passaggi parlamentari.
Nel frattempo vale la pena ricordare quale numero dell'export calzaturiero si è perso per strada. Non il 2,4%, che tutti hanno pubblicato. Il 5,8%, che era nella stessa frase e non è arrivato in nessuna redazione locale: è la misura di quante paia di scarpe italiane in meno hanno attraversato una frontiera, ed è il doppio del numero di cui si è discusso.


