Crisi della moda romagnola: venti mesi senza risposta
La crisi della moda romagnola arriva al ministero con una nuova interrogazione. Ma la stessa deputata ne aveva già depositata una nel febbraio 2025, sui 110 milioni di cassa integrazione stanziati e mai erogati: risulta «in corso» da 616 giorni.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

La crisi della moda romagnola è arrivata al governo con un'interrogazione depositata il 17 ottobre da Rosaria Tassinari, deputata di Forza Italia eletta in Emilia-Romagna, indirizzata al ministro delle Imprese e del Made in Italy. Le testate locali l'hanno raccontata come l'ingresso della vertenza in Parlamento. In realtà quella porta era già stata aperta, dalla stessa deputata, venti mesi prima: e l'atto con cui fu aperta risulta ancora oggi senza risposta.
La differenza non è procedurale. Nell'atto rimasto in sospeso c'è una cifra che nessuno ha ripreso in questi giorni, e che spiega la crisi della moda romagnola meglio di qualunque percentuale di export.
Crisi della moda romagnola: i numeri che arrivano sul tavolo del ministro
Il quadro della crisi della moda romagnola che la deputata porta al ministero è regionale prima che locale. Tra marzo e luglio del 2026 in Emilia-Romagna sono scomparse 154 imprese del settore, una contrazione del 2,6 per cento su una base di circa 15 mila aziende. Nel 2025 l'export della moda emiliano-romagnola è calato del 6,9 per cento, mentre le ore di cassa integrazione straordinaria nell'abbigliamento hanno toccato quota 562 mila, in aumento del 25 per cento sull'anno precedente.
Dentro quel perimetro, due distretti pesano più degli altri. L'abbigliamento riminese ha perso il 13,8 per cento di esportazioni e 250 posti di lavoro, in maggioranza occupati da donne. Il calzaturiero di San Mauro Pascoli ha chiuso con l'export a meno 10,2 per cento: un andamento coerente con quanto avevamo già misurato sul comparto nazionale, dove le paia esportate crollano mentre il valore tiene grazie alla fascia alta.
L'elenco delle vertenze citate è il censimento di un anno: la chiusura della sede Woolrich con 78 licenziamenti, i 221 esuberi annunciati da Aeffe, le difficoltà di Gilmar, il rischio di chiusura per Aesse Project e Fuzzi. Su scala nazionale, l'interrogazione richiama lo studio della Liuc Business School presentato da Confindustria Moda: senza interventi, il comparto rischia di perdere 35 mila posti di lavoro e 4.600 aziende.

Venti mesi prima, la stessa deputata e la stessa domanda
Il 10 febbraio 2025, nella seduta numero 425, Tassinari aveva depositato l'interrogazione a risposta orale 3-01723, indirizzata al ministro del Lavoro e al ministro delle Imprese. Oggetto: la crisi del settore moda e, in particolare, la cassa integrazione che non arrivava alle piccole imprese.
Alla voce «Stato iter», la banca dati del sindacato ispettivo della Camera riporta ancora due parole: in corso. Non c'è una risposta del governo, non c'è uno svolgimento, non c'è una data di conclusione. Sono passati 616 giorni, poco più di venti mesi. Il ministero del Lavoro risulta delegato a rispondere dal 10 febbraio 2025, cioè dal giorno stesso dell'annuncio.
Da notare, inoltre, che l'atto depositato la settimana scorsa non è ancora reperibile nella banca dati: alla data di oggi il motore di ricerca della Camera non restituisce alcun atto del settore moda presentato dopo il 1° settembre. Quello che si conosce del nuovo testo proviene dalla nota diffusa dalla deputata, non dal documento ufficiale. Un dettaglio che conta, perché la differenza fra i due atti più evidente è il destinatario: nel 2025 erano Lavoro e Imprese insieme, oggi è soltanto il ministero delle Imprese.
Centodieci milioni stanziati, due e nove arrivati alle imprese
Il cuore dell'atto del febbraio 2025 è un passaggio di quattro righe che riferisce quanto il ministero delle Imprese aveva comunicato al tavolo della moda del 24 gennaio 2025. Secondo il monitoraggio dell'Inps sul biennio 2024-2025, per la cassa integrazione del comparto erano stati stanziati 110 milioni di euro — 73,6 per il 2024 e 36,8 per il 2025 — e ne risultavano erogati 2,9 milioni.
È il 2,6 per cento della dotazione. Centosette milioni restavano fermi mentre le imprese del settore chiudevano. E la spiegazione, nel testo, non è attribuita a un ritardo degli uffici, ma al meccanismo stesso della misura.
La cassa integrazione in deroga approvata nell'ottobre 2024 e rivolta alle imprese fino a 15 dipendenti prevedeva infatti che fosse l'azienda ad anticipare le somme, con rimborso dell'Inps dopo cinque o sei mesi. L'atto registra la conseguenza con una frase che a rileggerla oggi suona come una previsione: «molti imprenditori preferiscono chiudere l'attività anziché indebitarsi per richiedere la cassa integrazione, in assenza della certezza che il lavoro riparta a pieno ritmo».
Crisi della moda romagnola: l'anticipo che bloccava tutto allora è il nodo di Aeffe oggi
Quel meccanismo non è un reperto d'archivio. È esattamente il nodo esploso in Romagna dieci giorni fa. Aeffe ha chiesto la cassa integrazione straordinaria per 389 dipendenti senza anticipare gli importi: pagherà direttamente l'Inps, con un'attesa che le Rsu stimano fino a tre mesi. Il tavolo convocato al ministero del Lavoro il 12 ottobre è stato rinviato per mancanza di un piano di risanamento consolidato, e la nuova convocazione cade oggi, lunedì 19 ottobre.
La simmetria è precisa, ed è il filo che tiene insieme la crisi della moda romagnola. Nel 2025 la deputata segnalava che l'obbligo di anticipo stava impedendo alle piccole imprese di usare i fondi disponibili; nel 2026 il gruppo più grande del suo territorio rinuncia ad anticipare, e il costo si scarica sui lavoratori sotto forma di mesi senza reddito. La stessa leva, applicata a due scale diverse, produce lo stesso esito: soldi stanziati che non raggiungono nessuno.
Va però segnalata un'imprecisione nel testo diffuso la settimana scorsa, che descrive Aeffe come impegnata in «una procedura di composizione negoziata in corso». Quella procedura aveva termine il 4 ottobre 2026, e il 9 ottobre la società ha depositato al Tribunale di Bologna un ricorso prenotativo, chiedendo fra l'altro un finanziamento ponte da sette milioni. Alla data dell'interrogazione, quindi, la fase era già un'altra.

Chi riceve risposta e chi resta «in corso»
Il confronto con gli altri atti parlamentari sulla stessa crisi chiarisce perché quei venti mesi non siano fisiologici. Nel luglio 2024 Tiziana Nisini (Lega) deposita un'interrogazione in commissione sul settore moda in Toscana: a settembre viene trasformata in interrogazione a risposta orale e il giorno successivo il sottosegretario Massimo Bitonci risponde in aula. Nel maggio 2025 Simona Bonafè (Partito Democratico) deposita un atto analogo; il 27 ottobre viene trasformato nell'interrogazione 3-02270 e il giorno successivo risponde la sottosegretaria Fausta Bergamotto.
Il passaggio decisivo, in entrambi i casi, è la trasformazione in interrogazione a risposta orale: una volta compiuta, la risposta arriva in ventiquattr'ore. L'atto di Tassinari era nato come interrogazione a risposta orale, nel febbraio 2025. Non è mai stato calendarizzato. Maggioranza e opposizione hanno ottenuto risposta sulla medesima materia; la deputata che faceva la domanda più scomoda — perché non era un'interrogazione sul settore ma sul denaro già stanziato e non speso — no.
Il piano che il ministro aveva già ricevuto, in Parlamento, ad aprile
C'è un ultimo elemento che rende la richiesta attuale meno nuova di quanto sembri. Tassinari chiede al ministro quali iniziative intenda adottare «con riferimento anche al Piano strategico presentato dalle associazioni di categoria». Quel piano è stato illustrato il 17 aprile 2026 alla Camera dei deputati, alla presenza del ministro Adolfo Urso, da Confindustria Moda e Confindustria Accessori Moda: quattro miliardi di investimento e sei azioni prioritarie.
Nella stessa occasione la Liuc Business School ha presentato i due scenari al 2030 da cui l'interrogazione estrae i 35 mila posti. Senza interventi: 19 miliardi di fatturato in meno, 4.600 aziende in meno, 5 miliardi di Pil e 6,6 di gettito. Con il piano attuato: 30 miliardi di fatturato in più, 57 mila posti e 6.200 aziende. Sei mesi dopo, una deputata di maggioranza deve presentare un atto di sindacato ispettivo per chiedere che fine abbia fatto.
Vale la pena notare anche la lingua. Giovanna Ceolini, presidente di Confindustria Accessori Moda, in aprile diceva che difendere la filiera significa «garantire la tenuta economica e sociale di interi territori»; la deputata, in ottobre, scrive che difendere la filiera significa «tutelare la tenuta economica e sociale di intere comunità». L'atto parlamentare adotta la formula delle federazioni quasi alla lettera.
Crisi della moda romagnola: che cosa guardare adesso
Il contesto industriale, intanto, non si è fermato ad aspettare: la produzione del settore ha ormai alle spalle dodici mesi consecutivi di calo, e la contrazione dell'export regionale si innesta su una base già erosa.
Tre scadenze diranno se questa volta il percorso è diverso. La prima è il tavolo di oggi al ministero del Lavoro su Aeffe, dove si saprà se il piano di risanamento è arrivato. La seconda è la pubblicazione del nuovo atto nella banca dati della Camera, che permetterà finalmente di leggere il testo integrale invece della nota stampa, e soprattutto di vedere se verrà trasformato in interrogazione a risposta orale: è quel passaggio, non il deposito, a produrre una risposta.
La terza riguarda i 107 milioni. Perché la domanda del febbraio 2025 — che fine hanno fatto le risorse stanziate e non erogate — non ha mai ricevuto risposta, e nel testo diffuso la settimana scorsa non viene ripetuta. La crisi della moda romagnola ha prodotto in venti mesi due interrogazioni dello stesso parlamentare, e nel passaggio dalla prima alla seconda la cifra più scomoda è uscita dal testo.


