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Bob Mackie è morto: il naked dress non nacque con Cher

Bob Mackie è morto lunedì a 87 anni a Palm Springs. Tutti lo ricordano come il costumista di Cher, ma il primo naked dress della sua carriera lo indossò Mitzi Gaynor nel 1969: e dei suoi nove Emmy, solo due portano il nome di Cher.

Di Marietou Dione

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Bob Mackie e il naked dress: abito trasparente ricamato a mano con migliaia di cristalli su un manichino da sartoria in un atelier deserto
Immagine generata con IA

Bob Mackie è morto lunedì 14 settembre in un ospedale di Palm Springs, in California, a 87 anni. L'annuncio è arrivato dai suoi profili social — «ha vissuto pienamente i suoi 87 anni, realizzando il sogno di diventare stilista e costumista» — e in poche ore il mondo ha risposto con la stessa identica formula: l'uomo che vestiva Cher. È vero, ma è anche la parte più comoda della storia. Perché il capo che ha reso Bob Mackie l'inventore della grammatica del red carpet contemporaneo non lo indossò Cher, e arrivò cinque anni prima del Met Gala che tutti citano.

Bob Mackie, la morte a Palm Springs e il coro dei coccodrilli

Il comunicato diffuso sui social non indicava la causa del decesso, ed è su quella reticenza che si sono fermate le agenzie italiane. Solo più tardi la storica addetta stampa Jenelle Hamilton ha precisato ai media americani che Bob Mackie è morto di polmonite. Un dettaglio piccolo, ma che spiega perché i primi lanci — ANSA compresa, alle 19:32 di lunedì — siano rimasti così scarni: una lista di nomi illustri e nessuna causa.

E quella lista, in effetti, è sempre la stessa: Cher, Diana Ross, Tina Turner, Carol Burnett, Madonna, Liza Minnelli, Bette Midler, Barbra Streisand, Elton John, Dolly Parton, RuPaul. I soprannomi affibbiati a Bob Mackie sono altrettanto fissi: «sultano delle paillettes», «rajah degli strass», «guru del luccichio». Elton John ha parlato di «costumi che erano opere d'arte». Cher, nel 2024, lo aveva detto meglio: «È una persona importantissima nella mia vita. Mi ha aiutata a creare una me diversa».

Tuttavia, in fondo a quell'elenco di dive, c'è un nome che quasi nessun necrologio ha ripreso. È il nome che regge l'intera storia.

Il primo naked dress è del 1969, e non lo indossò Cher

La data che circola ovunque è il 1974: Cher al Met Gala, abito trasparente ricamato e piume, lo scandalo che spinse Vogue a incoronarla «regina del naked dress». Infatti quell'immagine è entrata nel canone, e il Metropolitan la custodisce come tale — lo stesso museo la cui prossima grande retrospettiva sul Costume Institute è finita al centro di una polemica.

Ma il primo abito «nudo» di Bob Mackie è del 1969, e lo indossò Mitzi Gaynor, in uno special NBC. Era un nude souffle a figura intera, chiffon color pelle ricamato a mano con strass e perline tubolari trasparenti disposte in modo da coprire esattamente ciò che serviva coprire, e nient'altro. Gaynor lo indossò cantando e ballando Let Go circondata da ballerini in smoking, e poi se lo portò nei suoi spettacoli dal vivo per due stagioni. L'abito esiste ancora: è passato in asta da Bonhams, schedato come «nude illusion gown».

Cinque anni prima di Cher, quindi. E non è una curiosità da archivio: è la prova che l'illusione di nudità non nasce da una diva provocatoria, ma da un problema tecnico di televisione generalista risolto da un costumista di 30 anni. La censura NBC non ammetteva pelle scoperta, e dentro quel vincolo Bob Mackie capì una cosa che nessuno aveva capito: poteva mostrarla tutta, a patto di non mostrarla mai davvero. Il documentario dedicato alla sua carriera si intitola, non a caso, Naked Illusion.

Nove Emmy in quarant'anni, quasi mai per Cher

Qui la storia diventa imbarazzante per i coccodrilli. Basta aprire la pagina dei premi sul suo sito ufficiale, che nessuno ha aperto, e contare. Bob Mackie ha vinto nove Emmy su una trentina di candidature, distribuite dal 1966 al 2006: quarant'anni esatti di presenza in cinquina.

Di quei nove Emmy, solo due sono per Cher. E sono il 2000 (Cher: Live in Concert from Las Vegas) e il 2003 (Cher: The Farewell Tour): concerti, non lo show che ha fatto la leggenda. Negli anni Settanta — gli anni di The Sonny and Cher Comedy Hour, quelli in cui la coppia Mackie-Cher stava letteralmente riscrivendo il costume televisivo americano — Bob Mackie è stato candidato per Cher sei volte, nel 1972, 1974, 1975, 1976, 1977 e 1979. Le ha perse tutte.

Perché? Perché in due di quegli anni vinse contro sé stesso. Gli Emmy del 1976 e del 1978, gli unici due del decennio, Bob Mackie li portò a casa per Mitzi... Roarin' in the 20's e Mitzi... Zings Into Spring. Cioè per Mitzi Gaynor. La stessa che aveva indossato il primo naked dress. Il conto finale, per chi voglia farlo: nove candidature legate a Cher, due vittorie, sette sconfitte — e la prima statuetta arrivata al trentesimo anno di collaborazione.

Palcoscenico deserto di uno show televisivo di varieta americano degli anni Settanta, con fondale di paillettes dorate e occhi di bue accesi
Il varietà televisivo americano degli anni Settanta: il laboratorio in cui si è formata la grammatica visiva del red carpet di oggi. · Immagine generata con IA

L'abito di Marilyn e il credito che Bob Mackie non si prese

C'è una seconda imprecisione che gira da lunedì. Molti necrologi attribuiscono a Bob Mackie l'abito trasparente con cui Marilyn Monroe cantò Happy Birthday, Mr. President nel 1962. Non è esatto, e lui non l'ha mai sostenuto: quell'abito è di Jean Louis. Bob Mackie, allora ventitreenne, era il disegnatore che ne eseguì gli schizzi, appena entrato nel mestiere dopo l'apprendistato tra Paramount, Jean Louis e Edith Head.

La differenza conta, perché rende la genealogia ancora più nitida. Il nude souffle di Marilyn è l'archetipo che il giovane Bob Mackie disegna per altri; il nude souffle di Mitzi Gaynor, sette anni dopo, è lo stesso principio applicato da lui in proprio. Quell'abito di Marilyn, del resto, ha avuto la sua parabola: battuto per oltre un milione di dollari nel 1999, rivenduto nel 2016 a Ripley's Believe It or Not! per 4,8 milioni, e infine indossato da Kim Kardashian al Met Gala 2022 tra le proteste dei conservatori tessili.

Oltre il costume: prêt-à-porter, cento Barbie e un Tony a 79 anni

Il resto della carriera è un catalogo di record laterali. Il primo Emmy per il costume design mai assegnato nella storia della televisione porta il nome di Bob Mackie: 1967, Alice Through the Looking Glass, condiviso con Ray Aghayan. Per The Carol Burnett Show ha firmato undici stagioni e circa 17.000 costumi. Nel 1982 lancia la linea prêt-à-porter; nel 1990 arriva la prima Barbie firmata, la Gold Barbie della serie Timeless Creations, primo passo di oltre cento bambole disegnate per Mattel.

Al cinema, invece, Bob Mackie ha trovato un muro. Tre candidature all'Oscar — Lady Sings the Blues, Funny Lady, Pennies from Heaven — e nessuna vittoria. Il riconoscimento teatrale è arrivato con quarant'anni di ritardo: il Tony 2019 per i costumi di The Cher Show, prima candidatura e unica vittoria, a 79 anni. Sono premi che la sua stessa pagina ufficiale non registra: l'elenco si ferma al 2006.

Ricamo a mano di perline tubolari trasparenti e strass su chiffon souffle, la tecnica con cui nasceva il naked dress
Perline tubolari e strass cuciti a mano su chiffon: il lavoro artigianale dietro l'effetto «nudo». · Immagine generata con IA

Perché Bob Mackie conta ancora sul red carpet del 2026

Oggi il naked dress non è più una provocazione: è il registro dominante dei tappeti rossi, da Cannes agli MTV Awards. E gli abiti d'archivio di Bob Mackie vengono rimessi in circolazione da Zendaya, Taylor Swift, Miley Cyrus — non come citazione vintage, ma come capo contemporaneo, perché quell'ingegneria di trasparenze non è mai stata superata, solo replicata peggio.

Quindi il lascito vero non è la lista di dive. È una regola di costruzione: mostrare il corpo attraverso il ricamo invece che scoprirlo, e affidare il carico erotico all'artigianato anziché al taglio. Una regola inventata in televisione, per aggirare un censore, nel 1969. Chi voglia capire quanto pesi quella lezione può percorrere le altre storie di moda che abbiamo raccontato quest'anno: gli archivi contano più delle passerelle.

«Non cerchi di cambiare nessuno, cerchi solo di farlo apparire meglio che mai», diceva Bob Mackie. Infine, è questa la frase che i coccodrilli hanno citato e non hanno letto: non parla di dive, parla di mestiere.

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