Naza Venezia 83: il titolo è un acronimo dell'esercito
Naza Venezia 83 ha battuto il record di applausi alla Mostra, ma la notizia sta nel titolo: una sigla dell'esercito israeliano che indica quanti civili palestinesi si prevede di uccidere in un raid. Calcolati prima, non contati dopo.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Tutti hanno contato i minuti. Naza Venezia 83 è entrato nella cronaca della Mostra come il film che ha battuto il record di applausi al Lido: ventiquattro minuti e mezzo, oppure oltre venticinque, a seconda di chi teneva il cronometro. La cifra ha occupato ogni titolo della serata del 10 settembre. Ma la notizia non sta nel conteggio degli applausi: sta nella parola che dà il titolo al documentario.
Naza non è un nome proprio. È una sigla in uso nell'esercito israeliano — nezek agavi, «danno collaterale» — e indica il numero di civili palestinesi che si prevede di uccidere colpendo un obiettivo. Un numero calcolato prima del bombardamento, non contato dopo: è questo il centro di Naza Venezia 83. Quasi nessuna delle riprese italiane della giornata lo ha spiegato in apertura.
Naza Venezia 83: che cosa significa davvero quella sigla
Naza Venezia 83 dura 80 minuti, lo firmano Yuval Abraham e Rachel Szor ed è l'unico titolo non di finzione fra i venti in concorso per il Leone d'oro. Il suo cuore non è un'immagine, è una procedura: prima di autorizzare un attacco l'apparato militare fissa una quantità di morti civili considerata accettabile rispetto al valore del bersaglio. Un ingegnere intervistato la definisce una «quantità oggettiva».
Nel film quella quantità diventa un'unità di misura pronunciata ad alta voce. «20 Naza. 50 Naza. 300 Naza… ne lascio ancora qualcuno in più?», dice uno dei testimoni nel passaggio riportato da Davide Turrini su Il Fatto Quotidiano, che parla di un documentario d'inchiesta «prezioso, coraggioso e devastante». Un altro descrive la propria giornata così: «Coordino attacchi, poi esco dal lavoro e vado fuori con gli amici».
È qui che Naza Venezia 83 smette di essere cronaca di festival. Perché se le vittime civili sono previste e messe a bilancio in anticipo, allora la maggior parte delle uccisioni non è un errore: è un esito consapevole della procedura. Il documentario, sempre secondo Il Fatto, accompagna questa contabilità lungo tre anni e circa 73.000 morti palestinesi.
Il record di applausi che nessuno ha misurato allo stesso modo
Il primato di Naza Venezia 83 c'è, ma va maneggiato con prudenza, perché nessuno ha usato lo stesso metro. Sky TG24 e Variety scrivono ventiquattro minuti e trenta secondi. ANSA, Adnkronos e Repubblica scrivono «oltre venticinque minuti». Due misure diverse per la stessa standing ovation, nella stessa sala, la stessa sera.
Il confronto con il primato precedente è ancora più scivoloso. Le agenzie danno oggi il vecchio record a ventidue minuti, fissato un anno fa da The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania. Tuttavia, nel settembre 2025 quella stessa ovazione veniva raccontata al Lido come ventitré minuti da alcune fonti e come ventiquattro minuti da altre. Tre cifre per un solo applauso.
Il record di Naza Venezia 83 resta dunque un fatto, ma la sua misura oscilla di trenta secondi sul primato nuovo e di due minuti buoni su quello vecchio. Non è una pedanteria: è il promemoria che la durata di un applauso non viene certificata da nessuno. È una stima fatta a mano, con l'orologio del cronista in fondo alla sala.
Lo stesso vale per i testimoni di Naza Venezia 83. Sky TG24 e Variety ne contano ventiquattro, ANSA e Cinematografo venticinque. Anche in questo caso non esiste un conteggio ufficiale, e la differenza è passata inosservata.
Naza Venezia 83: un'inchiesta giornalistica arrivata in concorso
La seconda cosa che i titoli non dicono è che Naza Venezia 83 non nasce in una casa di produzione cinematografica, ma in una redazione. Il film è prodotto dall'unità documentari del Guardian insieme alla JW Films di James Wilson, con Harry Davies e Lindsay Poulton fra i produttori. Executive producer è Jonathan Glazer, il regista premio Oscar de La zona d'interesse, che alla proiezione ha abbracciato i due autori mentre in sala comparivano bandiere palestinesi.
Il materiale di Naza Venezia 83, inoltre, non è inedito nella sostanza. Poggia sulle inchieste pubblicate fra il 2023 e il 2025 da +972 Magazine, dalla testata israeliana Local Call e dal Guardian: quelle che hanno reso pubblici i sistemi di targeting assistiti dall'intelligenza artificiale noti come Lavender e The Gospel. Abraham è il giornalista che quelle inchieste le ha firmate. Qui non le riassume: le fa pronunciare a chi quei sistemi li ha progettati e usati.
Szor lo dice senza giri di parole: «Molte delle cose sono state già scritte nelle rivelazioni pubblicate, sono risapute, pubblicate da giornalisti presenti a Gaza. Ma crediamo che sia importante metterle in un film, perché è diverso sentire le persone che hanno progettato quei sistemi e far vedere la città di Tel Aviv dove vivono gli ufficiali israeliani». È la ragione per cui Naza Venezia 83 è un film e non un articolo.
Tre anni di riprese sui tetti di Tel Aviv
Il metodo di Naza Venezia 83 è l'opposto dello spettacolo. Tre anni di lavorazione, una camera fissa, i tetti di Tel Aviv di notte. I testimoni — ufficiali dell'intelligence militare, soldati, tecnici — compaiono in controluce, con volti e voci alterati, mentre alle loro spalle la città accende le finestre e i televisori trasmettono il telegiornale.

Il dettaglio più efficace di Naza Venezia 83 è proprio questo scarto. Per spiegare sistemi ad altissima tecnologia, gli intervistati disegnano schemi a penna su fogli di carta comune. Non c'è repertorio bellico, non ci sono immagini esplicite di violenza: il rigore è costruito per sottrazione, restano le parole e il silenzio. Renato Butera, su Cinematografo, assegna 4,5 stelle su 5 e parla di un'indagine implacabile. Soltanto negli ultimi due minuti compare Gaza distrutta.
Naza Venezia 83: il contrappeso lo mette l'autore
La parte più insolita della conferenza stampa è che a raffreddare le aspettative sia stato l'autore stesso. Abraham ha escluso che il film possa funzionare come un «Watergate per Netanyahu»: in Israele, ha spiegato, la negazione delle vittime palestinesi è troppo diffusa perché un documentario da solo la scardini.
Ha aggiunto un'ammissione che raramente si sente su un palco di festival, e cioè che il suo è anche un privilegio anagrafico: un giornalista israeliano può avvicinare quelle fonti, mentre un giornalista palestinese a Gaza rischia l'arresto o la morte.
Sul paragone più esposto, quello con la Shoah, i due registi sono stati precisi — e vale la pena riportarli per esteso, perché è il punto su cui Naza Venezia 83 verrà attaccato. «Ci sono differenze fra l'Olocausto e Gaza, ma i pattern di deumanizzazione sono simili», hanno detto, richiamando Primo Levi. Il paragone, hanno precisato, non è una loro tesi: emerge dalle interviste. Uno degli ufficiali si chiede ad alta voce: «Penso che i nazisti siano malvagi, quindi io cosa sono?». Il resoconto della conferenza è su ANSA.
Szor ha poi indicato l'obiettivo concreto: «Nel nostro piccolo vogliamo mettere pressione su Israele per fermare quello che sta succedendo». E Abraham ha ricordato che il tempo del festival e quello della guerra coincidono: «L'uccisione di civili a Gaza continua, anche questa settimana, mentre c'è la Mostra del Cinema, è stata uccisa una bambina di sette anni».
Due anni di fila, l'applauso più lungo del Lido è per Gaza

C'è infine un dato che riguarda la Mostra più di Naza Venezia 83. Per il secondo anno consecutivo l'applauso più lungo dell'edizione va a un'opera su Gaza, e in entrambi i casi la sala ha reagito prima della giuria. Nel 2025 quell'ovazione anticipò il palmarès: Ben Hania lasciò il Lido con il Leone d'argento — Gran premio della giuria.
Venezia 83 chiude il 12 settembre, quindi si saprà in fretta se lo schema si ripete. Paolo Nizza, su Sky TG24, considera il film «uno dei titoli più necessari e discussi» dell'edizione e un candidato serio al palmarès. Intanto il percorso è già tracciato: le vendite internazionali sono affidate a MK2 Films, seguiranno San Sebastián nella sezione Perlak e la prima nordamericana al New York Film Festival. In Italia distribuisce I Wonder Pictures, nelle sale dal 28 al 30 settembre — e Abraham ha sottolineato il peso di questa uscita, vista la posizione italiana sul dossier delle sanzioni.
Resta la sigla. Un applauso da venticinque minuti si esaurisce quando la sala si svuota; una parola che trasforma delle persone in una variabile di procedura, no. È per quella parola, e non per il cronometro, che Naza Venezia 83 verrà ricordato.


