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Jeremy Thomas: addio al produttore dell'Ultimo imperatore

Jeremy Thomas, il produttore britannico che ritirò l'Oscar per il miglior film con L'ultimo imperatore di Bertolucci, è morto a 77 anni nell'Oxfordshire. La Mostra di Venezia appena chiusa lo aveva in cartellone due volte, e la sua ultima firma da produttore arriva oggi a Toronto.

Di Vincenzo Pollice

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Jeremy Thomas, il produttore dell'Ultimo imperatore: una piccola sala di proiezione privata vuota in una casa di campagna inglese al crepuscolo
Immagine generata con IA

Jeremy Thomas è morto nella notte di venerdì 11 settembre 2026, nella sua casa di campagna nell'Oxfordshire, a settantasette anni, circondato dalla famiglia. La notizia ha raggiunto l'Italia il giorno seguente, mentre al Lido si contavano le ore che mancavano al Leone d'oro. Tutte le testate hanno salutato Jeremy Thomas con la stessa formula — «il produttore dell'Ultimo imperatore» — e si sono fermate lì. Eppure la Mostra che stava chiudendo conteneva il suo nome due volte, e la sua ultima firma da produttore arriva sullo schermo proprio oggi, a settemila chilometri di distanza.

Jeremy Thomas e il cappotto dell'Ultimo imperatore

L'11 aprile 1988, alla sessantesima cerimonia degli Oscar, L'ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci vinse tutte e nove le statuette per cui era candidato. Nove nomination, nove premi: un cappotto pieno, una delle pochissime volte in cui un film non ha lasciato nulla per strada. Miglior film, regia a Bertolucci, fotografia a Vittorio Storaro, montaggio a Gabriella Cristiani, costumi a James Acheson, più scenografia, colonna sonora, sonoro e sceneggiatura non originale.

La statuetta per il miglior film la ritirò lui. Jeremy Thomas era il produttore di quel colosso, e la circostanza racconta già molto del personaggio: il film più premiato della storia recente del cinema italiano fu portato agli Oscar da un inglese, che aveva convinto una produzione occidentale a entrare — prima volta assoluta — dentro la Città Proibita di Pechino. In Italia lo stesso film si prese anche il David di Donatello.

Tavolo di montaggio d'epoca con moviola, pellicole in 35 millimetri e pile di scatole metalliche in una stanza vuota
Il mestiere era cominciato in sala di montaggio: prima di diventare produttore, Jeremy Thomas lavorò alla moviola su The Harder They Come e Family Life. · Immagine generata con IA

Cinque film con Bertolucci in diciassette anni

Il sodalizio di Jeremy Thomas con Bertolucci non fu un colpo isolato, ma una relazione industriale lunga quasi vent'anni: cinque film in diciassette anni, dal 1987 al 2003. Dopo L'ultimo imperatore vennero Il tè nel deserto (1990), Piccolo Buddha (1993), Io ballo da sola (1996) e The Dreamers (2003). Nessun produttore straniero ha accompagnato il regista parmigiano così a lungo.

Era, infatti, un rapporto di amicizia prima ancora che di contratto. «Non so come si farebbero oggi quei film, nel circuito indipendente», aveva detto Jeremy Thomas a Rolling Stone tre anni fa, parlando dei trent'anni di Piccolo Buddha. «Non c'erano riprese digitali, era tutto girato con persone reali.» È la frase di un produttore che ha attraversato per intero il passaggio dalla pellicola al file, e che non ha mai cambiato mestiere per adeguarsi.

Intorno a Bertolucci, il catalogo di Jeremy Thomas si allarga a un elenco che sembra un manuale di cinema d'autore contemporaneo: Merry Christmas Mr. Lawrence di Nagisa Ōshima, Crash, Il pasto nudo e A Dangerous Method di David Cronenberg, Sexy Beast di Jonathan Glazer, e collaborazioni ricorrenti con Jim Jarmusch, Terry Gilliam, Werner Herzog, Nicolas Roeg, Wim Wenders e Jerzy Skolimowski.

Venezia 83 aveva Jeremy Thomas due volte

Qui comincia la parte che le cronache di sabato hanno saltato. L'83ª Mostra del Cinema di Venezia, chiusa il 12 settembre, ospitava Jeremy Thomas in due sezioni diverse — e in nessuna delle due come produttore accreditato.

Il primo titolo è Bucking Fastard di Werner Herzog, presentato in concorso il 3 settembre: 109 minuti, Irlanda e Stati Uniti, il ritorno di Herzog alla finzione dopo Family Romance, LLC, con Kate e Rooney Mara nei panni di due gemelle inseparabili e Orlando Bloom nel ruolo del vicino di casa che diventa la loro ossessione condivisa. Il film è dedicato a David Lynch ed è ispirato alla storia vera delle gemelle Freda e Greta Chaplin. Quasi tutti i necrologi italiani lo hanno presentato come l'ultimo film di Jeremy Thomas a Venezia.

La scheda ufficiale della Biennale dice però un'altra cosa. Alla voce produzione compaiono Providence Road Entertainment e Gateway to Orkney; Jeremy Thomas non c'è, e non c'è nemmeno la sua Recorded Picture Company. Il suo nome entra nel film attraverso HanWay Films, la società di vendite internazionali che aveva fondato nel 1998 e che figura come distributore internazionale accanto a Gersh. È una precisazione, non una smentita: il legame è reale, ma passa dal ramo commerciale, non dalla produzione.

Tappeto rosso deserto all'alba davanti al palazzo del festival sulla laguna, dopo la chiusura di Venezia 83
Il 12 settembre il Leone d'oro è andato a Woman Unknown. Bucking Fastard è tornato a casa senza premi, e il suo agente di vendita era morto la notte prima. · Immagine generata con IA

Il secondo titolo è più sorprendente, perché lì Jeremy Thomas non sta dietro la macchina da presa: ci sta davanti. In Joie de vivre, il ritratto monumentale di Bertolucci firmato da Luca Guadagnino — 435 minuti, fuori concorso in Venice Open, proiettato dall'8 al 10 settembre — Thomas è uno dei sette testimoni intervistati, in compagnia di Martin Scorsese, David Cronenberg, Alfonso Cuarón, James Gray, Catherine Breillat e Debra Winger. La sua ultima apparizione in un festival italiano non è stata da produttore, ma da testimone dell'amico morto nel 2018.

La Mostra, insomma, si era chiusa su un triplo riflesso: Bertolucci raccontato per sette ore da Guadagnino, l'ultima sceneggiatura di Bertolucci diventata film in concorso — abbiamo raccontato quella storia nel pezzo sui film italiani di Venezia 83 — e il produttore che aveva reso possibile il periodo più celebrato del regista, morto a mezza Europa di distanza mentre la giuria discuteva.

L'ultimo film prodotto da Jeremy Thomas esce oggi

Il dato più impressionante, però, è di calendario. La morte è arrivata esattamente nell'intervallo fra due prime festivaliere, e quel dettaglio dice di Jeremy Thomas più di qualunque necrologio. Oggi, lunedì 14 settembre, il Toronto International Film Festival presenta in anteprima mondiale Bad Lieutenant: Tokyo di Takashi Miike, con Shun Oguri nei panni di un poliziotto della metropolitana di Tokyo divorato dal gioco d'azzardo e Lily James nel ruolo dell'agente dell'FBI che gli si affianca.

Quel film sì, porta la firma che a Venezia mancava: è prodotto dalla Recorded Picture Company insieme a Pressman Film, OLM, Nippon TV e TF1 Films, e fra i produttori accreditati ci sono Jeremy Thomas e Sam Pressman, con Naoaki Kitajima e Misako Saka. Con Miike il rapporto durava da anni — 13 Assassins, Blade of the Immortal, First Love — e questo titolo è l'ultimo anello della catena. Il produttore non lo vedrà con il pubblico, che era poi la cosa a cui teneva di più: «È meraviglioso vedere questi film con il pubblico», diceva. «Ti riempie il cuore quando vedi un film mostrato come lo intendevi.»

L'Italia di Thomas non finisce con Bertolucci

C'è poi un filo italiano che i necrologi hanno tagliato al 2003, come se dopo The Dreamers il rapporto si fosse esaurito. Basta invece aprire il catalogo della Recorded Picture Company per trovarci dentro il Pinocchio di Matteo Garrone del 2020 e 2 Win di Stefano Mordini, oltre a Ryuichi Sakamoto: Opus. Jeremy Thomas ha continuato a mettere soldi e struttura internazionale dietro il cinema italiano d'autore per almeno cinquant'anni di attività, ben oltre la stagione bertolucciana.

È un dettaglio che vale più di una nota a piè di pagina, perché descrive una funzione che l'industria italiana continua a cercare all'estero: il produttore indipendente capace di far viaggiare un film d'autore su più mercati. Chi segue le cronache di cinema di questi mesi sa quanto quella figura sia diventata rara.

Quaranta film o ottanta: una carriera contata male

Perfino sul numero dei film prodotti da Jeremy Thomas le fonti divergono, e vale la pena dirlo invece di scegliere. Il comunicato diffuso dalla famiglia parla del produttore di The Last Emperor «e di oltre quaranta altri film»; le testate internazionali, e con loro l'ANSA, scrivono «oltre ottanta». Le due cifre non si contraddicono per forza: una conta i film prodotti, l'altra tutti i crediti accumulati fra produzione esecutiva, vendite e coproduzioni.

Il resto della biografia è invece netto. Nato a Londra il 26 luglio 1949, figlio del regista Ralph Thomas e nipote di Gerald Thomas, l'autore della saga Carry On, Jeremy Thomas entrò nel cinema dalla sala di montaggio e debuttò da produttore nel 1976 con Mad Dog Morgan. Presiedette il British Film Institute dall'agosto 1992 al dicembre 1997, ne divenne Life Fellow nel 2000, ricevette il Michael Balcon Award dei BAFTA, il premio dell'European Film Academy per il contributo al cinema europeo nel 2006 e il titolo di Commander of the Order of the British Empire nel 2009. Nel 1994 presiedette la giuria della Berlinale.

Nel 2021 Mark Cousins gli dedicò The Storms of Jeremy Thomas, un documentario costruito attorno al viaggio in automobile che il produttore ripeteva ogni anno per raggiungere Cannes. Era il ritratto perfetto: un uomo che al festival ci andava guidando, non in volo, e che dopo cinquant'anni continuava a considerare la sala il luogo in cui un film esiste davvero. Oggi a Toronto quella sala si riempirà comunque, e il nome di Jeremy Thomas scorrerà sui titoli di testa per l'ultima volta.

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